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 2026  luglio 30 Giovedì calendario

Valeria Rossi ricorda l’estate del 2001

Non ha il linguaggio imprenditoriale degli artisti-squalo. Non dice frasi a effetto, non dà giudizi, ogni tanto si perde pure. Davvero la “normal one” Valeria Rossi – classe 1969, nata a Tripoli ma cresciuta a Mentana – in una vita precedente è stata una popstar? Ebbene sì, nell’estate di 25 anni fa, in cima alle classifiche con Tre parole, sole-cuore-amore, più su di Vasco Rossi con Ti prendo e ti porto via e di Zucchero con Baila (Sexy thing). “One hit wonder”, si dice, una volta e mai più. Ma senza rimpianti, anzi: «Non ho trovato il successo per caso, solo quello non era il mio mondo. E, giocoforza, l’ho perso presto. Sono fatalista, è stato giusto così». Goodbye 2001, «l’ultima estate felice», prima che Genova e le Torri gemelle cambiassero il mondo. Oggi è una terapeuta, lavora ancora con la voce, ha una famiglia, medita, e con i diritti di una canzone diventata leggenda si concede qualche sfizio. «Ma non mi sono stancata di parlarne. È una responsabilità: il brano resta, ha vita a sé; io racconto chi sono diventata nel frattempo».
Chi è oggi?
«Una libera professionista. Terapeuta a tempo pieno, collaboro con le Asl e varie realtà. Aiuto le persone a conoscersi, a ritrovare le proprie emozioni, anche attraverso la voce e la musica. Tutto torna. Mi interessa la salute mentale e sto lavorando a un progetto che informi gli artisti sui rischi del mestiere, che sono tanti».
Ci è passata?
«Sì, ma non ho rancori. Ero ingenua: una parte di me voleva il successo, un’altra desiderava restare nascosta. Non mi ascoltavo e mi sono fidata delle persone sbagliate. Abbiamo lavorato male, ma la colpa è mia: non ero pronta. Volevo solo lasciare un’impronta».
Comunque l’ha lasciata. Il segreto di “Tre parole”?
«Il fatto che sia entrata nel Dna di questo paese aiuta, è un classico. L’avevo scritta per uno spot e la lavorai con Francesco Cabras e Liliana Richter, due eccellenze che hanno fatto la differenza. L’idea del ritornello con “sole-cuore-amore”, per dire, è una grande intuizione di Cabras. Oggi è sinonimo di banalità, ma non sono le parole in sé a fare la differenza, conta come le si usa. Quel testo ha un mix di spensieratezza e malinconia che funziona e non è affatto banale. Aveva tante chiavi di lettura, è questo il segreto. Noi ci abbiamo creduto subito».
Gli altri?
«Meno. Non entrò a Sanremo Giovani; al Festivalbar, Salvetti non volle inserirla nella compilation perché nessuno sapeva chi fossi. Dopo qualche settimana ero prima in classifica, ma ormai era tardi. In compenso, a settembre mi diedero il Premio Rivelazione».
I pezzi estivi si sono impoveriti?
«Un po’. Le canzoni durano poco e il pubblico, con i social, è diviso in bolle. Un successo come quello di Tre parole, che fu di tutti, oggi mi sembra meno possibile. Di conseguenza le etichette vanno al risparmio, timbrano il cartellino e recuperano modelli già vecchi. Tra i nuovi mi piace Alfa, ma ascolto poco».
Che ricordi ha dell’estate del 2001?
«Solo lavoro. Non mi sono goduta il successo, neanche il tempo di montarmi la testa. Ero sempre in giro a suonare o in studio a chiudere in fretta e furia un disco che ancora non c’era, per cavalcare l’onda. Quando ho avuto il tempo di respirare, era già tutto finito».
È stata l’ultima estate felice, si dice.
«Concordo, ma tre drammi cambiarono tutto: l’elezione di Berlusconi, Genova e, appunto, l’11 settembre. Li ho vissuti tutti male. All’università facevo parte delle Pantere, vengo da lì. Ricordo Blob, le immagini del G8 con in sottofondo Tre parole. A volte il bisogno di spensieratezza di certe canzoni si scontra con la realtà, ma il cuore era a Genova».
Le è dispiaciuto che quel successo sia finito così presto?
«Sul momento sì, poi ho capito che era destino. Ho lavorato come autrice, poi ho persino vinto un concorso pubblico. Pensavo di cambiare il sistema da dentro, ingenua anche lì. Così sono passata alla libera professione».
Che cosa le ha dato questa seconda vita?
«L’ascolto di me stessa e un senso del collettivo che, per vicende familiari, mi era mancato. I miei genitori scapparono dalla Libia, perseguitati da Gheddafi: è un aspetto che in parte mi ha segnata. Medito e pratico Qi gong. È sempre stato un mio interesse, ma dopo una brutta malattia, avendo tempo a disposizione, l’ho approfondito».
Suo figlio 17enne che cosa pensa della sua vecchia vita?
«Lo diverte. In casa la viviamo con serenità, non sono di quelle che odiano la propria unica canzone. Ogni tanto mi vede in televisione, di sicuro mi aiuta con TikTok, dove sono un disastro».
Già, perché ha appena pubblicato un nuovo brano, “Rivedendo te”.
«Con me ci sono il cantautore Vima e il produttore S.S.D., finalmente ho trovato le persone giuste con cui lavorare. È un pezzo indipendente, ma è già entrato nelle rotazioni radiofoniche: ne sono felice».
Le sta tornando la voglia?
«Vediamo. Nel 2001 non ero pronta per un ambiente tosto come quello della musica. Magari, tra altri 25 anni, lo sarò».