La Stampa, 29 luglio 2026
Simona Quadarella parla del suo presente sportivo
In una sola estate, giusto un anno fa, Simona Quadarella ha ritrovato le bracciate migliori dopo una rivoluzione: nuovo tecnico e separazione dal fidanzato di lunga data. Cercava motivazioni e al Mondiale ha trovato una medaglia e tempi super. Immaginava il ritiro e invece c’è un altro Europeo ad aspettarla, a Parigi, tra una decina di giorni: a 27 anni, ha scoperto che la piscina non è la vita e quindi può anche continuare a nuotare. Persino oltre i prossimi Giochi.
Tolto lo sfizio di record europei all’età in cui le altre smettono, che altro chiede a se stessa?
«Sono abbastanza grande per il nuoto, ma gli ultimi risultati mi hanno dato consapevolezza e stimoli, vorrei riconfermarmi. Ho un serbatoio più grande di quanto credessi: ora so che posso reinventarmi, che cambiare fa bene».
Ha cambiato ancora?
«L’allenatore è rimasto Gianluca Belfiore. Ho passato un inedito periodo in Australia che mi ha fatto uscire dalle abitudini. Non mi precludo esperienze nuove, come la bike, una volta alla settimana, per migliorare le gambe. Piccoli dettagli dal punto di vista tecnico e un universo che mi ha arricchita dal punto di vista umano».
Che cosa ha portato a casa dall’altro emisfero?
«Vivo da sola da diversi anni, ma mai avevo lasciato Roma. Sono stata via tre mesi, pochi, eppure ho vissuto secondo le logiche di un Paese completamente diverso, con una mentalità che è proprio lontana da noi. A Brisbane, se ne fregano se non stai nel giro giusto, con il vestito adatto, a dire le cose che ci si aspetta».
Testimonianza simile a quelle di altri atleti andati all’estero. Non saremo noi a essere eccessivi?
«È così. Lo siamo nell’ostinazione con cui sforniamo opinioni su quello che fanno gli altri. Nei giudizi».
Si è sentita giudicata in carriera?
«Diverse volte sì o meglio ho avuto l’impressione di essere valutata senza elementi. Ma qui parlo proprio di prendere i voti ogni volta che esci di casa. Vale per tutti».
La sua collega Sara Curtis ci ha detto che in Italia viveva per il nuoto e che solo negli Usa ha scoperto di potersi anche divertire.
«Io ho visto il contrario. In Australia erano più concentrati sullo sport, mentre io ho smesso di essere solo nuoto. L’ho fatto in passato, era sbagliato. Mi precludevo tutto: ora esco la sera, mi organizzo i fine settimana, vado a trovare mia sorella che fa l’ingegnere in Arabia Saudita. Viaggio che ho rifiutato a lungo, convinta che avrebbe sottratto tempo alla preparazione. Una piscina si trova. Mi sono appena laureata, credevo pure che lo studio avrebbe tolto alle gare e non è successo. Stavo per lasciar perdere pure questa realizzazione, figuriamoci che errore sarebbe stato».
Sua sorella, da piccola, l’ha battezzata veleno: che cosa è rimasto del soprannome e cosa ha messo via perché la intossicava?
«Ho buttato il nuoto come ossessione che mi ingolfava i muscoli e l’esistenza. Dopo i Giochi di Parigi mi sono detta: perché mi devo fare del male? Quella sconfitta negli 800 senza podio mi mangiava ed è uno stato d’animo che ho tolto dalle reazioni possibili, ma il veleno in acqua ce lo metto ancora».
Sua sorella vive a Gedda, ha visto cambiare quel pezzo di mondo dove i diritti non hanno cittadinanza?
«L’ho vista cambiare nei racconti di mia sorella che nel 2018 ha colto una opportunità di lavoro ma era a disagio in Arabia: non poteva guidare, né entrare al ristorante. Era malinconica. Negli anni certe leggi sono cambiate, ora è tutto più vivibile, la volontà di inseguire il turismo li obbliga ad aprire, ma è una realtà che si sta modificando adesso e resta un Paese controverso».
È protagonista del nuoto dal 2017 e non cambia mai immagine, neanche la pettinatura.
«No, figurarsi. Mi piace sentirmi me stessa. Riconoscermi».
Si è rifidanzata?
«Sono single consolidata».
Si è specializzata in distanze sfinenti come gli 800 e i 1500 metri e, in questi anni, ci ha trovato il meglio del nuoto al femminile: dal fenomeno Ledecky alle star attuali, come la canadese McIntosh. Un più, per le sfide o un meno perché senza tutte queste stelle avrebbe vinto ben altro?
«Nel nuoto il cronometro conta e lo trovi quando sale la competitività. Negli 800 degli ultimi Mondiali sono arrivata quarta con il record europeo, tempo con cui in qualsiasi altra edizione sarei salita sul podio. Ma senza quelle tre davanti, io 8’12” non lo avrei fatto. Pure se Ledecky ha chiuso in 8’05”, è stato fantastico».
Quel quarto posto dove sta nella classifica della carriera?
«Nella top cinque. Al primo posto i 1500 ai mondiali di Singapore, con l’argento e il primato continentale. Seconda piazza per il bronzo olimpico del 2021, terza a pari merito per l’argento degli 800 ai Mondiali 2018, dietro Ledecky e l’oro nei 1500, senza di lei».
Da che Pellegrini ha smesso di nuotare l’ha più sentita?
«Sì, dopo le gare, scambi di messaggi. Resta un punto di riferimento e quella che ha segnato il mio sport in Italia».
Djokovic, Messi i campioni continuano a stupire oltre la maturità, pure lei per il nuoto ha un’età. Si è spostata la pensione dell’atleta?
«Tecnologia, conoscenze, esperienze e seguito mediatico hanno allungato le carriere. Il tennis è stravisto ormai: ti viene meno voglia di smettere. I nomi citati li seguo e li ammiro in silenzio, non ho la pretesa di poter rubare qualcosa da gente così».
Malagò ex presidente del suo club, l’Aniene, oggi è capo della Figc. Consigli?
«Non ne ha bisogno. Lui è la persona più adatta a gestire lo sport. Lo conosce, lo ama, è professionale e lo rispetta. Deve solo essere se stesso».
Ebu, broadcaster della tv europea, ha studiato linee guida per le inquadrature dell’atletica, soprattutto al femminile. Intendono valutare anche altri sport. Che ne pensa?
«Io non l’ho mai vissuto come un problema, però è giusto considerare la questione».
Inquadrature fastidiose?
«Per i primi piani, troppe facce orribili, anche se i nostri volti stravolti portano i segni della fatica. Non è una invadenza, vivo in costume, non mi sento osservata: i nostri fisici sono definiti dallo sport che facciamo ed è un bene che siano un esempio».