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 2026  agosto 04 Martedì calendario

L’ultimo minatore racconta la strage di Marcinelle

S i è salvato per caso, grazie a fortuite coincidenze. Non era in miniera quel maledetto giorno di settant’anni fa. Urbano Ciacci, classe 1935, minatore al Bois du Cazier di Marcinelle nel distretto carbonifero di Charleroi. Si è sposato pochi giorni prima della tragedia che si consuma l’8 agosto 1956. È in Italia quando viene a sapere dell’incidente e di un incendio che trasforma le gallerie della miniera in una trappola mortale. Si precipita da Milano verso Bruxelles e da lì corre a prestare soccorso ai suoi colleghi. «Sono l’unico sopravvissuto di tanti che lavoravano ogni giorno in questo posto». Parla così a Charleroi, con un filo di voce, in una sala gremita di studenti e studentesse che ascoltano catturando riferimenti a luoghi e contesti lontani. Una scintilla provoca il grande incendio, probabilmente un vagoncino di carbone urtando accidentalmente una trave d’acciaio incendia l’olio nebulizzato, trasformando in breve i pozzi in un gigantesco camino in fiamme. Sono passate da poco le otto del mattino, il bilancio è impietoso: dei 272 lavoratori ne muoiono 262. Una strage: 136 cittadini italiani (molti abruzzesi), 95 belgi e altri di varia provenienza. La macchina dei soccorsi lavora tra i carboni ardenti tirando fuori i corpi per due settimane, fino a quella terribile espressione pronunciata a voce alta, in italiano nel piazzale principale: «Tutti cadaveri!». Settant’anni dopo, l’ultimo minatore di Marcinelle indossa con orgoglio la tuta di lavoro, la cintura stretta al corpo e in mano la preziosa lampada che accendeva prima di scendere in miniera. «Tutte le volte che posso mi vesto così. È un modo per ricordare chi non c’è più. E tutto sommato mi sento a mio agio, come se potessi tornare indietro». Sulla giacca in bella vista la medaglia con il numero identificativo, il 709, che compare sulle dotazioni individuali. A ogni numero una persona, una lampada e un kit da lavoro. Alla fine di ogni giornata il compito di pulire e mettere in ordine in piccoli armadietti riconoscibili dalla stessa numerazione. Indossa un fazzoletto rosso attorno al collo, ci tiene a spiegare che «serviva per coprirmi il volto a metà in modo da potermi riparare dalle polveri sottili che finivano purtroppo nei polmoni; a noi non ci chiamavano per nome ma di numero, non ero Urbano ma 709». E la sua storia scorre in frasi dirette, senza retorica: «Venivo da Fano, nelle Marche. Ora vivo qui, con la mia famiglia, in Belgio. Non avevo ancora compiuto 19 anni quando sono emigrato, nel 1954. Eravamo in difficoltà, volevo lavorare. Sembrava una scelta conveniente». Una storia come tante, di chi cerca di poter vivere meglio, per 25 anni in miniera. Oltre cinquantamila italiani si trasferirono nelle miniere del Belgio dopo l’accordo del 1946: duemila lavoratori a settimana, in cambio la possibilità di poter acquistare il carbone a prezzi convenienti. Uomini in cambio di materie prime, manodopera da una parte, energia dall’altra. Uno scambio diseguale per un Paese che soffre di povertà e disoccupazione e per un altro che ha bisogno di braccia energiche per produrre di più. Chi arrivava nei pressi della miniera trovava alloggio: «Questi capannoni erano le nostre case – ricorda Ciacci – due famiglie in ogni complesso con l’acqua fuori, in una fontana per tutti». Gli studenti, anche quelli italiani giunti nell’ambito del progetto ABC di Roma capitale e della Regione Lazio, gli chiedono spesso come si lavorava: «La mattina alle sette il primo turno, con un ascensore si scendeva a 900 metri all’altezza del primo pozzo. Fino alle 15 non si poteva uscire, il calcolo era di otto ore dentro lo stesso buco. La misura del nostro guadagno era il carbone: il minimo giornaliero era tre metri in lunghezza e uno di profondità. Ma più metri facevi e più guadagna vi. Un calcolo semplice. Si poteva anche guadagnare molto, alcuni sono riusciti a fare soldi in quegli anni in miniera. Ma tanti si sono ammalati, le condizioni di lavoro erano rischiose e non lo sapevamo. Tante cose le abbiamo capite dopo». Il sito della miniera è dal 2012 patrimonio mondiale Unesco, monito per non dimenticare. A seguito della tragedia, la catastròfa (un misto di francese e italiano) vennero introdotte garanzie di sicurezza sul lavoro per chi scavava sottoterra. Dopo decenni di abbandono la miniera è diventata un luogo di memoria: la vecchia ferrovia, i binari con i vagoni per il carbone, i macchinari nel museo, gli spogliatoi rimasti intatti. L’ultimo minatore è una guida preziosa, si muove con circospezione e accortezza, nel rispetto del silenzio quando entra nel memoriale: 262 foto in bianco e nero e una voce di sottofondo che scandisce nomi e città di origine delle vittime. «Li conoscevo tutti, come posso dimenticarli? So chi sono e cosa facevano, cosa ci dicevamo nei momenti di pausa. Il dolore non mi lascia in pace. Ricordo l’arrivo in miniera, la corsa dall’Italia dopo il matrimonio, come se fosse oggi. Il dolore, i pianti dietro al cancello d’entrata, i parenti disperati. La scala qui fuori, l’ultimo gradino prima di scendere verso le gallerie. Non ho mai visto nulla di simile, è stata la tragedia più grande». Sullo sfondo, la sagoma della miniera che raccoglie le storie di tanti e le memorie che nei decenni successivi hanno ricostruito testimonianze e segmenti di biografie (Paolo Di Stefano, La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956, Sellerio, 2026, nuova edizione). Un monumento in marmo di Carrara porta i nomi incisi delle vittime riconosciute (M. Leroy, Personne ne devrait mourir inconnu. L’enquête sur les mineurs non-identifiés du Bois du Cazier, Éditions du Basson, Charleroi, 2026). Un lungo percorso per accertare le identità mentre la giustizia definiva il suo controverso cammino: in primo grado (1959) assolti gli imputati, direttori e ingegneri dell’impianto; l’incendio sarebbe stato il riflesso di un errore umano del manovratore. Due anni dopo, in appello, la condanna per il direttore dei lavori (sei mesi con la condizionale) e una multa simbolica. I risarcimenti della società mineraria alle famiglie vennero ritenuti irrisori e offensivi. Dal 2001 l’8 agosto è diventata la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, da una tragedia sono scaturite norme di sicurezza: un organismo europeo permanente di controllo, l’obbligo di maschere antigas, sistemi antincendio, il vincolo dell’utilizzo di fluidi idraulici non infiammabili per i macchinari posizionati sottoterra. E ieri dal Senato è arrivato un primo ok (all’unanimità) al disegno di legge che rende monumento nazionale la piazza Caduti di Marcinelle e la Cappella delle vittime di Marcinelle: si trovano a Manoppello, in provincia di Pescara.