La Stampa, 4 agosto 2026
Ballroom e arco di trionfo, a Trump interessa solo questo
«Sono noccioline». È il 24 maggio quando Donald Trump si fa immortalare nel cantiere della sala da ballo, la “Ballroom” che sorge al posto della East Wing della Casa Bianca. Le noccioline cui il presidente Usa si riferisce sono le conseguenze economiche del conflitto in Iran, e agli americani chiede di pazientare.
Quel giorno i malumori dei repubblicani non rimasero più contenuti dentro le austere aule di Capitol Hill, e qualcuno recapitò il messaggio che il presidente dovrebbe occuparsi dell’economia che tocca i portafogli degli americani più che dei suoi «vanitosi progetti».
Maggie Haberman, notista politica del New York Times che da anni segue Trump, nel suo ultimo libro (Regime Change, co-firmato con il collega Jonathan Swan) racconta di quanto i progetti di rinnovamento di Washington e il desiderio di lasciare un’eredità duratura (fisica, monumentale più che politica) ossessionino Trump. Parlando nel podcast del New York Times con Ezra Klein, Haberman ha detto: «Se ci fosse un grafico per spiegare come Trump ripartisce i suoi pensieri, ebbene il 70% di questi è legato a manutenzione e rinnovamento». Nel corso dell’intervista che il presidente le ha concesso in marzo, Haberman ha riferito che la maggior parte della conversazione finiva sviata sull’Arco di Trionfo, sulla Ballroom, sul Reflecting Pool, sulla pulizia di Washington. Il presidente era praticamente all’oscuro del grande tema di allora: la guerra in Iran era al 17esimo giorno e già uscivano indiscrezioni sulla tenuta degli arsenali vuoti. «Il presidente non occupa tempo pensando al conflitto», ricorda la giornalista come «se non gli importasse per nulla del mondo». Un distacco evidente che si riflette pure – come denunciano più o meno apertamente i repubblicani – rispetto anche alle questioni di politica interna ed economiche.
Trump ha parlato della sala da ballo 40 volte nel 2026, 9 volte solo nel mese di maggio. Nel 2025 il tema è balzato fuori 35 volte. In una riunione in gennaio con una dozzina di Ceo delle più grandi imprese energetiche Usa e alcune straniere (per l’Italia c’era Claudio Descalzi di Eni) nella East Room, il presidente si alzò dalla sedia e aprì le tende per vedere e spiegare l’avanzamento dei lavori. Pure al cospetto di Xi Jinping citò la Ballroom, luogo ideale per un pranzo di Stato; alla cena dei corrispondenti della White House disse che dopo l’attentato sventato, le ragioni per la sala da ballo erano ancora più urgenti.
L’Arco di Trionfo è ancora un progetto. Trump non si capacita del fatto – parole sue – che «57 città nel mondo ne abbiamo uno, e Washington no». Quando un reporter della Cbs gli chiese nello Studio Ovale dinanzi al modellino dell’Arco, per chi fosse, quale fosse lo spirito di tale impresa e a chi fosse dedicato, Donald rispose: «A me». Nel corso di un meeting chiamò Macron per chiedere consiglio visto che di “Arco di Trionfo” i francesi si intendono. Gli chiese: «Ha un terrazzo per gli ospiti? Possono saltare giù? Come si sale?». Lo investì di domande. Simili a quelle che ha fatto ad altri leader stranieri nel bel mezzo di meeting su Gaza o sulla crisi in Ucraina o in Iran.
La Ballroom doveva costare 200 milioni di dollari, «la pagheranno i donatori, i privati», annunciò in pompa magna. Poi i costi sono lievitati a oltre 600 milioni di dollari e appena 293 milioni vengono da donazioni. Il Reflecting Pool dinanzi al Lincoln Memorial – Trump era infastidito dall’acqua verdognola – doveva essere rimesso a nuovo con 1,5 milioni. L’acqua azzurra è durata pochi giorni, poi le alghe hanno preso il sopravvento. I costi sono decuplicati: secondo la Nbc la cifra è di 16 milioni di dollari.
Trump, comunque, ha trovato il tempo per discutere con i senatori repubblicani e ritirare la nomina di Todd Blanche ad Attorney General. Non aveva i voti. Li ha trovati domenica sera dopo aver firmato un accordo che avrebbe ritirato il fondo di compensazione da 1,8 miliardi di dollari per le vittime della politicizzazione della giustizia. Anche questo è un tema che lo ossessiona. —