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 2026  luglio 29 Mercoledì calendario

In arrivo i test psicologici per i giudici pensati da Nordio

“Rigidità cognitiva, chiusura al confronto, procrastinazione decisionale, tendenza a confermare le proprie ipotesi senza metterle alla prova, pensiero preconcetto”. Ma anche “impulsività, instabilità/vulnerabilità emotiva” e “assenza di autocontrollo”; o ancora “pregiudizi, narcisismo, protagonismo, arbitrarietà”. Anche una sola di queste caratteristiche psicologiche, a breve, basterà a impedire l’accesso alla carriera di giudice o pubblico ministero. Lo prevede la prima delibera con cui il Consiglio superiore della magistratura sta per attuare una norma-bandiera del governo, approvata tra le polemiche ormai più di due anni fa: l’introduzione dei test psicoattitudinali per gli aspiranti magistrati, vecchia ossessione del berlusconismo presente già nel piano della loggia P2.
A marzo 2024, sfruttando il decreto attuativo della riforma Cartabia dell’ordinamento giudiziario, il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva inserito nel concorso in magistratura i test e un successivo colloquio psicoattitudinale, volti a “verificare l’assenza di condizioni di inidoneità alla funzione giudiziaria” per i candidati che superano le prove scritte. Il compito di individuare queste “condizioni” – le red flags per le aspiranti toghe – è stato affidato proprio al Csm, che oggi voterà l’apposita delibera proposta all’unanimità dalla Sesta Commissione. Un passaggio ormai necessario per non interrompere il reclutamento: per legge, infatti, la selezione psico-attitudinale esordirà nei concorsi indetti a partire da quest’anno, i cui bandi dovranno includere i nuovi requisiti richiesti. La delibera è stata elaborata con l’ausilio di quattro psicologi-accademici: Santo Di Nuovo (Università di Catania), Monica Molino (Università di Torino), Giuseppe Sartori e Andrea Spoto (Università di Padova). Gli esperti, si legge, hanno effettuato “interviste a magistrati con esperienza in differenti funzioni e gradi della giurisdizione”, allo scopo “di individuare caratteristiche psicologiche ritenute rilevanti per svolgere efficacemente la funzione di magistrato”. I requisiti essenziali sono stati quindi “organizzati in cinque aree: cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa”.
Rispetto all’area cognitiva, ad esempio, si richiedono “ragionamento analitico, pensiero critico-inferenziale, presa di decisione e problem solving”: perciò non potrà fare il magistrato chi mostra “rigidità cognitiva, chiusura al confronto, procrastinazione decisionale, tendenza a confermare le proprie ipotesi senza metterle alla prova, pensiero preconcetto”. Per l’area emotiva i requisiti sono “equilibrio, gestione dello stress e autocontrollo”: vietate, quindi, “impulsività, instabilità e vulnerabilità emotiva”. L’area relazionale richiede invece “comprensione empatica, capacità di ascolto e comunicazione efficace, collaborazione e lavoro di squadra”: no ad “aggressività, autoreferenzialità, isolamento, abuso dell’autorità”. Sul piano etico-valoriale vengono valorizzate “equità e autonomia di giudizio”: porta sbarrata a chi mostra “pregiudizi, narcisismo, protagonismo e arbitrarietà”. Infine, ai futuri magistrati è richiesta capacità di “organizzazione del lavoro e gestione del tempo”. Tradotto: niente toga a chi è disorganizzato, tende a delegare troppo e ad agire con superficialità.
Ma in che modo queste definizioni astratte si applicheranno ai casi concreti? Dipenderà proprio dai test somministrati ai candidati, sulla base dei quali si svolgerà il colloquio psico-attitudinale di fronte alla commissione integrata da uno psicologo. Elaborare i quesiti, in base alla legge, toccherà sempre al Csm con una futura delibera. Per provvedere c’è tempo: il prossimo concorso si svolgerà nel 2027, e la correzione degli scritti non terminerà prima del 2028.