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 2026  luglio 30 Giovedì calendario

La Grecia mette una taglia sul pesce palla maculato

È entrato nel Mediterraneo attraverso una porta scavata dall’uomo e, in pochi decenni, è passato da curiosità zoologica a problema gestionale. Il pesce palla maculato, noto anche come pesce palla argenteo (Lagocephalus sceleratus) è oggi una delle specie aliene invasive più problematiche. Originario dell’Indo-Pacifico e del Mar Rosso, ha raggiunto il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, lungo la rotta biologica nota come migrazione lessepsiana. La sua traiettoria è emblematica di molte specie aliene: dal primo ritrovamento nel bacino, nel 2003, si è diffuso rapidamente verso occidente. L’ampliamento del canale ne ha agevolato il passaggio, mentre il riscaldamento del mare ha favorito il suo insediamento.
Ha il corpo allungato, il dorso punteggiato e quattro placche dentarie fuse in una sorta di becco: è proprio questa dentatura a renderlo celebre nei video, immancabilmente virali sui social, nei quali riesce a spezzare persino una lattina. Una dentatura che lo rende temuto anche dai pescatori: può recidere lenze, aprire squarci nelle reti e divorare le catture rimaste impigliate. Non solo: si alimenta di pesci, crostacei e cefalopodi, tra cui seppie, calamari e polpi, incidendo sulle stesse risorse sfruttate dalla pesca costiera. I morsi alle persone sono, in compenso, decisamente rari e il pesce non inocula veleno: le mascelle possono provocare ferite meccaniche serie, ma il principale rischio sanitario è legato al consumo. Diversi tessuti possono infatti contenere tetrodotossina, una potente neurotossina resistente alla cottura, capace di bloccare la trasmissione degli impulsi nervosi e, nei casi più gravi, di provocare paralisi respiratoria. Per questo il pesce non deve essere mangiato né commercializzato.
Per la piccola pesca greca, intanto, l’invasione ha già un costo. Il Financial Times lo ha raccontato ad Astypalaia attraverso la storia di Stathis Evangelou, pescatore di quarta generazione. Da bambino incontrava soltanto pochi esemplari, soprattutto nelle acque più profonde; oggi deve mettere in conto reti strappate, pescato perduto e intere giornate dedicate alle riparazioni. Le attrezzature accumulate sulla sua barca valgono circa 15 mila euro. Secondo Paraskevi Karachle, biologa dell’Hellenic Centre for Marine Research, i danni possono tradursi in perdite annue di almeno 8.500 euro per pescatore. I numeri vanno però letti con prudenza.
In Grecia non esiste ancora un monitoraggio sistematico della biomassa della specie e molte informazioni sulla sua distribuzione derivano dalle catture e dalle segnalazioni degli stessi pescatori. Per offrire loro un sostegno, il governo greco ha avviato un programma pilota da 1,5 milioni di euro, finanziato nell’ambito del programma europeo per la pesca, l’acquacoltura e il mare. Il progetto prevede una sorta di “taglia” sul pesce palla maculato: fino a 5,33 euro per ogni chilogrammo consegnato dai pescatori professionisti. L’intervento riguarda, per ora, Creta e l’Egeo meridionale e comprende la raccolta, la pesatura, la conservazione temporanea, il trasporto e la gestione degli esemplari, oltre al monitoraggio scientifico. L’obiettivo è duplice: ridurre localmente la popolazione invasiva e restituire almeno una parte del reddito perduto a chi ne subisce gli effetti.
Ma una taglia non è una formula magica. L’esperienza di Cipro ha prodotto finora risultati modesti e gli ambientalisti chiedono che la pesca mirata tenga conto delle stagioni riproduttive, delle dimensioni degli esemplari e delle aree nelle quali l’intervento può essere realmente efficace. Senza dati solidi, la rimozione rischia di rappresentare un sollievo economico più che una soluzione ecologica. Un’eradicazione della specie dal Mediterraneo appare oggi difficilmente immaginabile. La sfida è contenerne l’impatto, impedirne il consumo e comprendere come convivere con un mare la cui geografia biologica cambia sempre più rapidamente.
In Italia il quadro è, per il momento, molto diverso da quello osservato in Grecia. La specie non raggiunge ancora densità tali da determinare un impatto sistematico sulla piccola pesca, ma le segnalazioni confermate mostrano che il processo di espansione verso occidente è in corso. Il primo ritrovamento documentato nelle acque italiane risale al 2013, a Lampedusa. Nel gennaio 2014 un altro esemplare fu catturato ad Avola, nel Mar Ionio. Ulteriori segnalazioni hanno poi interessato soprattutto Sicilia, Calabria e Puglia. Nell’aprile 2025 un nuovo esemplare è stato catturato nelle acque della Sicilia sudorientale.
"Non dobbiamo trasferire automaticamente lo scenario greco alle coste italiane”, spiega Francesco Tiralongo, ittiologo e ricercatore di Zoologia presso l’Università di Catania, nonché responsabile scientifico del progetto AlienFish. “In Sicilia le catture restano sporadiche e non abbiamo oggi evidenze di popolazioni numerose o di danni economici paragonabili a quelli registrati nell’Egeo. Tuttavia, la ricorrenza delle osservazioni indica che la specie riesce a raggiungere il settore centrale del Mediterraneo e che le condizioni ambientali possono favorirne una presenza sempre più frequente”.
Quel che è certo è che la Sicilia, in ragione della sua posizione geografica, rappresenta quindi un avamposto essenziale per l’allerta precoce. “Negli ultimi mesi abbiamo però registrato un aumento allarmante della specie nelle acque italiane più meridionali, in particolare a Lampedusa”, aggiunge il ricercatore. In questa fase, secondo Tiralongo, la priorità non è introdurre una “taglia” sul pesce palla, come accaduto in Grecia, ma rafforzare una rete coordinata di sorveglianza che coinvolga pescatori professionali e ricreativi, subacquei, cittadini e istituzioni. “Ogni cattura deve diventare un dato: servono fotografie, località e coordinate, profondità, attrezzo utilizzato e dimensioni dell’esemplare. Eventuali incentivi alla rimozione avrebbero senso soltanto in aree con abbondanze e impatti verificati e dovrebbero essere accompagnati da monitoraggio scientifico, tracciabilità e smaltimento sicuro”. Il messaggio per il pubblico resta netto: l’animale non deve essere consumato né commercializzato. In caso di cattura è opportuno evitare manipolazioni non necessarie, documentare l’esemplare e trasmettere rapidamente la segnalazione alle autorità competenti o ai programmi nazionali di monitoraggio. Anche per questo ISPRA e CNR hanno avviato la campagna “Attenti a quei 4”, dedicata a quattro pesci invasivi tossici o veleniferi, tra cui Lagocephalus sceleratus.