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 2026  luglio 30 Giovedì calendario

Eterno Pinocchio, creatura selvaggia divisa tra l’Io e l’Es

In quanto bambino Pinocchio è “selvaggio”, un enfant terrible megalomane, crudele, sfacciato, sguaiato, imprevedibile, rissoso, e a tratti persino commovente. Lui è senza dubbio il capofila d’una genia di ragazzacci che si ritrovano nei romanzi di Dickens, nelle storie di Mark Twain come Huckleberry Finn, fino a Pippi Calzelunghe e al Giovane Holden. Ma c’è poi un altro Pinocchio, il suo doppio, quello che abita il legnoso corpo irriducibile, che trae le proprie forze dal mondo ctonio che si stende sotto i suoi piedi.
Pinocchio, la fantastica creatura di Collodi, di cui si sono appena celebrati i 145 anni dalla nascita sul Giornale per i bambini (e i 200 dalla nascita dell’autore), è perciò un trickster, alla lettera un mistificatore, un imbroglione o, per dirla con la mitologia, un “briccone divino”, uno di quei semidei che con il loro comportamento costruiscono mondi e subito dopo li demoliscono, attratti dal gran caos dell’esistenza in cui si trovano a loro agio nonostante tutto. Briccone significa truffaldino, ma non per cattiveria o malanimo, piuttosto per l’impossibilità di essere altro che così. Pinocchio è ignorante come ogni trickster presente nelle storie raccolte dagli etnografi: il burattino sa tutto e insieme non sa un bel niente. Per questo lo instradano verso la scuola, e non solo perché è un ragazzino dai tratti selvaggi, irruenti, incontenibili, e come tale dovrebbe stare lì a imparare le buone maniere, ma anche per moderare la sua stessa ignoranza divina, qualità che tutti gli altri temono. Infatti può frequentare liberamente nelle sue storie esseri mostruosi come Mangiafuoco, oppure il ributtante Omino di Burro, ma anche gli animali parlanti, grilli, lumache, cani, gatti, volpi, uccelli e pesci, che vivono nel suo misterioso Regno.
La stessa Fatina, con la sua corte dei miracoli, che porta con sé a ogni cambio di scena, e che comunque non l’abbandona mai, è in effetti mostruosa nonostante le apparenze rassicuranti: ambivalente come il suo protetto, o meglio: come il suo figlioccio. Al Gran Teatro dei Burattini, dove lavorano Arlecchino e Pulcinella, suoi fratelli, lo riconoscono immediatamente: sanno il suo nome e le sue imprese, ancora prima che cominci a compierle. Vedendolo entrare nel loro luogo di esibizione Arlecchino esclama: «Numi del firmamento! Sogno o son desto? Eppure quello laggiù è Pinocchio…». Fratello di legno, Arlecchino è lui stesso un trickster.
Italo Calvino aveva visto nella Storia di un burattino un «romanzo gotico», l’unico della nostra letteratura. Nel suo mondo ci sono: la bara, le locande malfamate, l’impiccagione, il carro silenzioso diretto al Paese dei Balocchi, gli assassini imbacuccati, e altre performance nere, come l’annuncio della Casa dei morti. Elémire Zolla, da grande studioso di esoterismo qual era, ha individuato nella «bella Bambina dai capelli turchini» la reincarnazione nientepopodimeno che di Iside, la maggiore divinità egizia, il cui culto misterico s’era diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo. Nel paesaggio toscaneggiante che il burattino attraversa a piedi tutto è magico, compreso il mare mosso col Pescecane che altro non è che la Balena che ha inghiottito Giona.
Come scrisse Pietro Citati su queste stesse pagine, nel finale la trasformazione di Pinocchio nel ragazzino in carne e ossa contiene «molte cose nascoste». Il burattino aveva desiderato passare la propria vita con il padre e la madre, ma questo non avviene: la Fata dai Capelli Turchini non diventa la madre terrena e scompare con lo svanire della fiaba. Così cessano le trasformazioni, i cambiamenti di forma e d’identità: tutto si stabilizza intorno a lui. Il labirinto degli incantesimi si è dissolto e non incombe più su di lui. Adesso che è un ragazzo vero può osservare sé stesso appoggiato a una seggiola: «Col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava dritto». Così conclude: «Com’ero buffo, quand’ero burattino! E come ora son contento di essere diventato un ragazzino per bene!». Ora c’è la Realtà, scrive Citati: «Il lavoro, la scuola, il denaro». Non salterà più con quelle gambette di legno sul tavolato del Gran Teatro per recitare la propria storia e non correrà più a rotta di collo inseguito da suoi nemici. La metamorfosi della vita s’è compiuta.
Finale assai discusso, ma come avrebbe potuto essere diverso? La bellezza del racconto non sta ovviamente in questa conclusione, ma in tutto quello che lo precede, nel modo stesso con cui il libro lo narra: «La necessità interna del suo ritmo – scrive Calvino – della sua sintassi d’immagini e metamorfosi, che fa sì che un episodio deve seguire un altro in una concatenazione propulsiva».
Questa la fonte del «potere genetico» di Pinocchio, «modello di narrazione d’avventura» che ogni scrivente della nostra lingua incontra come primo libro, e in cui riconosce la propria selvatichezza: raccontato o letto da altri, o compulsato direttamente, spesso ancora prima di imparare a compitare le lettere. Pinocchio non è solo una storia da leggere ma una storia che ci legge con le sue indecifrabili vicende, come direbbe Manganelli, suo gran commentatore. Che tutto questo riguardi quella famosa interruzione, il 29 ottobre 1881, quando Collodi abbandonò la sua creatura legata alla Quercia Grande con la corda al collo mentre un pernicioso vento la sbatteva avanti e indietro senza dargli tregua? Riprenderà il racconto, come si sa, abitato da chissà quali nuovi pensieri, su impellente richiesta dei piccoli lettori, il 16 febbraio 1882. Così questo libro a due velocità è diventato uno dei più diffusi nel mondo con quel bambino uno e bino molto speciale.