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 2026  luglio 30 Giovedì calendario

Intervista a Davide Rampello

Davide Rampello, perché realizzare dei monumenti alla speranza?
«Tutto cominciò con papa Francesco. Il “suo” Giubileo era dedicato alla speranza e così grazie alla Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis, ecco il progetto: nove porte all’esterno di altrettanti istituti penitenziari, a cura del mio studio e grazie ad architetti, designer, registi, persino un’astrofisica come Ersilia Vaudo. Artiste e artisti intesi ciascuno come artifex, artefici di bellezza, che senza richiedere compenso hanno ideato i monumenti».
Figura poliedrica nel panorama culturale italiano, Davide Rampello progetta eventi culturali, spettacoli teatrali, ha curato mostre importanti e ha un lungo passato come regista televisivo, oltre ad essere stato presidente della Triennale di Milano.
Il grande pubblico lo conosce come inviato di Striscia la Notizia, a caccia di paesi italiani e tradizioni culinarie. In questa intervista per la prima volta parla in modo esteso del suo progetto Porte della Speranza.
Porte installate all’esterno delle carceri, da Milano a Palermo. In dialogo con i detenuti. Un messaggio per chi, in un certo senso, deve rinascere o sta per rinascere a nuova vita?
«La radice etimologica di speranza vuol dire andare verso una meta precisa. Penso che in questo momento storico ce ne sia bisogno».
Da Horacio Pagani a Michele De Lucchi, passando per Stefano Boeri. Che cosa lega questi «artifex», come li chiama lei?
«Il desiderio di unire diverse città italiane con un messaggio di inclusione e di appartenenza. Dai loro dialoghi con i detenuti nascerà un film. Le porte sono concepite come una duplice soglia simbolica. Da un lato rappresentano il passaggio dei detenuti dal carcere alla società, valorizzando il percorso educativo e riabilitativo intrapreso e sostenuto dal progetto. Dall’altro, invitano la società a varcare la soglia del carcere, superando i pregiudizi ancora legati alla detenzione e al reinserimento sociale».
Un aneddoto?
«Lei si immagini la mia gioia quando il sindaco di Matera, Antonio Nicoletti, abbracciando il progetto, ha telefonato a Lord Norman Foster e questi ha accettato di essere parte dell’iniziativa».
C’è mai stata una volta in cui ha perso la speranza?
«Mai».
Padre siciliano, madre veneta.
«Sono cresciuto in Laguna, feci la prima mostra nel 1976. Mi ero trasferito a Milano, frequentavo Franco Loi, che è stato anche il mio testimone di nozze, e siccome già amavo il buon cibo cucinavo per Giovanni Raboni e Domenico Porzio».
Poi la televisione, il suo primo grande amore.
«Fu Cino Tortorella, cioè il Mago Zurlì, ad aprirmi la strada delle tv private».
Com’era la televisione agli albori?
«Le dico solo che all’epoca il direttore della Rai di Milano era Raffaele Crovi, un poeta».
La qualità contava.
«A supervisionare la televisione per ragazzi c’era una certa Bianca Pitzorno, oggi considerata una delle maggiori scrittrici italiane».
Lei ha lavorato anche con Ermanno Olmi nella realizzazione di alcuni cortometraggi.
«E grazie agli amici della televisione conobbi Vittorio Sereni, uno dei nostri massimi poeti».
Ad Antenna 3 l’incontro con Enzo Tortora.
«Un uomo precisissimo, scrupoloso, molto colto. Ci davamo de lei. Almeno fino a quando mi chiese la lista dei migliori ristoranti di Milano».
Già all’epoca lei era noto per il buon gusto gastronomico.
«Perché la cucina è la nostra storia. Pensi che i primi a compilare le tradizioni gastronomiche sono stati gli umanisti».
Nel 1979 arriva una telefonata importante.
«Fedele Confalonieri. Mi disse: “C’è un uomo che ti vuole incontrare. Vieni in via Rovani”. Raggiunsi quell’ufficio, entrai e dall’altra parte della scrivania c’era Silvio Berlusconi».
Che cosa le disse?
«Semplicemente che voleva fare concorrenza alla Rai. Conosceva il mio lavoro, facevo il regista con un occhio attento agli allestimenti culturali. All’epoca le tv private erano in embrione e io avevo notato che c’era una prateria tutta da esplorare: il mattino».
Perché in Rai tutto cominciava dal pomeriggio?
«Esattamente. La fascia mattutina era da conquistare e così partimmo con Buongiorno Italia, conduceva Marco Columbro, quel programma è stato il suo primo trampolino di lancio. Con noi cresceva una giovane talentuosa, destinata a una carriera importante, si chiamava Fatma Ruffini».
Un ricordo di Berlusconi.
«Be’ non dimenticherò mai quando lanciammo La Cinq, il Canale 5 francese. L’idea era quella di esportare i programmi italiani in Francia ma non tutti sanno che si produceva a Cologno e poi le cosiddette “pizze”, cioè i girati, andavano a Parigi in aereo. In un mese montai negli studi milanesi, perché in Francia non riuscimmo a trovare gli studi televisivi, nacque la scenografia per la trasmissione inaugurale de La Cinq».
Che giro!
«Galliani usò il satellite riuscendo a mandare in Francia una “pizza”, l’altra copia la portai io in aereo a Parigi assieme a Berlusconi. Quella dell’esordio arrivò due ore prima della messa in onda. Che tensione. Ricordo che Berlusconi era così felice che si mise a ballare in mezzo a un fiume di coriandoli. Solo alla fine, quando finalmente il canale debuttò si avvicinò a me e mi porse la mano: “Diamoci del tu”, mi disse».
È vero che imponeva giacca e cravatta?
«Diciamo che chiedeva decoro».
Oggi lei è ancora amico della famiglia Berlusconi?
«Mi ritengo amico soprattutto di Marina. In fondo l’ho vista crescere: ricordo che da ragazza andava pazza per Miguel Bosè».
Con Massimo Bottura (uno degli «artifex» delle Porte) lei ha ideato il Refettorio Ambrosiano. Come nacque l’idea?
«In occasione di Expo 2015 pensammo a uno spazio dove il cibo in eccedenza potesse diventare un pasto nutriente per chi ne ha bisogno».
Un piatto italiano che le fa piacere citare.
«Troppi. Preferisco concentrarmi sulla straordinaria varietà delle nostre cucine regionali. Pensiamo solo a quella romana, tanto per fare un esempio. Il solo carciofo ha dato vita a due piatti differenti ma ugualmente famosi, il carciofo alla giudìa e quello alla romana. Penso però anche alla coratella o al quinto quarto. Ci sono infiniti modi di declinare il nostro sapere antico e la cucina è il modo migliore per farlo».
Lei è ormai anche uno specialista delle specialità locali.
«A Gonzaga c’è una fiera millenaria dove fanno il baccalà fritto con il formaggio. Non è un’opera d’arte?».