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 2026  luglio 29 Mercoledì calendario

Arcuri sfida la commissione Covid

Sono passati cinque anni. Domenico Arcuri, l’ex commissario straordinario per l’emergenza Covid, torna in Parlamento. E ribalta il tavolo. Lo fa davanti alla Commissione Covid, in un ruolo che sembra quello di un imputato, senza però esserlo – Arcuri è stato prosciolto in tutte le indagini – con una lunga relazione costruita per rispondere, punto per punto, ai principali dossier che negli ultimi anni hanno alimentato lo scontro sulla gestione dell’emergenza.
Arcuri non si limita a difendere singole decisioni. Prova piuttosto a ricostruire il contesto in cui quelle scelte furono prese, rivendicando il metodo con cui la struttura commissariale affrontò i mesi più drammatici della pandemia.
Il primo capitolo è dedicato alle forniture di mascherine, il tema sul quale la Commissione ha concentrato gran parte dei propri lavori. Arcuri parte da una premessa: nelle prime settimane della pandemia la centrale acquisti dello Stato non era riuscita a garantire gli approvvigionamenti necessari.
Le procedure Consip
«Consip, utilizzando le proprie procedure, non aveva ottenuto risultati accettabili, non era stata capace di fare quello che serviva», sostiene. Da qui la necessità di ricorrere a procedure straordinarie e di cercare fornitori ovunque fosse possibile.
È su questo terreno che l’ex commissario prova a smontare una delle accuse più ricorrenti, quella di avere favorito i cosiddetti consorzi cinesi. Ricorda che il 27 aprile 2020 la struttura commissariale sottoscrisse contratti per 660 milioni di mascherine chirurgiche con cinque aziende italiane – Fab, Marobe, Mediberg, Parmon e Veneta Distribuzione – «più o meno negli stessi giorni» in cui venivano firmati quelli con i fornitori cinesi. Una circostanza che, secondo Arcuri, dimostra come non sia mai esistito alcun monopolio.
I 118 milioni
Nei mesi successivi, aggiunge, furono acquistati oltre 181 milioni di dispositivi prodotti da venti diverse aziende italiane incentivate dal decreto Cura Italia, contribuendo a ricostruire una filiera produttiva nazionale che l’Italia aveva progressivamente perso. Da qui anche un’altra delle smentite contenute nella relazione: «Nessuna maxi commessa da 1,25 miliardi di euro».
Arcuri respinge inoltre le contestazioni sulle cosiddette mascherine non conformi e annuncia di avere promosso davanti al Tribunale di Roma un’azione civile di risarcimento danni nella vicenda JC Electronics.
Solo alla fine affronta il capitolo più politico, quello del rapporto con Giuseppe Conte. «Non ho mai, neppure lontanamente, ricevuto dal presidente del Consiglio alcuna richiesta, alcuna sollecitazione, alcuna sottolineatura. Mai», afferma. Rivendica il lavoro svolto insieme durante l’emergenza e definisce il rapporto nato in quei mesi prima una «solidarietà», poi una «consuetudine» e infine un’«amicizia». «Abbiamo provato a fare il meglio per l’Italia».
“Un’aula di tribunale”
Le parole di Arcuri riaccendono immediatamente lo scontro politico. Fratelli d’Italia lo accusa di aver trasformato «la Commissione in un’aula di tribunale», contestando anche la pubblicazione della relazione su alcuni siti prima della conclusione dell’audizione.
Di segno opposto la lettura delle opposizioni. Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e Italia Viva parlano di una relazione che «smonta anni di favole e bugie», sostenendo che l’ex commissario abbia smentito, documenti alla mano, molte delle contestazioni che hanno accompagnato il lavoro della Commissione. Il prossimo appuntamento è fissato per il 4 agosto, quando davanti ai parlamentari sarà ascoltato anche Giuseppe Conte.