la Repubblica, 29 luglio 2026
Altman ora ammette che l’IA non ci farà lavorare meno
Sam Altman ha appena raffreddato una delle grandi promesse sociali dell’intelligenza artificiale: quella di una settimana lavorativa molto più corta.
Intervistato da Ti Morse nel podcast Relentless, il CEO di OpenAI ha detto che non si aspetta un futuro in cui l’IA porti davvero, su larga scala, alla settimana da quattro ore o a una drastica riduzione del lavoro.
“Da molto tempo la tecnologia promette che lavoreremo meno e avremo più tempo libero”, ha detto. Poi ha aggiunto che, nella pratica, “non si arriva mai alla promessa della settimana lavorativa di quattro ore su larga scala.” Altman non si aspetta che l’IA cambi questa dinamica.
La convinzione di Altman si basa su un fattore umano. L’IA aumenta la produttività, cioè permette di fare più cose nello stesso tempo. Ma, nella sua visione, quel tempo liberato viene subito riempito da nuove ambizioni e nuovi obiettivi.
“Vogliamo sempre di più”, ha detto, spiegando che le persone inventano e creano continuamente nuove cose. Per Altman l’economia resta un gioco relativo: ognuno guarda come sta andando rispetto agli altri. E questa continua competizione azzera, di fatto, ogni vantaggio introdotto dall’IA in termini di risparmio di tempo: in un mondo “post-superintelligenza” saremo “molto più impegnati” di quanto immaginavamo.
Perché secondo Altman lavoreremo ancora tanto
Tradotto in termini semplici, Altman sta dicendo questo: l’IA non decide da sola quante ore lavoriamo. Può ridurre il tempo necessario per scrivere un rapporto o analizzare dati.
Ma poi sta alle persone, e alle organizzazioni, decidere che cosa fare con il tempo risparmiato.
Un’azienda può usare quel guadagno per dare più tempo libero ai dipendenti mantenendo lo stesso stipendio. Oppure può chiedere agli stessi dipendenti di produrre di più, servire più clienti, lanciare più prodotti, tagliare costi e aumentare margini.
Altman oggi sembra descrivere il secondo scenario come quello più probabile: l’efficienza non diventa automaticamente riposo, perché il mercato premia chi corre più veloce.
Questa lettura è coerente con una parte della storia recente del lavoro.
Computer, email, smartphone e software avanzati hanno reso molti impiegati più produttivi. Eppure non hanno eliminato la pressione del lavoro stesso. In molti uffici la tecnologia ha ridotto alcuni compiti, ma ha anche creato nuove aspettative: essere sempre raggiungibili, per esempio, o consegnare prima un lavoro.
La contraddizione con il documento politico di OpenAI
Le parole di Altman sono ancora più interessanti perché entrano in tensione con un documento pubblicato da OpenAI ad aprile scorso: Industrial Policy for the Intelligence Age.
Il testo presentava una serie di proposte per preparare la società alla transizione verso sistemi di IA sempre più potenti e parlava esplicitamente della necessità di condividere la prosperità generata dall’automazione.
Nel documento, l’azienda che ha creato ChatGpt riconosceva che l’IA può far sparire alcuni lavori, trasformarne altri e concentrare i guadagni in poche aziende, inclusa la stessa OpenAI. Per questo proponeva strumenti di compensazione, tra cui un fondo pubblico di ricchezza legato alla crescita dell’IA e un “dividendo di efficienza”.
OpenAI invitava governi, imprese e sindacati a sperimentare settimane lavorative di 32 ore su quattro giorni, senza riduzione dello stipendio, mantenendo costanti risultati e livelli di servizio. Se l’IA riduce il carico di lavoro ordinario e i costi operativi, una parte del beneficio dovrebbe tornare ai lavoratori sotto forma di tempo, non solo di maggiore produzione.
Ad aprile, insomma, OpenAI sosteneva che i guadagni di produttività potessero diventare tempo libero stabile. Ora Altman dice che, nella società reale, la competizione spingerà comunque tutti a restare occupati.
La giravolta rispetto all’utopia della settimana corta
Le dichiarazioni di Altman stridono anche con la visione di un’industria dell’IA che ha venduto un futuro di abbondanza e tempo libero.
Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, ha previsto che l’IA potrebbe portare le generazioni future a lavorare tre giorni e mezzo alla settimana. Eric Yuan, fondatore e CEO di Zoom, ha detto che – entro cinque anni – tre o quattro giorni di lavoro potrebbero diventare un obiettivo realistico. Bill Gates ha persino ipotizzato una settimana di due o tre giorni entro un decennio, mentre Elon Musk ha spinto la visione al limite: in un futuro dominato da IA e robot, il lavoro potrebbe diventare opzionale.
Il divario tra queste previsioni e la realtà quotidiana resta enorme. Gli stessi dirigenti che immaginano settimane da tre o due giorni non stanno sperimentando la loro visione dentro le proprie aziende.
Il risultato è un paradosso frustrante: i leader tecnologici promettono tempo liberato dall’automazione, mentre molti lavoratori vedono soprattutto più strumenti da imparare, più output da verificare e più pressione sulla performance.
Il problema dell’IA negli uffici reali
A rendere il quadro meno teorico c’è un nuovo sondaggio di Adaptavist, azienda globale che offre soluzioni tecnologiche dal 2005, secondo cui il 65% dei lavoratori d’ufficio rimpiange l’epoca precedente all’IA generativa e il 38% eliminerebbe del tutto questi strumenti dal mondo, se potesse.
Secondo la ricerca, quasi metà degli intervistati (il 42%) dice di passare più tempo a controllare e correggere le risposte dell’IA di quanto ne risparmi usandola. E il 55% ritiene che la bassa qualità di alcuni contenuti generati riduca l’efficienza complessiva del team.
In altre parole, molti lavoratori non stanno vivendo l’IA come una liberazione ma come un nuovo strato di lavoro: bisogna usarla ma anche controllarla, correggerla e infine difendersi dai suoi errori. Tutto questo mentre le macchine alzano ulteriormente, come osserva Altman, l’asticella della velocità.