Corriere della Sera, 4 agosto 2026
Sulla morte di Pasolini
Una cosa è certa, assolutamente certa: il due di novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini non fu ucciso da Pino Pelosi al termine di un rapporto sessuale.
Quella è la balla che è stata costruita per annientare l’immagine pubblica, la storia, le parole di uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento. Una delle schifezze confezionate in quegli anni da quel grumo di melma che teneva uniti, in un’unica poltiglia, criminalità comune, pezzi dello Stato e della magistratura, servizi e strutture segrete, logge massoniche, terroristi di vario colore.
La tesi costruitaSi cercò di dimostrare, a dispetto di ogni evidenza giuridica, come l’autore di «Ragazzi di vita» fosse un adescatore di minorenni che quella sera avrebbe «rimorchiato» alla Stazione Termini il diciassettenne Pino Pelosi e, dopo una cena al Biondo Tevere, ristorante dell’Ostiense, lo avrebbe portato all’Idroscalo di Ostia per consumare un rapporto sessuale a pagamento. Ma non basta: dopo l’assassinio, Pelosi, arrestato dai carabinieri, imbastisce una tesi ancora più orrenda. Pasolini avrebbe cercato di violentare il giovane Pino che lo avrebbe ucciso per evitare che lui lo penetrasse, visto il rifiuto del ragazzo, con un paletto che il poeta aveva raccolto da terra. Quindi su Pasolini e il suo pensiero civile si doveva abbattere non solo lo stigma dell’omosessualità, allora come oggi assurdamente presente, ma quello orrendo, definitivo, del violentatore di minorenni. Una pagina di interrogatorio bastava per giustiziare per la seconda volta un uomo il cui pensiero, esageratamente libero per quelli e questi tempi, aveva disturbato molti, troppi. Nel libro di Simona Zecchi «Pasolini massacro di un poeta» sono riportate le parole che, ancora nel 1979, Pelosi consegnò a Oggi: «Non ho ucciso Pasolini volontariamente, lui mi aveva aggredito per violentarmi. Gli ho sferrato un calcio nei genitali per difendermi. Poi sono scappato…».
Perché proprio lìPelosi, nel corso della sua breve e convulsa vita, ha sostenuto varie tesi su quella notte all’Idroscalo. Di una di esse sono stato testimone diretto, ma ci torneremo.
Ora fermiamoci sul luogo del delitto. Una zona della Roma del disagio, baracche e degrado. Un campo di pallone o qualcosa che gli assomigliava. Una notte fredda e piovosa. Perché Pasolini avrebbe dovuto scegliere, per consumare un atto sessuale, un posto così lontano dalla stazione Termini dove fa salire Pelosi sulla sua Alfa Gt e così distante dal Tiburtino dove il ragazzo abitava in un appartamento dell’Ina- Casa? La risposta è una sola: perché lì, in quella landa desolata, era fissato un incontro con altre persone. Lo scopo era presumibilmente quello di recuperare le pizze del suo film «Salò, le 120 giornate di Sodoma», un capolavoro di straziante attualità, che erano state trafugate ad agosto insieme a pellicole di Fellini e Damiani dagli stabilimenti Technicolor di Roma. È una storia complessa, ma ormai alla luce del sole, ormai definita.
I contatti dopo il furtoNe parlerà Sergio Citti, figlio di quel mondo e attore di Pasolini, dicendo a Guido Calvi, avvocato di parte civile: «Devo riferire ciò che Pier Paolo mi disse a Ostia, l’ultima volta che lo vidi a cena… che aveva trovato da solo un contatto per riavere le pellicole del film… Mi disse che aveva un appuntamento ad Acilia, la sera del primo novembre».
Il ricatto era iniziato con una richiesta assurda al produttore della Pea, Alberto Grimaldi, che rispose offrendo cinquanta milioni.
La storia delle pizze è centrale. Forse è stata la grande trappola usata per togliere di mezzo Pasolini. Fatto sta che quella sera, quando l’Alfa si ferma nell’acquitrino dell’Idroscalo, a bordo Pelosi, forse consapevole, arrivano altre auto. Lo dichiarano dal primo momento decine di testimoni, lo racconta nel suo libro lo stesso Pelosi, molti anni dopo: «Dal buio assoluto, quasi irreale, vidi spuntare i fari di due automobili, davanti a una di loro una moto. Le macchine si fermarono a raggiera puntando entrambe gli abbaglianti verso la Gt, come fosse la scena di un film. Non capivo cosa stesse succedendo. I fari delle auto si incrociarono, riconobbi immediatamente la Gilera dei Borsellino...».
