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 2026  agosto 04 Martedì calendario

Abel Ferrara si racconta

Abel Ferrara sa come si balla tra le gocce di pioggia. È il poeta maledetto dei nostri tempi. «Abel è la prima vittima del mondo di Dio», scrive nella struggente autobiografia, Scene. Il suo cinema visionario e selvaggio, fatto di up&down, è il viaggio di un artista «contro» che colpisce lo spettatore e lo fa riflettere. Trasforma violenza, dolore e caos in racconto per immagini, ha attraversato il suo Rubicone più volte. Era fuori come un balcone. Ora i veleni di droga e alcol sono un ricordo. Abel Ferrara non è un regista: è un mondo. Siamo con Abel grande cuore al Brick Space, dove sorseggia dell’acqua. È il suo rifugio romano dove la barman cinese dopo un secondo ti tratta da amico e ti chiama per nome, nella multietnica piazza Vittorio, caotica e sensuale come i suoi film. Qui abita, qui suona la chitarra con la sua giovane moglie Cristina, sua figlia undicenne Anna all’arpa e altri artisti come lui. Sale a casa, a pochi passi da qui, torna con una copia del libro, che ogni tanto sfoglia per mettere a fuoco i pensieri, e mi scrive una dedica: «Continua a cercare la verità».
Abel, i suoi primi passi nel cinema?
«Vengo dal Bronx, una specie di zona di guerra abitata da lavoratori del Sud Italia. Avevo i capelli lunghi e un’aria da folle. E avevo bisogno di soldi per il mio film. Era il 1975. Matty Ianniello controllava il gioco d’azzardo, i furti negli appartamenti, le truffe finanziarie, le carte di credito false. Dove c’era l’illecito c’era lui. Conoscevamo entrambi la vita di strada. Ci presentò mio padre, pensando fosse il momento di farmi conoscere da chi poteva darmi una mano. Se non fossi cresciuto sentendo quella parlata non avrei capito nulla».
Dunque?
«Matty inquadrava la situazione e all’istante la metteva in atto. Mi propose di seguire il manager di Frank Sinatra, fai quello che ti chiede di fare, disse. Io volevo girare un film, non seguire un tizio. Alla fine fu mio padre, giocatore d’azzardo in bolletta a cui doveva un sacco di soldi a gente poco raccomandabile, a mettere 25 mila dollari, che non rivide mai. Le scommesse erano il business di famiglia. Si prova un brivido solo quando è in ballo tutto quello che si ha».
Come arrivò suo nonno a New York?
«Era di Sarno, si chiamava Abel come me, raggiunse Napoli a piedi. C’è sempre qualcosa di Cristoforo Colombo negli italiani. Non voleva più raccogliere pomodori nel caldo asfissiante e prese una nave per New York, nemmeno in terza classe: passeggero clandestino. Era onesto e stacanovista, senza aspetti criminali. Mio padre tenne l’aspetto stacanovista e aggiunse quello criminale. Era un duro che non arretrava mai. Una volta mi fissò come un agente della Omicidi e disse a mia madre: Il pezzo grosso è tornato da Hollywood».
Il suo debutto?
«Avevo 24 anni. Un film a luci rosse. Il problema è che l’unico attore porno reclutato fu un disastro, gli stavo dando 300 dollari per spassarsela. Ero furibondo, se la svignò dalla scala antincendio. Il set di 9 Lives of a Wet Pussy fu la mia scuola. Ci attaccavamo ai lampioni per prelevare corrente. Ma il porno non faceva per me, era contro la mia natura. In ogni caso al cinema non puoi mai sottilizzare troppo sulla provenienza dei soldi, mai rifiutato un centesimo da qualunque fonte arrivasse».
Il suo primo grande successo avvenne mentre stava toccando il fondo.
«Ero dipendente da crack quando, nel ’92, giravo Il cattivo tenente. La gente è convinta che sia un film sulla redenzione, ma la redenzione è un viaggio, non una destinazione. In fin dei conti, quello è un manuale su come distruggere la propria vita con l’alcol e la cocaina. Quanto a me, divenni un tossico. Lo terminai in una situazione senza speranza. Desiderio, paranoia, alienazione. Ero seduto davanti a casa mia come se stessi fumando una sigaretta. All’angolo c’erano gli Alcolisti anonimi. La cura era a 50 metri da me ma non riuscivo a vederla, e fu così per parecchio tempo».
