la Repubblica, 4 agosto 2026
La politica antimigranti della premier socialdemocratica danese
R egina dei ghiacci” o il sempreverde “iron lady”: i soprannomi si sprecano per Mette Frederiksen, la premier danese che ha scombussolato la sinistra europea con la sua politica iper restrittiva sui migranti. In Europa, i “compagni”’ sono divisi tra chi la adora e chi la ritiene una populista pericolosa. Ma Frederiksen è diventata una delle donne più potenti in Europa anche in virtù della sua capacità di intercettare e arginare la grande emorragia di operai e lavoratori in fuga dalla sinistra. Le sue dichiarazioni sembrano spesso scippate ai leader di destra: «l’immigrazione di massa ha distrutto in parte il nostro quotidiano»,«“dobbiamo sentirci sicuri quando prendiamo il bus di notte», «dobbiamo rafforzare le frontiere esterne della Ue». Frederiksen è straconvinta che siano argomenti di sinistra. Tanto che nella crisi di Ceuta non ha avuto dubbi con chi schierarsi, tra il “compagno” Pedro Sanchez e l’avversaria di destra Giorgia Meloni. Anzi, sull’immigrazione, Frederiksen e Meloni sono ormai la “strana coppia”, le gemelle diverse accomunate dalla stessa idea: i migranti vanno fermati. Entrambe rilanceranno l’idea di creare degli hub esterni alla Ue dove scaricare le procedure di asilo europee. E sul piano interno, Roma e Copenaghen condividono una “strategia della deterrenza” portata avanti con determinazione, la danese da socialdemocratica, l’italiana da postfascista. Nata 48 anni fa nello Jutland del nord, ad Aalborg, figlia di un tipografo e un insegnante, Frederiksen respira sin da giovane l’aria delle piazze e degli scioperi, e si iscrive 15enne ai socialisti danesi. Quando i suoi coetanei “pogano” ai concerti grunge, Frederiksen vive da militante il declino della sua città. Negli anni ’90 dell’euforia della globalizzazione e del neoliberismo, il commercio di aringhe e cemento va in crisi o si sposta in Asia. E nella testa di Frederiksen si scolpisce una certezza: la globalizzazione e le crisi migratorie sono una minaccia, per i suoi concittadini danesi. Sono crepe nel famoso “modello danese”, esempio globale di uno Stato sociale onnipresente e generoso, che si riverberano anche sui partiti tradizionali come il suo, insidiati dalle sirene della destra populista. Frederiksen entra in Parlamento il giorno prima del suo 24. compleanno – più giovane deputata della storia – e diventa primo ministro a soli 41 anni – altro record. E da quel giorno del 2019, la “regina dei ghiacci” porta avanti e rafforza la stretta sui migranti avviata dopo la crisi dei profughi del 2015 dal suo predecessore, il conservatore Lars Løkke Rasmussen. Una rivoluzione che per tanti compagni somiglia a un tradimento. Ma per lei chi voglia salvare il “modello sociale danese” non può essere naïf: da quando ha assunto le redini dei socialdemocratici Frederiksen ha già sterzato a destra, ha parlato di «peso» dei migranti invece che della «cultura del benvenuto», ha predicato la necessità di essere «sinceri» prima che ideologici. Nel 2019 la sua strategia si dimostra vincente: diventa premier dimezzando la destra populista. E proclama l’obiettivo degli «zero richiedenti asilo». Sotto la sua guida Copenaghen porta avanti le scelte controverse dei conservatori come le politiche “anti-ghetti”, ossia lo spostamento forzoso delle famiglie di migranti dai quartieri a rischio segregazione. Ma la premier va oltre: rende i ricongiungimenti più complicati, taglia i sussidi, concede i diritti di asilo rigorosamente in via temporanea e avvia i rimpatri ‘facili’. Frederiksen è la prima in Europa a dichiarare la Siria “paese sicuro” e a riportare lì i rifugiati. Ed è una convinta sostenitrice della necessità di esternalizzare le domande di asilo in Paesi extraeuropei. La danese ha tentato in Ruanda quello che Meloni ha tentato in Albania – entrambe hanno fatto cilecca ma Ursula von der Leyen considera quell’idea plausibile per l’intero continente. E intanto in Danimarca le richieste d’asilo sono crollate a meno di 1.900 nel 2025. Dieci anni fa erano ancora 20mila.