Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  agosto 04 Martedì calendario

Cosìè e come è nato Welcome to favelas

Quindici post in meno di tre giorni. Tutti nella stessa direzione. Mentre la destra sovranista internazionale prova a trasformare Ceuta nel simbolo dell’invasione dell’Europa, in Italia c’è una pagina che fa esattamente la stessa operazione. I migranti diventano «i nuovi europei». Pedro Sánchez è un «criminale». Giorgia Meloni è la leader che «alza la testa». Si parla di «sostituzione etnica», si invoca «il modello polacco», si rilanciano influencer della galassia Maga e si racconta una crisi migratoria che non esiste. Quella pagina è Welcome to Favelas: milioni di follower e visualizzazioni nata come gigantesca bacheca del degrado urbano per mano di Massimiliano Zossolo, arrestato dopo gli scontri del 15 ottobre 2011 durante la manifestazione degli Indignados a Roma e poi condannato per devastazione e saccheggio. Welcome nasce proprio durante i suoi arresti domiciliari. Oggi quella pagina è diventata il laboratorio di una certa politica. Una fabbrica che tutti conoscono e che, allo stesso tempo, sembra non esistere. Almeno formalmente. Quello di Ceuta non è un episodio isolato. È il punto di arrivo di una trasformazione iniziata diciotto mesi fa quando Welcome si tramuta in un laboratorio politico capace di produrre contenuti originali, costruire campagne e dialogare con la galassia trumpiana. Esempi: Donald Trump torna alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025. Tre giorni dopo Welcome pubblica un post in cui racconta di avere incontrato un emissario di Elon Musk. Da quel momento la direzione cambia. Arrivano i post in difesa di Musk. Quelli dedicati a Peter Thiel. Quelli che promuovono Palantir proprio mentre in Italia si discute del riconoscimento facciale. Le inserzioni per Polymarket, la piattaforma di scommesse di cui Donald Trump Jr. è advisor. Fino al 27 luglio scorso, quando Welcome annuncia di avere presentato domanda per partecipare al programma del Dipartimento di Stato americano “Developing Civilizational Bonds, Democratic Resilience and Rule of Law in Europe”, un bando che mette a disposizione fino a tre milioni di dollari per finanziare progetti europei. Un’iniziativa che ha provocato la reazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha parlato apertamente del rischio di interferenze americane nella politica europea. È a questo punto che la storia cambia. Perché più si prova a capire chi ci sia dietro Welcome to Favelas, più la struttura sembra dissolversi. È come se fosse stata costruita per non esistere. Il fondatore, si diceva, è Massimiliano Zossolo che la immagina durante i suoi arresti. Il primo marchio viene depositato il 3 giugno 2014. I titolari sono tre: lo stesso Zossolo, Gianmarco Ciotti e Lorenzo Napolitano. Chi sono? Un idraulico, dice qualcuno, un amico, insomma più che sconosciuti. Poco più di un anno dopo, però, compare un secondo deposito. È il gennaio del 2016. Il marchio “Welcome to Favelas” non è più intestato ai tre fondatori ma interamente a Marin Cankja, residente a Fucecchio, in provincia di Firenze. Da quel momento la ricostruzione diventa ancora più difficile. Non compare una società editoriale chiaramente riconducibile al progetto. Non c’è un bilancio. Non c’è un rendiconto economico. Sul sito internet la partita IVA rimanda allo studio che, secondo Zossolo, avrebbe semplicemente realizzato la piattaforma. Lui, invece, nell’intervista rilasciata a Report, sostiene di avere una «partita IVA personale». La questione, però, non è formale. È molto più semplice: dove finiscono i soldi che Welcome incassa? Zossolo dice che le sponsorizzazioni «le incasso io». Ma aggiunge che i volumi d’affari sarebbero «rasenti lo zero», che nel 2025 le attività commerciali sarebbero state «più o meno zero» e che, in sostanza, Welcome sarebbe ancora un progetto portato avanti come volontariato. Eppure Welcome oggi è molto lontana dalla pagina nata durante gli arresti domiciliari di Zossolo. Anche quell’inizio, per certi versi, è particolare. Attorno ai primi gruppi Facebook collegati alla pagina si sviluppa infatti un universo dedicato alla pornografia amatoriale. Per anni il nome Welcome to Favelas compare nelle polemiche sui gruppi in cui vengono condivise immagini intime senza consenso e nella vicenda della cosiddetta “Bibbia”, il gigantesco archivio pornografico finito al centro delle indagini della Polizia postale. Zossolo ha sempre respinto qualsiasi coinvolgimento, sostenendo di non essere mai stato indagato per quella vicenda e di avere collaborato con gli investigatori. Ma quella è ormai un’altra storia. Oggi Welcome non è più una sola pagina. È un ecosistema. Lo racconta lo stesso Zossolo. Attorno al marchio ruota una rete di decine di pagine che si rilanciano reciprocamente contenuti e pubblico. Cronaca Italiana. Trash News. Milano Bella da Dio. Emergenza Baby Gang. E molte altre. L’obiettivo è presidiare temi diversi, ma alimentare continuamente lo stesso flusso di traffico. Il canale Telegram e i gruppi Fb fanno da alimentatori delle camere dell’eco. Ovunque spuntano i banner per piattaforme di scommesse, criptovalute, trading e servizi digitali. Nelle ultime settimane sono arrivate anche le inserzioni dedicate a Polymarket. Parallelamente cresce la produzione politica sovrapponi bile: Ceuta, immigrazione, sicurezza, la campagna referendaria per il sì, Musk, Palantir, Peter Thiel. Una macchina editoriale che produce contenuti originali ogni giorno, costruisce campagne coordinate, sviluppa relazioni internazionali e raggiunge milioni di utenti. Quando guardate una storia di Welcome to Favelas, quindi, sappiate che quella non è più soltanto una pagina Instagram. È un sistema. La porta di benvenuto non è più quella di una favela. Ma di uno di quei grattacieli tanto cari a Donald Trump.