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 2026  luglio 30 Giovedì calendario

I faziosi e il buonsenso

Il bipopulismo (come alcuni ormai chiamano il bipolarismo all’italiana) produce effetti schizofrenici soprattutto in materia di sicurezza. Da tempo ormai il centrodestra è diventato infatti il paladino dei poliziotti e il fustigatore dei magistrati, sospettati di intendersela con i facinorosi. Dall’altra parte, la sinistra venera i magistrati e non si fida dei poliziotti, al punto di accusarli di tanto in tanto di comportamenti in stile Ice.
I casi del gioielliere condannato per duplice omicidio in Piemonte e dell’uomo di origini marocchine rimasto morto sul selciato di Bologna dopo una colluttazione con due agenti, sono i perfetti esempi di questo pericoloso tentativo di dividere gli apparati dello Stato in buoni e cattivi. Di polarizzarli: l’uno a destra, l’altro a sinistra. Con l’esito di indebolire nel complesso la forza repressiva dello Stato nei confronti di chi delinque. E di consegnare la più delicata delle funzioni della Repubblica alla partigianeria politica e alla conflittualità elettorale. Una delle ragioni per cui – a nostro avviso – è molto meglio che al Viminale resti un prefetto, nell’ultimo anno di legislatura, piuttosto che ci vada un leader di partito, con l’inevitabile intento di trarne consenso.
Dovrebbe piuttosto preoccupare tutti il fatto che, anche dopo vere e proprie sommosse di piazza che hanno coinvolto centinaia se non migliaia tra teppisti e forze dell’ordine, come quelle avvenute a Bologna o in Val di Susa, il bilancio della reazione dello Stato sia per ora così magro.
Due fermati (tedeschi) per «devastazione» dopo l’assalto ai cantieri della Tav; dodici indagati (tutti a piede libero) dopo il tentativo messo in scena a Bologna di «vendicare Fakir» sul momento. Il guaio è che i poliziotti ne prendono pochi e i magistrati ne trattengono pochi. Che, cioè, nel suo complesso lo Stato non sembra in grado di prevenire e reprimere con la necessaria efficacia questo tipo di violenze, peraltro sempre più frequenti.
In un’intervista resa qualche giorno fa al Corriere, l’ex pm Rinaudo ha ricordato che dieci anni fa, insieme al procuratore Gian Carlo Caselli, chiese di applicare nei confronti dei gruppi violenti anti Tav il reato di «associazione con finalità di terrorismo». Il risultato fu che la Cassazione rifiutò questa ipotesi, e i due magistrati vennero duramente criticati pur avendo compreso la pericolosità di chi si nascondeva nel «movimento». Non sarebbe ora di fare autocritica da parte di entrambi gli schieramenti, quelli che stanno con i poliziotti e quelli che stanno con i pm?
E chi ancora si attarda a distinguere i «pacifici» dai «violenti» in manifestazioni organizzate con lo scopo evidente della sedizione, basti l’interpretazione autentica del leader storico del movimento No Tav, l’ottantenne Guido Fissore, il quale ha nettamente escluso che si possa distinguere tra innocui manifestanti e teppisti: «Siamo tutti black bloc – ha detto – quello che è accaduto lì l’abbiamo fatto tutti: siamo tutti responsabili». Tutti hanno assaltato i cantieri, insomma: chi di persona e chi con il cuore. Tanta sincerità meriterebbe forse una riflessione bipartisan, per rinunciare una volta tanto a litigare su un punto che dovrebbe essere, esso sì, pacifico: se non è possibile processare chi assalta un cantiere con il cuore, si potrebbe però impedire che il cuore e la molotov si incontrino in luoghi e in occasioni dove non potranno che incendiare qualcosa. Se non si mette fine insieme alle reciproche ipocrisie, sia la parte politica che «sta coi poliziotti» sia quella che «sta coi magistrati», ne vedremo altre di occasioni così. E prima o poi qualcuno si farà male sul serio.
Per dire della confusione mentale in cui ormai brancola il dibattito politico su questi temi, segnalo un’osservazione che ha fatto l’avvocato Gabriele Bordoni, legale dei due poliziotti di Bologna. Il quale, a proposito della manifestazione subito convocata dal sindaco per chiedere «giustizia per Fakir», ha semplicemente ricordato che la giustizia in Italia viene amministrata nei tribunali e nelle corti. Se la si invoca in piazza, vuol dire che non ci si fida dello Stato di diritto e si vuole procedere per le vie spicce. È così che la giustizia diventa vendetta. Un’altra notevole incomprensione segnalata dal caso di Bologna è la richiesta avanzata da alcuni che a indagare sui fatti non sia la polizia di Stato, visto che due suoi agenti vi erano coinvolti. Ma i tanti reduci della campagna referendaria sui magistrati lo sanno che a condurre le indagini è un pm? E che tutte le forze di polizia sono al suo comando sotto forma di «polizia giudiziaria», quando è in corso un’indagine?
Ecco, ricostruire un po’ di senso comune, o di buon senso se preferite, su come funziona lo Stato e sul suo monopolio dell’uso legittimo della forza, condizione sine qua non della convivenza civile, dovrebbe essere oggi la missione pedagogica di tutte le forze politiche democratiche. Attenzione: bisogna sapere che l’impunità è il più pericoloso nemico della democrazia. È quando le opinioni pubbliche si convincono che il diritto non è più rispettato, che la legge non è più uguale per tutti, che le istituzioni della democrazia traballano, e si viene tentati da avventure, democrature e dittature. Non sembra davvero che il panorama politico italiano attuale abbia bisogno di un ulteriore scivolamento verso la tentazione dell’uomo/donna forte.