corriere.it, 30 luglio 2026
Intervista a Giacomo Rosselli
Per milioni di italiani è stato Daniele Rutelli, l’eterno fidanzato de I ragazzi della 3ª C, uno dei personaggi simbolo della serie cult – andata in onda per la prima volta dal 1987 al 1989 su Italia 1 – che ancora oggi continua a essere trasmessa e riscoperta da nuove generazioni. Ma prima di diventare uno dei volti più amati della televisione degli anni Ottanta, Giacomo Rosselli, oggi 65 anni, è un ragazzo milanese, nato e cresciuto all’ombra del Duomo, dove ha vissuto fino ai diciassette anni, prima di trasferirsi a Roma per inseguire il sogno della recitazione. Nel telefilm, Daniele era il classico adolescente mai cresciuto che arriva sempre in ritardo, si addormenta in classe e si succhia ancora il pollice e forma una coppia litigarella con la sua fidanzata della prima elementare. Giacomo Rosselli ha poi recitato in alcuni film degli anni Ottanta come «Vacanze in America» e «Amarsi un po’», e da allora si dedica soprattutto al teatro.
Rosselli, vi aspettavate che I ragazzi della 3ª C diventasse un fenomeno generazionale?
«Assolutamente no. Ricordo benissimo la mattina dopo la prima puntata. Ero con Renato Cestiè (l’attore che interpreta Massimo Conti, il «bello» della classe, ndr), stavamo giocando a tennis, telefonammo alla produzione per sapere come fosse andata e ci dissero che era stato un successo enorme, del tutto inaspettato. Da lì cambiò tutto. Ma che la serie sarebbe diventata un cult capace di attraversare le generazioni era impossibile immaginarlo».
Qual è il ricordo più bello di quegli anni?
«Il primo anno fu il più bello. Non c’era ancora il successo. Eravamo semplicemente un gruppo di ragazzi che si stava conoscendo. Eravamo una squadra vera. Stavamo insieme anche fuori dal set, ci frequentavamo, ci conoscevamo. Era tutto molto spontaneo».
Quell’amicizia è rimasta?
«Sì. Con Renato Cestiè siamo ancora amici e ci sentiamo regolarmente. Ma siamo rimasti in contatto praticamente tutti. Abbiamo una chat del cast dove ci ritroviamo ogni tanto. Ci sono anche Sharon Gusberti, Fabrizio Bracconeri e gli altri. È un legame che non si è mai interrotto».
Rivedendo oggi la serie, qual è stato il vero segreto del suo successo?
«La naturalezza. La gente non ci vedeva come attori, ma come compagni di classe. Era tutto molto genuino. Molti interpreti, poi, non arrivavano dalle scuole di recitazione. Erano persone prese dalla vita vera e questo dava autenticità ai personaggi».
Un esempio?
«Ennio Antonelli, che interpretava Spartaco Sacchi, il padre di Bruno, era un caratterista, ex pugile. Non era un attore di formazione, ma aveva una naturalezza straordinaria. A un certo punto, dopo un ictus, fu sostituito da Paolo Panelli, che era uno dei più grandi attori italiani. Panelli era bravissimo, naturalmente, ma quel personaggio perse qualcosa. Antonelli si portava dietro la sua storia, il suo modo di parlare, di stare in scena. Era autentico. E quella autenticità era proprio uno dei segreti della Terza C. Eravamo a cavallo tra il neorealismo e la serialità televisiva. C’era una semplicità che il pubblico percepiva immediatamente. Credo che proprio questa miscela abbia fatto la differenza».
Anche i Vanzina avevano intuito questa formula?
«Sì. Enrico e Carlo Vanzina, ideatori della serie, erano professionisti straordinari. Dietro quella apparente semplicità c’era un mestiere enorme e poi il regista era Claudio Risi. Insomma, famiglie che hanno fatto la storia del cinema italiano».
Lei ha conosciuto alcuni giganti del cinema. Chi l’ha impressionata di più?
«Sono stati due incontri completamente casuali e diversi. Dino Risi mi metteva una soggezione enorme. Lo incontrai per un film che poi non feci: ai miei occhi era un monumento del cinema italiano, con quella presenza imponente, i capelli bianchi... intimidiva. Federico Fellini, invece, era l’esatto contrario. Era affabile, chiacchierone, ti metteva subito a tuo agio. Ricordo quell’umanità con grande piacere».
Oggi il mestiere dell’attore è cambiato profondamente?
«Quando ho iniziato era tutto molto più artigianale. Se il tuo volto poteva interessare per un ruolo, andavi in produzione e incontravi il regista, o almeno l’aiuto regista. Il provino era sempre in presenza. C’era un rapporto umano che oggi si è quasi perso. Oggi gran parte delle selezioni passa invece attraverso i self tape, registrazioni video che gli attori realizzano da casa. Registri tutto e mandi il video all’agenzia. Sul set, però, una volta che si comincia a lavorare, l’atmosfera è rimasta sorprendentemente la stessa».
Il cognome Rosselli evoca molto altro…
«Sì, sono nipote dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, intellettuali e giornalisti antifascisti assassinati in Francia nel 1937. Nello era mio nonno. Questo in un certo modo mi ha cambiato il modo di guardare il mondo. Da ragazzo ero meno consapevole. Crescendo ho letto i loro scritti, ho approfondito il loro pensiero e ho capito quanto fosse moderno. Non apparteneva né al comunismo né alla Democrazia cristiana. Era un socialismo liberale, profondamente europeo. Nella casa di famiglia, all’Impruneta, quando ero piccolo, la loro memoria era ancora presente: lo studio di mio nonno Nello era rimasto praticamente com’era. Ma soprattutto si respirava un senso di ingiustizia. Non soltanto per l’assassinio, ma perché nessuno ha mai davvero pagato. Questa ferita ha attraversato le generazioni, della mia famiglia».
A diciassette anni lascia Milano per Roma. È stata una fuga?
Rosselli riflette qualche istante. «Col senno di poi direi di sì. Allora pensavo soltanto al teatro e al cinema. Oggi credo che fosse anche un modo per allontanarmi da una situazione familiare complicata. Però l’ho capito molti anni dopo».
Dopo quasi cinquant’anni a Roma, Milano resta casa?
«Assolutamente sì. Roma è la città dove vivo e che amo, ma Milano è la città dove sono nato e cresciuto. L’imprinting resta quello: il Duomo, la nebbia, corso Italia. Oggi quella zona è pieno centro, ma allora piazzale di Porta Lodovica e viale Gian Galeazzo erano quasi un confine tra il centro e la periferia. Bastava scendere da Gattullo, la storica pasticceria di quartiere, dove mangiavo gli “Special” e mi fermavo a chiacchierare di calcio con Peppino Gattullo, il fondatore. Sono immagini che mi porto dentro da sempre».
Oggi si sente più legato all’eredità storica della sua famiglia o all’affetto del pubblico per I ragazzi della 3ª C?
«All’eredità dei fratelli Rosselli. La Terza C mi ha dato tantissimo e continuo a ricevere l’affetto del pubblico, oltre ai soldi, ogni volta che va in onda. Ma quella storia familiare è parte della mia identità e di quella di tutti gli italiani, almeno lo spero».