Corriere della Sera, 30 luglio 2026
Paolo Borzacchiello parla di sé e dell’effetto delle parole sul cervello
Il suo mantra è: Abracadabra. «Dovrebbe arrivare dall’aramaico Avrah KaDabra, che significa: “Io creo le cose così come parlo”. Sei tu l’artefice della tua realtà ed essa è legata alle parole che usi per descriverla». Paolo Borzacchiello è uno scrittore e uno dei massimi esperti di intelligenza linguistica in Italia. Esce oggi, al prezzo di 12.90 euro, in allegato al Corriere della Sera e in collaborazione con Mondadori, il suo bestseller Basta dirlo. Le parole da scegliere e da evitare per una vita felice.
Borzacchiello, che tipo di libro è?
«È una sorta di manuale d’uso per il lettori. Nasce dal desiderio di fornire strumenti linguistici a chi si era innamorato del mio romanzo La parola magica. Volevo fornire un vero elenco, una dispensa di parole».
Di cosa si occupa l’intelligenza linguistica?
«Di conoscere l’effetto che le parole producono sul nostro cervello, e su quello di chi ci ascolta o ci legge. E di imparare a utilizzarle nel modo più appropriato».
E cosa accade nel cervello?
«Quando arriva una parola, si attiva un’immagine più o meno prevedibile. Se dico “disturbo” pensi a un rumore forte, un fastidio, una persona che ti stressa. A sua volta quell’immagine evoca una memoria negativa che fa andare in allarme il sistema nervoso e produce ormoni dello stress. Se invece parlo di una “bellissima giornata”, si richiamano sensazioni piacevoli e il cervello produce, pure se in quantità minime, endorfine. Immaginiamo questo processo ripetuto per 30/40 mila parole pronunciate e per le centinaia di migliaia che ascoltiamo e leggiamo ogni giorno».
Due parole da evitare?
«Disturbare e sperare».
Anche sperare?
«Si dice che la speranza anima i cuori. Ma quando diciamo cose come “spero di farcela” o “spero che succeda” in realtà lasciamo il nostro cervello in una condizione di sospensione. Il disturbare, invece, ha a che fare con l’autolimitarsi, per educazione».
Gentili ma falliti, quindi. E le parole positive?
«Due curiose: sì e no. Se riesci a dire cinque sì su questioni su cui non ci sei mai riuscito prima e, idem per i no: la tua vita è risolta».
Dovremmo quindi imparare a parlare utilizzando solo alcune parole e altre no?
«Non esistono parole belle o brutte. Esistono parole che servono a uno scopo. Demonizzarle o cancellarle è sbagliato, nessuna parola è cattiva. Bisogna usarle in maniera coerente rispetto alle nostre intenzioni».
Quali sono le sue due parole «magiche»?
«Sarò retorico, ma sono Aurora e Vittoria»
I nomi delle sue figlie.
«È a loro che mi sono aggrappato. Per loro che mi tiro su dal letto, che vado in palestra ad allenarmi anche quando magari ho appena fatto la chemio. Tiro su pesi perché voglio prendere in braccio mia figlia».
Aveva condiviso sui social il tumore che l’aveva colpita. Come sta?
«Un quarto stadio al retto. Me lo hanno tolto ma lui si è spostato, ed è attivo. Sto meglio ma sono ancora in chemioterapia. Non ne parlo più».
Perché?
«Mi sono accorto che la gente mi donava sostegno ed entusiasmo. Ma io voglio i like per le cose che dico, non perché ho un tumore».
Come è intervenuto, attraverso l’intelligenza linguistica, nel suo percorso di terapia?
«A quelli che dicono: “Ringrazia il cancro per l’opportunità”, rispondo con un insulto. In un cancro non c’è niente di buono. Se pensarla così fa bene a qualcuno, ok. Mi concentro sulle cose e le parole belle, non abusate».
Abusate come?
«Resilienza. Che significa adattarsi e quindi sottomettersi al mutamento delle circostanze esterne».
Meglio resistenza?
«È una parola bellissima, ma molto connotata politicamente. Preferisco rottura, che poi porta alla ricostruzione».
Sono tutte con la «R».
«La “R” è eccitante, quando la pronunci produce vibrazione. È rombo, è rumore, porta in sé l’idea del correre, del cambiare marcia. Del rombare».
A influenzare il cervello sono più le parole che ci diciamo o quelle che ci dicono?
«Statisticamente, quelle che ascoltiamo. Per stare meglio, il primo lavoro dovrebbe essere sulle fonti, limitare le persone linguisticamente tossiche o mettersi le cuffie».
Linguisticamente tossiche?
«Che si lamentano, si lagnano, non propongono soluzioni, parlano male della vita. Che dicono: che brutto, mi sento uno straccio, uno schifo».
Come è arrivato qui?
«Guarendo: dalla balbuzie, dall’asma, dalla timidezza.