Corriere della Sera, 5 agosto 2026
Verderami riflette sul programma del campo largo che non c’è
È fuorviante la tesi che il problema del centrosinistra sia legato al nodo del candidato premier, per quanto sulla sfida tra Elly Schlein e Giuseppe Conte si concentri oggi l’attenzione mediatica e inevitabilmente anche quella politica. Il punto dirimente è un altro: è la difficoltà di trovare una sintesi tra posizioni diverse, che offrirebbe l’immagine di una vera alleanza che punta a governare il Paese. È l’intesa programmatica che rivela infatti la natura di una coalizione. Solo così c’è la garanzia di tenere insieme elettori di partiti diversi, a prescindere da chi guidi il rassemblement.
Ma nel corso di questa legislatura il centrosinistra ha faticato a mostrare un denominatore comune. E la prova viene dall’attività registrata in Parlamento, dove le forze del Campo largo non sono riuscite a unirsi nemmeno su banalissime mozioni. Sono testi dove non vige la rigida logica degli articoli di legge e dove si esprimono concetti più generici. Eppure le forze di opposizione non solo non hanno quasi mai trovato una convergenza. Anzi, volutamente hanno ostentato le loro differenze. Dal 2022 sul tema del salario minimo, al 2023 sul Pnrr, fino al 2026 sul riordino dei giochi pubblici, in centinaia di mozioni tra Camera e Senato ogni gruppo del centrosinistra ha voluto distinguersi dall’altro. Doveva essere la palestra dell’alleanza, si è rivelato il festival della discordanza.
Le divergenze sulla Difesa e sul riarmo sono gli aspetti più eclatanti di una conclamata assenza di progettualità comune. E servono ai leader per affermare con più nettezza le loro tesi. A volte anche a costo di negare la verità dei fatti. Sulla guerra russo-ucraina, per esempio, Giuseppe Conte ha accusato Mario Draghi di non aver voluto dialogare con Vladimir Putin per raggiungere la pace quando era a palazzo Chigi. Ma così è stata distorta la storia degli eventi per fini propagandistici. Dimenticare che l’allora presidente del Consiglio italiano provò ad aprire un canale con Mosca, ricevendo il niet del dittatore comunista e subendo per il suo tentativo le critiche dell’Amministrazione americana e del governo britannico, è un esercizio autolesionista. Perché pur di far dimenticare che di quel governo i Cinquestelle erano parte, Conte rinnega un pezzo di storia del suo Movimento.
Se così stanno le cose, la perdita di credibilità a livello nazionale (oltre che internazionale) contribuisce a rendere più fragile il progetto delle opposizioni e la loro idea illuminista di alleanza, nata come Union sacrée per battere le destre. La cartina di tornasole è proprio l’attività degli ultimi quattro anni in Parlamento. Lì dove un centrosinistra coeso avrebbe potuto tentare di mettere in difficoltà la maggioranza, entrando nelle sue contraddizioni con il gioco delle mozioni o con quello degli emendamenti. Che è l’altro strumento valido per esercitare nelle Camere l’azione politica. Ma Pd e M5S si sono concentrati soprattutto a competere tra loro. Si è visto e si continua sempre più a vedere: c’è attitudine al compromesso.
Eppure il centrodestra ha lasciato ai suoi avversari ampi spazi di manovra, frutto di errori politici e di valutazione culminati nella disastrosa gestione del referendum sulla giustizia. Un’occasione che il Campo largo non ha saputo politicamente sfruttare. E non c’è dubbio che il finale di legislatura si presenti complicato per Giorgia Meloni, perché l’assedio della destra estrema si somma alla crisi interna dei partiti alleati. Ma fino a prova del contrario e pur in mezzo a numerose contraddizioni la maggioranza finora ha trovato una sintesi. A fare da collante sarà stato il potere, ma anche quella trentennale cultura della coalizione che è l’eredità lasciata da Silvio Berlusconi. Una cultura che ad oggi ancora regge alla Camera e al Senato. Perché è in Parlamento che si misura la tenuta di una alleanza. Non a caso Romano Prodi è l’unica personalità politica della storia d’Italia che è caduta con un voto in Parlamento.