Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  agosto 05 Mercoledì calendario

I funerali di Franco Baresi

Fa un caldo umido e aggressivo come quel giorno a Pasadena, capitano, ricordi? Però oggi non c’è una coppa da agguantare, non c’è niente da difendere. Bisogna solo lasciarsi andare all’abbraccio di chi c’era – Gianluca Pagliuca che provò a impedire a Franco Baresi di spezzarsi in due dopo l’errore dal dischetto, accarezzando quella schiena curva dove era già passato con un gesto gentile Claudio Taffarel, l’avversario —, di chi c’è sempre stato.
Piazza Sant’Ambrogio per una mattina ha un unico numero civico, il 6 della maglia che indossano in tanti, e migliaia di abitanti che non riescono a trattenere le lacrime sin dal primo coro, c’è solo un capitano, figuriamoci quando parte You’ll never walk alone all’arrivo del feretro. Sono le 10.56, ma prima sono già successe molte cose.
Un tifoso si è arrampicato sull’impalcatura del palazzo in ristrutturazione che si affaccia sulla basilica, segue le esequie da lassù, come se fosse il terzo anello di questo stadio improvvisato. Il gesto è passibile di una multa severa ma stamattina hanno gli occhi lucidi anche i vigili di Milano, la città è avvolta dall’afa e dal lutto: fa più male il secondo. Filippo Galli è arrivato presto. Incassava le occhiatacce di Baresi quando giocavano a briscola a chiamata, o quando a Milanello faceva troppo casino al tavolo con Marco Simone e Stefano Nava (presenti). Ha imboccato via San Vittore, è entrato nel corridoio aperto tra due ali di tifosi e curiosi ed è scoppiato in lacrime come un bambino, la mano sulla bocca per pudore.
Un gruppetto di intraprendenti ha srotolato uno striscione che sarebbe stato perfetto per uno qualsiasi dei sei scudetti o delle tre Coppe Campioni vinte con il Milan da Franco nato Franchino a Travagliato (Brescia), sessantasei anni fa: leggenda immortale, dice, tra altre parole dolcissime scritte con lo spray rossonero. Ha ragione Giovanni Galli, uno dei pochi che ha la forza di affrontare i microfoni dei cronisti: come si fa a ricordare in poche frasi un personaggio così, ci chiede. E la conversazione, poiché siamo tutti d’accordo che è impossibile, finisce lì.
A intermittenza partono applausi spontanei, canti che le orecchie di questi campioni attempati e impolverati dal tempo hanno sentito mille volte, ma non bastano mai. Fine dei cori, fine della vita sportiva o terrena, infatti siamo qui a salutare il più grande libero moderno dell’antichità, finalmente autorizzato a non rispettare più alcuno schema di Liedholm, Sacchi o Capello. L’assenza dell’Arrigo, trattenuto a Fusignano da una vecchiaia crudele, è la più dolorosa. Non ci sarebbe Franco Baresi senza Arrigo Sacchi, e viceversa. L’obbligo di gioire del pressing fu l’imposizione più ardua da digerire per quel serissimo difensore cresciuto a pane e fatica nella cultura contadina della campagna lombarda. Ma quando Baresi ce la fece, quando riuscì a mandare giù il boccone della squadra corta e della difesa in linea, dalla fronte spaziosa dell’Arrigo e dai piedi di Franco uscirono solo idee meravigliose e delizie. Il Milan degli olandesi è rappresentato da Clarence Seedorf e dal cigno incanutito, Marco Van Basten, dimesso come se di quello squadrone fosse stato il magazziniere, non il fuoriclasse. A sorpresa, da dietro l’angolo, spunta Robi Baggio per mano alla sua Andreina. Non era previsto: ha voluto esserci.
Arrivano pezzi di Milan del passato remoto, prossimo e attuale (Pulisic); il proprietario, Gerry Cardinale, nella classifica dei fischi del popolo batte il sindaco Sala di un’incollatura. Ecco Paolo Maldini, non intaccato nella sua algida bellezza dai 17 rutilanti giorni da d.t. della Nazionale. A rappresentare il governo c’è il ministro dello sport Abodi, l’Inter Marotta, la «nuova» Italia del calcio Ranieri, la cui abbronzatura non teme arie condizionate. Dell’ultima apparizione pubblica di Baresi, il 6 febbraio scorso come tedoforo durante l’inaugurazione dei Giochi di Milano-Cortina, Beppe Bergomi ricorda ogni secondo. Lui, Franco e il fuoco sacro: che momento. È Bergomi, infatti, ad aprire le letture evangeliche in chiesa. Nell’omelia, affidata a Monsignor Carlo Faccendini, Baresi torna piscinin come il 23 aprile ’78, quando esordì in A appena diciassettenne. «Nei piccoli il Signore vede le qualità del Regno», dice.
Fuori, dopo le ostie gluten free, con la bara sulle spalle Costacurta, Virdis, Ambrosini, Simone, Evani e Albertini danno il cambio a Van Basten, Galli (Filippo), Massaro, Colombo, Galli (Giovanni) e Donadoni che l’hanno portata nella basilica. La signora Maura Baresi avanza mormorando a fior di labbra un rosario laico: grazie, grazie a tutti, sussurra. Nell’aria spessa di cordoglio sventola il bandierone col numero 6. Quello, nessuno potrà mai ritirarlo.