repubblica.it, 29 luglio 2026
Riconoscimento facciale, il governo accelera: più poteri alla polizia. Protesta l’opposizione
All’ombra della legge elettorale e degli screzi sulle intercettazioni, c’è un decreto legislativo del governo Meloni che amplierà i poteri di polizia sul riconoscimento facciale, grazie all’intelligenza artificiale. In maniera significativa. Grazie a due norme che non coincidono con il regolamento europeo che il documento dovrebbe recepire. Si spingono oltre. La prima: in casi urgenti – minacce imminenti di terrorismo o persone scomparse – gli agenti potranno farsi autorizzare l’uso dei dati biometrici raccolti con l’intelligenza artificiale tramite “comunicazione, anche in forma orale” al pubblico ministero. Senza via libera del gip, nonostante l’Ue chieda un’autorità giudiziaria indipendente.
La seconda, ancor più delicata. L’articolo 10 prevede che i sistemi di videosorveglianza possano essere integrati con tecnologie di riconoscimento facciale a posteriori. Dopo un reato, per indagare su un soggetto indiziato, le forze di polizia potranno attivare il meccanismo solo con l’autorizzazione di un “un’autorità giudiziaria designata dal questore”. Il testo europeo vorrebbe, anche qui, una figura terza. Poi c’è la previsione più controversa: sarà permessa la raccolta preventiva e la memorizzazione per sette giorni dei dati biometrici (tratti del viso e scansione dell’iride, per esempio) di tutte le persone che accedono a luoghi rispetto ai quali si identifichi un’esigenza di ordine pubblico. Una piazza predisposta per una manifestazione. Una strada dalla quale passerà un corteo.
In un dossier, gli uffici legislativi dell’opposizione al Senato evidenziano la problematicità del testo: “La raccolta preventiva di dati biometrici è incompatibile con il regolamento europeo” che non permette l’uso del riconoscimento facciale a posteriori “in modo non mirato, senza alcun collegamento con un reato”. Il decreto legislativo del governo Meloni, invece, “ammette che la raccolta e la memorizzazione dei dati biometrici avvenga prima che un reato sia commesso, prima che esista un’indagine, prima che vi sia un sospettato”. E dunque: “Chiunque acceda a luoghi o eventi in relazione ai quali si registrano esigenze di ordine pubblico, come stadi, stazioni, piazze durante manifestazioni o concerti, vede i propri tratti biometrici acquisiti, elaborati e conservati per sette giorni in un archivio locale”. La sintesi, in tutta la sua gravità: “Si ammette la costituzione di un archivio di volti, orari e luoghi costruito in via anticipatoria su una platea indifferenziata di cittadini che non sono sospettati di alcunché”.
Il materiale è complesso, le implicazioni discusse in tutti i Paesi europei. Eppure Palazzo Chigi ha fretta, le commissioni di Camera e Senato sono state sollecitate: i pareri vanno espressi al più presto. Saranno gli unici passaggi parlamentari richiesti perché l’atto del governo sia valido.
Il primo blitz c’è stato in mattinata in commissione Affari europei a Palazzo Madama. La maggioranza ha dato il via libera tra le proteste indignate dell’opposizione. Secondo il senatore Pd Filippo Sensi, quello presentato dal centrodestra è “un parere elusivo per un tema enorme come il controllo con l’intelligenza artificiale della nostra sicurezza”. Grave nel merito e nel metodo: “Criticità enormi taciute, approfondimento soffocato, la commissione usata come una clava sulle libertà dei cittadini”, rimarca il dem. “Un altro mattoncino per lo Stato di Polizia che verrà”.
Le minoranze criticano soprattutto lo strumento normativo scelto, un decreto legislativo: “Priva il parlamento di un controllo effettivo”, ragiona Andrea Giorgis, giurista e capogruppo in commissione Affari costituzionali del Pd. “Su un tema così delicato bisognava scegliere la strada della legge ordinaria per permettere alle Camere una discussione puntuale su ogni singolo passaggio e la possibilità di prevedere modifiche”. Osservazioni condivise dal M5S, per voce del senatore Pietro Lorefice: “Avevamo chiesto di attendere le audizioni già calendarizzate su un provvedimento che incide direttamente su diritti e libertà dei cittadini, ma si è scelto di tirare dritto. Con il riconoscimento facciale – conclude – si apre una deriva pericolosa e il Parlamento non può essere degradato a mera formalità”.