Nello stesso periodo, «Ultracorpi-L’invasione continua».
«Los Angeles è ossessionata dalle ricerche di mercato. Si scelgono a caso ragazzini per sottoporgli domande incrociate in cerca della verità. Poi si torna al montaggio e si risistema il film sulla base di quelle osservazioni. Fu un disastro. Un dirigente degli Studios mi disse: se vuoi fare un film qui, assicurati che si possa trasformare nell’attrazione di un parco a tema».
Capitolo Asia Argento.
«William Gibson mise New Rose Hotel dentro racconti brevi. Otto pagine in cui riuscivi a sentire l’odore di Sandii, la protagonista. Un insieme di flashback in cui lo stesso evento accadeva diverse volte. Non ricordo chi caldeggiò il nome di Asia. Lei mi disse che conosceva il mio cinema fin da ragazzina. Mi chiamò, le dissi di chiamare il casting per l’appuntamento. Mi rispose: sono a un isolato da te con una bottiglia di vodka. Qual è il citofono?».
E poi?
«Asia si tirò dietro la valigia, mise i vestiti nel mio cassettone, entrò in bagno. Io non mi ero mosso dalla poltrona, mi sembrava di stare a teatro. Asia spense la luce e si infilò sotto le coperte. Alle sei del mattino dovevamo girare. Per tutto il giorno Asia restava Sandii, musa e amante di Willem Dafoe. Mi sentivo in Paradiso. Un giorno mi svegliai e lei era sparita. Aveva disteso i petali delle rose che le avevo comprato in una scia, fino alla porta d’ingresso. Molto tempo dopo mi disse che è quando si sta innamorando di una persona che comincia a tradirla».
La sua amicizia fraterna con Willem Dafoe?
«Quale altro attore leggendo cinque pagine ti dice vorrei fare questo film? Ci parlavamo da una finestra all’altra. Era mio vicino di casa, ora se n’è andato in campagna, a Sacrofano. Una vita tra pavoni e alpaca, rurale».
Ha dedicato un film a Pasolini.
«Le informazioni su di lui a New York arrivavano col passaparola. Non c’erano film in streaming. Vidi il Decameron e fui folgorato da quel cinema libero, spontaneo, anticonvenzionale. Pasolini nel mio pantheon prese il posto di Godard. Poi arrivò il 1975. L’omicidio. Non era James Dean che si schiantò sull’auto. Niente era paragonabile all’essere schiacciati dalla propria auto da un marchettaro accanto al vecchio idroscalo di Ostia».
Come smise con la droga?
«Devo ringraziare la compassione del popolo italiano. Sono andato a vivere a Roma dopo le Torri Gemelle, nel 2001, l’America non tutelava più la libertà dell’artista, è qualcosa che non attiene alla cultura americana, gli investitori latitavano. E devo ringraziare Salvatore Ruocco. Era un boxeur fino a quando sferrò un pugno all’arbitro, fu squalificato e si buttò nel cinema. Ha recitato in alcuni miei film. Mi chiama fratello ma siamo più padre-figlio. Mi portò in un posto sulle montagne sopra Napoli, sovvenzionato dallo Stato, in Usa una clinica per disintossicarti può chiederti 100 mila dollari al mese. Avevo accanto ragazzi che imparavano a riparare auto o a lavorare il legno».
Com’era la vita al centro?
«Il metodo non era basato sulla disciplina ma sull’amore. Alle dieci di sera staccavano la luce, anche se io avevo una lampada a batteria per il mio stato di vip. Niente Internet o cellulare. Nel caldo, non riuscivo a dormire più di dieci minuti. Mi procuravo libri a peso, belli grossi, senza vedere l’autore. Adesso capivo Moby Dick. Burroughs e Poe cominciarono a non andarmi più a genio, ero a disagio nel sentire droga e alcol in pagine che avevo adorato. Un giorno, al canto di un gallo, respirai l’aria pulita, ero tornato il ragazzino che andava in bici in campagna. Mi sentii così bene che pensai che ci fosse qualcosa che non andava in me. A colazione, i ragazzi del centro mi videro e capirono. E mi abbracciarono».
Abel, cos’è la sobrietà?
«È ritrovare la tua personalità dietro il fantasma che eri diventato. Sai cosa dice una parabola dei nativi americani? Dentro ciascuno di noi ci sono due lupi, quello malvagio e quello buono. A sopravvivere è quello che nutri».