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 2026  luglio 30 Giovedì calendario

La vita complicata dei vicepremier alla guida di partiti malmostosi

Che vita faticosa. Ci risiamo. Eccoli qui i due vice, Antonio e Matteo, un’altra volta costretti a fare il mestiere che più odiano, quello dei domatori, chiusi nella gabbia di partiti malmostosi, spaventati dalle elezioni in arrivo, mai sazi, pronti alla gomitata e allo sberleffo, se non all’agguato. Che poi uno dice, magari se all’attacco ci fossero tigri e leoni. Con quelli basta una zampata e hai finito di soffrire, o, se invece vinci, sei un titano. Macché, qui sono solo graffi, piccoli morsi, ma, ahi loro, continui.
Soprattutto, non ci sono in ballo solo le sorti dei singoli, che stanno comunque con il fucile spianato per non trovarsi tagliati fuori dalle candidature, ma i provvedimenti di questo ultimo anno della legislatura. La legge elettorale, con il nodo delle preferenze. L’allargamento delle intercettazioni in materia di mafia. La questione del riarmo, per il quale ci si divide se usare o no i miliardi del prestito europeo. E perbacco, c’è anche lo scontro sulla tassa del tabaccaio.
Non che le sorti di Salvini e Tajani si somiglino del tutto. A uno, il leader leghista, gli tengono la corda corta, ma nessuno vuole davvero il suo posto, a cominciare da Luca Zaia. Il Carroccio è in piena crisi e i governatori si tengono alla larga. L’altro, Tajani, gli avversari ce li ha, e pure con grandi ambizioni di prendersi il partito. Ma spesso sono solo chiacchiere e sul ring contro Antonio, che ha salvato la Forza Italia del dopo Berlusconi, non hanno il coraggio di salirci davvero.
Il partito del Nord, con tutti i governatori meno Alberto Stefani, il presidente del Veneto che soffre il ruolo di Zaia, di Matteo ne hanno abbastanza. E ogni due per tre gli ripetono: te lo avevamo detto. Gli sbattono in faccia di aver aperto le porte all’invasore Vannacci, di aver venduto la Lega al centro e al sud, di essersi baloccato con il progetto del Ponte, che al momento tale resta. Ha contro i capigruppo, soprattutto Massimiliano Romeo, la Lega Lombarda, e pure la città «santa» di Bergamo.
A Tajani rimproverano di aver strutturato in feudi il territorio, smarrendo la visione politica onirica del Fondatore. E anche la famiglia, con Marina e Pier Silvio, non manca di far sapere di aspettarsi di più.
Poi però ci sono le elezioni, e la paura fa 90, anche a fronte di un campo largo così litigioso da far addirittura venire il dubbio che sappia davvero presentarsi unito alle urne. E allora la maggioranza fibrilla su ogni provvedimento.
Ci sono le preferenze, che Meloni vuole assolutamente per non farsi bocciare la legge elettorale dalla Corte costituzionale. Salvini fischietta, tanto per i parlamentari che eleggerà i capilista bloccati bastano e avanzano. Ma gli altri sì che sono furiosi. Anche perché, conti alla mano, per fare la campagna elettorale con le preferenze ci vogliono molti più soldi. Con i 50 mila euro preventivati non ci fai niente, ce ne vogliono almeno 300 mila, con il rischio poi di buttarli dalla finestra. Tajani è pronto a votarle, le preferenze. Con l’eccezione di Occhiuto in Calabria, è l’unico ad avere truppe sul territorio in grado di portare voti. Se poi Marina e Pier Silvio volessero indicare delle candidature non dovrebbero far altro che chiedergliele. Ma in tutta onestà Antonio non lo sa mica se riesce a portarsi dietro tutto il partito, che le sopporta peggio di un mal di denti.
Pure sulle intercettazioni la Lega porta pesci, che tanto ci pensano gli azzurri e Fratelli d’Italia ad azzannarsi. Lì per Tajani e per Marina c’è un punto di principio, legato al pensiero garantista di Silvio Berlusconi. Ma per Giorgia sono irrinunciabili, le vuole il procuratore antimafia Giovanni Melillo, e lei ha già sul groppone la Bisteccheria di Delmastro.
Ma accidenti, pure le sigarette. Tajani avvia la campagna elettorale al grido di giù le tasse e Giorgetti e Meloni vogliono metterci il carico di un euro al pacchetto. E pure Salvini, Giorgetti o non Giorgetti, dice che non se ne parla proprio.
Per non farsi mancare niente c’è pure la questione del riarmo. Il generale che ama la Russia dice che non è il caso di spendere soldi per difendersi dalla Russia. Buona occasione per distinguersi da Vannacci, per Tajani, che si dice pronto a prendere i miliardi del Safe, il finanziamento europeo. Ma pure Salvini ama la Russia, e soprattutto teme Vannacci, e spoletta Borghi, per costringere Tajani alla frenata.
Tempi duri. Anche perché, calendario alla mano, alle elezioni manca un anno. Apriti cielo.