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 2026  luglio 29 Mercoledì calendario

Mario Martone racconta di due incontri con Patti Smith

Alla Mostra di Venezia Mario Martone è stato tante volte, con tanti film. Quest’anno presenterà Scherzetto, con Toni Servillo, dal romanzo di Domenico Starnone. Ma il legame più magico del regista con la città è musicale.
Qui ha vissuto il concerto più importante della sua vita.
«In realtà sono due concerti, che per me sono un’unica storia. Nel 1979 ero un ragazzino, avevo appena finito la scuola e andai a Venezia. Erano gli anni gli anni della Biennale Teatro, di Bob Wilson, di Einstein on the beach. È stata una città che mi ha aperto la mente da tanti punti di vista».
E scopre che c’è un concerto di Patti Smith.
«Sì, che io adoravo, la adoro ancora oggi. È una delle più straordinarie menti musicali e artistiche del nostro tempo. Mi fiondai lì con la mia macchina fotografica. Era un concerto in una sala della Biennale, non saprei dire quale. Una grande sala con una pedana, un pianoforte, e lei che cantava accompagnandosi al pianoforte. Tutti noi eravamo seduti per terra, come si stava allora, addosso gli uni agli altri, intorno alla pedana. Io ero riuscito a infilarmi quasi sotto il pianoforte, vicinissimo a lei. Fu un concerto memorabile. Lei fece tutto il suo repertorio di allora e io continuavo a scattare foto, le ho ancora oggi, non le ho mai tirate fuori. A un certo punto si tolse alcuni anelli per poter suonare meglio e li appoggiò sul piano. Il concerto era un delirio di bellezza, entusiasmo, energia».
E quando finisce il concerto accade qualcosa di inspiegabile.
«Una cosa che ancora oggi non sono riuscito a mettere a fuoco: alla fine mi ritrovo con uno di quegli anelli. Un anello particolarmente bello, grande, d’argento, tutto istoriato. La domanda ovvia è: l’ho rubato? Non posso ricordarlo. Non ho memoria del furto e non ho memoria neppure del fatto che quell’anello sia caduto e io l’abbia raccolto. Ho il ricordo della bolgia, questo sì. Eravamo tutti ragazzi stretti intorno a lei. Non ricordo l’intenzione di rubare un anello che magari, data l’età, poteva anche starci. Di fatto io questo anello me lo sono ritrovato tra le mani. Poi tutto si è dileguato. È come i film: a un certo punto il set svanisce, non c’è più niente. Resta come un sogno. E io da quel sogno mi risveglio con questo anello. Per me quell’anello è sempre stato un oggetto magico. Un talismano, che ho custodito con una cura infinita».
Poi passano più di vent’anni.
«Ed eccoci agli anni in cui vengo nominato direttore del Teatro di Roma. Voglio fare di Ostia Antica uno spazio non solo di rappresentazioni classiche, ma anche per i concerti. Realizzo che esiste la possibilità di organizzare un concerto di Patti Smith, lei è già in Italia. A lei l’idea piace tanto. Organizzo. Lei arriva, non aveva mai visto Ostia Antica e resta affascinata dal luogo, dalla sua atmosfera».
E quella sera decide di portare con sé anche l’anello?
«Sì. Esco di casa e penso: che cosa farò? Quell’anello era lì e non sono riuscito a non metterlo in tasca. Lo infilo in tasca, compro un mazzo di rose bianche e vado al concerto. Prima che inizi ci incontriamo e le racconto soltanto una cosa: che tanti anni prima l’avevo vista a Venezia, a quel concerto della fine degli anni 70 in cui suonava il pianoforte. Poi parliamo di tante altre cose. Lei sale sul palco e tiene un concerto che resta memorabile per me e credo anche per tutti quelli che erano lì quella sera. Era con tutta la band».
Che succede dopo il concerto?
«Torno da lei. Entriamo nel camerino. Patti è felicissima del concerto. Le rose bianche che le avevo portato le ha usate durante l’esibizione, facendole volare sul palco. A un certo punto mi dice: “Sai, ho ripensato al concerto di cui mi hai parlato prima”. E inizia a ricordare. Lo fa con il ritmo della poesia americana, come se stesse recitando dei versi. Dice: “Ricordo la sala”. Poi: “Ricordo il pubblico”. Poi ancora: “Ricordo il pianoforte”. Ogni frase sembra un verso. È come uno scavo nella memoria. Poi aggiunge: “Ricordo che avevo degli anelli”. A quel punto io comincio a tremare. Continua: “Ricordo che suonai con quegli anelli”. E dedica quasi dei versi anche a loro, come se fossero parte di quel ricordo. Poi conclude la poesia improvvisata dicendo: “E mi ricordo di te”».
E lei come regisce?
«A quel punto voglio morire. Infilo la mano in tasca, prendo l’anello e glielo restituisco. Lei lo guarda, lo prende in mano e mi dice: “Questo anello è per me un oggetto importantissimo. Ha un significato profondo. In tutti questi anni ho pensato tante volte dove fosse finito, chi potesse averlo. Adesso invece scopro e capisco che è nelle mani della persona giusta”. Me lo rimette nel palmo della mano, mi richiude le dita sul pugno e ci abbracciamo».
Si era ricordata?
«Non credo possa essersi ricordata davvero della mia faccia. La sensazione che ho avuto è diversa: come se lei avesse percepito la presenza dell’anello, che fosse rimasto con me per tutti quegli anni. Patti Smith è una persona speciale, molto spirituale. È una persona in cui la vibrazione della musica, della poesia e della vita è davvero in connessione con qualcosa di misterioso e profondo. Questa cosa l’ho sentita forte».
Che rappresenta oggi per lei quell’anello?
«Il fatto che lei abbia voluto restituirmelo, quando io ero lì per restituirlo a lei, resta una delle cose più belle che mi siano mai capitate nella vita. E anche una delle più misteriose. È una storia che mi mette in rapporto con il ragazzo che ero allora, che non conosco davvero. Chi era quel ragazzo che stava incantato a quel concerto? L’ha rubato davvero quell’anello? So solo che quell’oggetto è sempre rimasto con me. L’ho custodito come un talismano, senza sapere perché fosse così importante anche per lei. Poi un giorno tutto ha trovato un senso».