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 2026  luglio 30 Giovedì calendario

Gli ayatollah di Teheran tentati dal missile contro l’Ucraina. E così Pechino riarma l’Iran

Loro due, erano tre anni che non si parlavano. Ma i loro servizi segreti, è da mesi che si sussurrano di tutto. La stretta di mano a Washington fra Bibi Netanyahu e Volodymyr Zelensky prima dei funerali del senatore americano Lindsey Graham, pochi minuti e poco più d’un sorriso, fotografa la saldatura fra le due grandi guerre di questi anni Venti. 
Sabato, gli ucraini avevano bombardato le due navi iraniane nel Mar Caspio? Tutto quel che serviva sapere, su quei carichi d’armi destinati alla Russia, era stato gentilmente offerto dall’intelligence di Tel Aviv. Perché ben prima degli ucraini, lo scorso marzo, su quelle acque erano già passati gl’israeliani coi loro caccia: per colpire il comando navale iraniano di Bandar Anzali e distruggere diversi cargo.
La guerra europea dei 53 mesi che s’estende alle 21 settimane dell’ultima ordalia mediorientale. Ci sono molte ragioni per preoccuparsi. L’attacco nel Caspio «non può rimanere senza risposta», aveva postato subito il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, parlando a Volodymyr perché Bibi intendesse. E s’è rischiato davvero, rivela ora il New York Times, che uno scontro Iran-Ucraina fondesse le due guerre in un solo fronte: a Teheran, l’altroieri, qualcuno spingeva per un missile balistico da tirare su un porto ucraino del Mar Nero, finché i diplomatici del dialogo non l’hanno spuntata sui fanatici della rappresaglia. 
«L’Ucraina non è un Paese piccolo e insignificante – ha fatto notare Mehdi Rahmati, analista molto ascoltato dagli ayatollah —, ha esperienza bellica e supporto logistico di Usa e Ue. Non otterremmo nulla, aprendo un nuovo conflitto». E dunque soltanto una «franca» telefonata fra Araghchi e il suo omologo di Kiev, Andriy Sibiha. Con l’iraniano che alla fine s’è fatto bastare la bugia ucraina: sorry, s’è trattato d’un «attacco involontario».
Il rischio resta. E non bastano episodi finiti bene, a escludere la mondializzazione dei due conflitti: dietro i pugili, ci sono i coach che incitano. Sull’asse Iran-Russia-Cina, per esempio, la terza potenza sta entrando di nuovo sul ring con una fornitura a Teheran – «entro poche settimane» – d’un carico di 400 missili antiaerei Qw-12 e Fn-16 a corto raggio e d’agili sistemi portatili di contraerea, tutta roba made in China. Ovviamente Pechino smentisce, ma tre fonti ben informate precisano a Reuters che l’affare da 60-70 milioni di dollari, una delle maggiori commesse della Cina all’Iran, passerà attraverso una società intermediaria di Hong Kong, la Zhongqing Baoshang International Investment.
Non sarà l’unica fornitura. Lo sforzo Pechino-Mosca è congiunto. Proprio attraverso il Caspio, Vladimir Putin sta ricambiando il «favore» dei droni iraniani ricevuti dal ’22 nell’offensiva ucraina: in pochi mesi, Teheran ha perso il 60% del suo arsenale e ha fretta di riarmarsi. È un vecchio progetto sia russo che iraniano, precedente alla crisi di Hormuz, quello di sfruttare il «mare chiuso» per un nuovo corridoio commerciale di 7.200 km, che colleghi il Baltico all’Oceano Indiano e tagli fuori le rotte commerciali occidentali. 
Oltre che armi, così, da quelle parti passa già di tutto: petrolio, grano, mais, mangimi, olio di girasole. E anche il traffico sul Mar Nero, un posto oggi troppo pericoloso, in questi mesi è stato dirottato sul (finora) pacifico Caspio con navi fantasma che staccano il transponder e sfuggono ai satelliti Usa. Una rotta perfetta: il lago più grande del mondo è più esteso del Giappone, è presidiato dall’alleanza russo-iraniana e non è facile intercettarne i commerci, che approdano ai porti di Bandar Anzali o di Olya. «Per muoversi lì, ci vogliono gl’israeliani», dice una fonte diplomatica a Kiev: è stato sempre grazie a loro, mesi fa, se gli ucraini sono riusciti ad affondare una nave russa carica di droni Shahed iraniani. «Netanyahu ha capito che quel mare è pieno d’insidie. E attraverso Zelensky, stavolta, ha convinto anche Trump».