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 2026  luglio 30 Giovedì calendario

Intervista a Neri Marcorè

Osservatore formidabile, è stato protagonista degli anni gloriosi della satira: che si trattasse di politici (Gasparri, Casini, Conte, Di Pietro) o personaggi (Alberto Angela, Ligabue), Neri Marcorè ha restituito i dettagli, anche quelli che solo lui sapeva cogliere. «Volevo fare tante cose, non solo le imitazioni; non mi bastavano». Attore, conduttore, musicista, regista: il 31 luglio compie 60 anni.
Grande passione per Giorgio Gaber (da ottobre tornerà in scena con Mi fa male il mondo, regia di Giorgio Gallione), a settembre sarà sul set per dirigere il secondo film da regista. Non ne parla, dice che sente la responsabilità e sarebbe tentato di girare direttamente il terzo. «Mi pare» ridacchia «che fosse Troisi che diceva: “Tanto il secondo andrà male”. Dopo Zamora c’è aspettativa». Nato a Porto Sant’Elpidio, ha mantenuto lo sguardo curioso da provinciale. L’impegno con RisorgiMarche e con la Lega del filo d’oro, è Ufficiale al merito della Repubblica («L’onore più grande»). Schivo, vita privata davvero privata, sposato con Selene, tre figli, è ironico e saggio.
Fin qui soddisfatto?
«Nei vari percorsi che ho fatto mi sono divertito e ho trovato un modo per crescere. Sì, sono soddisfatto».
A sessanta anni i bilanci si fanno?
«Sì perché devi fare il punto della situazione, non tanto per guardarti indietro, ma per capire dove devi andare. Nessun rimpianto. Il mio sguardo è sul presente e sul futuro».
Da bambino chi ha visto per primo il suo talento?
«I miei genitori. Figlio unico, ero piuttosto timido, mia mamma, donna solare, mi ha spinto. Lei non ha mai fatto niente nello spettacolo, ma ha una certa predisposizione, pare che da piccola imitasse i vicini. Ha un buon orecchio e canticchia, lavorava in casa, orlatrice, faceva le tomaie delle scarpe. Babbo, invece, falegname, lavorava dietro casa».
Che infanzia è stata la sua?
«Molto felice, con i genitori e i nonni sempre vicino a me».
Primi ricordi?
«Ascoltavamo la radio, molte chiacchiere. E lì ho capito che mi piacevano le caratterizzazioni. Il debutto fu a Radio Aut Marche, mi scoprì Giancarlo Guardabassi. Da ragazzino ho seguito la mia strada da studente, nessuno pensava che avrei scelto lo spettacolo. Forse neanche io. Ma appena finita la Scuola interpreti a Bologna, due mesi dopo, ero in tv». Ammetterà, un percorso curioso.
«Nel 1988 ho vinto una puntata della Corrida, nel 1990 ero a Stasera mi butto, tutti noi i finalisti fummo presi da Raffaella Carrà a Ricomincio da Due».
Come si trovava a Roma?
«Non sono partito con la valigia di cartone, ero dalla sorella di nonna che viveva alla Garbatella. I miei erano contenti, tutto nuovo».
Nel 2001 conduce su Rai 3 Per un pugno di libri: è vero che guardandola in tv Pupi Avati la scelse per il ruolo del timido Nello del film Il cuore altrove?
«Verissimo. Il primo anno di conduzione non ero sciolto, questo mio essere “il non bravo presentatore” colpì Antonio Avati, che chiamò Pupi. Mi prese senza provino. Pupi ti sceglie e ti cambia la carriera».
Con Serena Dandini si è scatenato.
«Eh sì, anni bellissimi, un rapporto continuativo: primo impegno nel 1995 con Producer – Il grande gioco del cinema, mi scelse perché apprezzava la mia ironia. Abbiamo continuato per anni, anche grazie al rapporto con Corrado Guzzanti. Ho dato, ci siamo divertiti e sono cresciuto con loro».
Le imitazioni le hanno regalato la popolarità, poi le ha abbandonate. Perché?
«Distinguerei i piani: la visibilità e il desiderio personale. Quando mi sono ritrovato a fare questo mestiere, volevo imparare. Ho seguito Michele Gammino nel doppiaggio, uditore, poi ho seguito un corso. Non pensavo di fare l’imitatore tutta la vita. Pur non rinnegando niente, sapevo che c’erano cose meno visibili che potevo tirare fuori. Poi non volevo ritrovarmi a una certa età, a fare quello che facevo a 24 anni. L’idea era di fare un po’ tutto, motivo per cui ho scelto il cinema e la fiction. Tutti pazzi per amore ebbe un bell’impatto».
Poi nel 2019 partecipa a “Gli stati generali”.
«Dissi a Serena: “Non ho più niente da dire”, lei: “Vieni, che ci divertiamo”. E ho tirato fuori cinque o sei cose».
Una era il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, esilarante amministratore di condominio. Addio alle imitazioni però poi andò a DiMartedì a fare le copertine per Giovanni Floris.
«A quel punto del percorso, non erano più la torta ma la ciliegina».
È sempre di sinistra e “disilluso”?
«Ancora più di sinistra adesso, perché auspico un equilibrio tra poteri e ricchezza, più solidarietà, un approccio umano a problemi complessi. Se ci sono povertà, disperazione, emarginazione, è facile che si inneschi la violenza. Invece della repressione, mi auguro che le sacche di rabbia vengano disinnescate in partenza, con più servizi e risorse. Mi rendo conto, è un percorso più lungo».
Ma ha perso la speranza?
«No, a essere pessimista sbagli due volte. Ma la gente ha sempre più paura, vive nell’incertezza, anche per colpa di qualche pallone gonfiato che pensa di trasformare il mondo. Vedere quanto prevalga il capitalismo, il profitto, come si passi sopra a tutto e a tutti, beh, questo renderebbe ancora più importante il ruolo della sinistra».
Il problema è l’opposizione?
«Capisco che in Italia fare l’opposizione non sia facile, sento troppi slogan da una parte e dell’altra. Bisognerebbe parlarsi e riconoscere quello che di buono fa l’altro. Il muro contro muro fa male, vede come strumentalizzano i fatti di cronaca? Ci vuole buona volontà e capacità di ascolto. Non si può passare subito alla cassa».
Ha tre figli: che padre è?
«Bisognerebbe chiederlo a loro, certo non sono un papà-fratello. I miei figli non sognano lo spettacolo. Ci sono state stagioni diverse da padre, oggi ho una consapevolezza che a 40 anni non avevo. Macinavo col lavoro, fatalmente sono stato assente, c’era mia moglie. Ma ho cercato di essere autorevole più che autoritario, con calma. Sa come si dice: basta dare l’esempio».
Cosa pensa di avergli insegnato?
«La serietà e il rispetto delle persone con cui si lavora. I figli vedono come ti comporti, poi ci mettono la loro sensibilità. Fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo. Ho capito che non bisogna aspirare alla perfezione; è impossibile in tutti gli ambiti».