I fratelli BorsellinoFermiamoci un attimo: chi sono i fratelli Borsellino? È lo stesso Pelosi, poche pagine prima, a descriverli così, i suoi amici delle case del Tiburtino: «I Borsellino non avevano grandi capacità dialettiche e tentavano di conquistarsi la fiducia e il rispetto dei più grandi cominciando a frequentare le sezione fascista di via Subiaco, una stradina alle spalle di via Tiburtina. Il risultato che ne venne fuori: due lobotomizzati che ripetevano a pappagallo una miriade di cazzate assorbite in sezione. Parole come “rivolta”, “potere”, “i negri a casa loro”, gli “zingari bruciati” e via discorrendo».
Le altre autoTorniamo al vivido, ma chissà se completo, racconto di quella notte da parte del più certo testimone: «Franco era alla guida, Giuseppe dietro di lui. Riuscii a riconoscere le due auto: una Fiat 1500 scura e una Gt identica a quella di Pier Paolo… Dalla Gt non scese nessuno mentre dalla Fiat uscirono tre uomini. Uno alto, grosso, con la barba folta venne dritto verso di me. Mi afferrò per il giubbetto e mi sbattè con violenza addosso alla rete. “Adesso fatte i cazzi tua. Statte fermo qui e nun te move”».
Da quel momento inizia il linciaggio di Pier Paolo Pasolini, l’uomo che aveva scritto il suo articolo «Io so» sulle colonne del Corriere della Sera, che stava investigando, con l’incanto di un intellettuale e non con la prudenza di un giornalista, sulle vicende dell’Eni, di Cefis e sulla morte di Mattei per il suo libro «Petrolio» che uscirà postumo e incompleto.
Pasolini viene massacrato di botte. Chiama «mamma» e cerca di sottrarsi all’aggressione. Era, l’ho conosciuto, un uomo sportivo, con grandi capacità atletiche, non si sarebbe fatto sopraffare in quel modo da un ragazzino di diciassette anni.
I tanti testimoniFurio Colombo racconterà la testimonianza di Ennio Salvitti: quella sera «erano in tanti». Su il Messaggero nel 2010 un testimone dirà a Claudio Marincola: «In tanti videro e sentirono cosa accadde quella notte del novembre 1975. Lo videro grazie ai fari di un’altra auto che illuminò la scena del delitto. E sentirono perché sarebbe stato impossibile tapparsi le orecchie e non udire lo strazio di Pasolini». Oriana Fallaci per prima non aveva creduto alla versione ufficiale e aveva ascoltato il testimone di una telefonata in cui si diceva che bisognava dare una lezione a Pasolini. Sono anni bastardi, quelli. A Milano Franca Rame viene sequestrata e stuprata per punirla del suo impegno politico, al Circeo un gruppo di fascisti segrega e violenta due ragazze, Rosaria Lopez che morirà e Donatella Colasanti che resterà segnata per tutta la sua vita. Il terrorismo di destra e di sinistra impazza per condizionare la vita politica italiana e in questo si fa complice o strumento di disegni di destabilizzazione che provengono da varie parti.
Torniamo a Pelosi. È in carcere, si è autoaccusato di un omicidio forse memore di quanto, secondo il suo stesso racconto del 2011, uno degli aggressori dello scrittore gli aveva detto quella notte all’Idroscalo: «Caro ragazzo, scordati tutto, perché questa sera tu non hai visto niente e nessuno. Pino, noi sappiamo chi sei e dove abiti. Conosciamo tua madre, tuo padre e tua sorella. Se fai lo stronzo tu sai cosa vi succede, no?».
Una storia sporcaAl ragazzo i genitori indicano il nome di un avvocato che è stato loro suggerito da un giornalista de Il Tempo iscritto alla P2, che suggerirà a Pelosi «di accollarmi l’omicidio e di mantenere questa linea, sostenendo a spada tratta che sul luogo del delitto ci fossi solamente io». Consulente di parte verrà designato il professor Aldo Semerari, legato a servizi e camorra, che finirà barbaramente ucciso.
È evidentemente una storia sporca, quella della morte di Pasolini. L’unica cosa certa è che non è andata come hanno cercato di farci credere. Me lo dirà personalmente Pelosi, presentandosi a sorpresa alla presentazione pubblica di un volume curato da Maccioni, Rizzo, Ruffini, «Nessuna pietà per Pasolini». Mi disse, pubblicamente e poi a parte, che lui non poteva rivelare di più perché aveva paura e che quando era in carcere qualcuno era andato a «imbruttirlo». Parole confuse, contraddittorie. Ma rivelatrici dell’unica verità, confortata da mille riscontri: Pasolini è stato ucciso da varie persone, quella notte all’Idro-scalo di Ostia.
D’altra parte nella prima sentenza, quella del Tribunale minorile, firmata da Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo, tutto era scritto:
«Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». Il tempo ha confermato che così andò. Bisognerebbe ora solo che qualcuno avesse ancora voglia di cercare davvero il movente di un assassinio organizzato per spegnere la voce di un intellettuale odiato e temuto perché libero.