la Repubblica, 29 luglio 2026
Iran, le sommosse represse per i giovani impiccati
Quando in piena notte si è sparsa la voce che stavano alzando le gru in piazza Alikhani, la gente di Isfahan è accorsa. Le gru erano pronte per le impiccagioni. A decine si sono radunati nelle strade intorno alla piazza transennata dagli agenti per cercare di fermare il boia. Ci sono stati scontri, tensione, la polizia avrebbe sparato sui manifestanti e una donna, Anahita Azar, sarebbe rimasta uccisa, secondo fonti sul posto citate dalla giornalista Fatemeh Jamalpour. Tutto inutile.
All’alba, Abolfazl Sepahi Badjani, 23 anni e Amirhossein Safari Hosseinabadi, 29, sono stati mandati a morte con l’accusa di aver contribuito a uccidere quattro agenti delle forze di sicurezza, dando loro fuoco, durante le proteste di massa di gennaio. Piazza Alikhani è diventata un simbolo oscuro in Iran: lì sono iniziate le proteste a Isfahan, e con lo stesso nome è stato ribattezzato il processo sommario a 12 giovani uomini, alcuni dei quali minorenni, accusati dell’uccisione degli agenti. Il processo che ha portato alla condanna a morte degli imputati non ha rispettato nessuno degli standard minimi di legalità previsti dal diritto internazionale, denunciano le Nazioni Unite. “Condannare a morte 12 persone in un’unica udienza, a porte chiuse e senza chiarezza sulla responsabilità individuale di ciascun imputato viola i principi del giusto processo”, scrivono gli esperti dell’Onu che proprio ieri avevano chiesto la sospensione della sentenza.
I giovani, proseguono, “di età compresa tra la fine dell’adolescenza e i vent’anni, sarebbero stati arbitrariamente privati della libertà, in alcuni casi sottoposti a sparizioni forzate, maltrattati e accusati di coinvolgimento nell’uccisione di quattro membri delle forze di sicurezza, nonché di incendio doloso e vandalismo durante le proteste dell’8 gennaio 2026 in Piazza Shahid Alikhani a Isfahan, sulla base di confessioni trasmesse via radio. Le accuse a loro carico rimangono poco chiare”. La macchina delle esecuzioni in Iran è implacabile. Il 19 luglio altri due giovani del gruppo erano stati mandati a morte. Tra chi rischia l’esecuzione imminente c’è Shervin Bagherian Jebeli “che ha compiuto 18 anni pochi giorni prima del suo arresto. Nel giro di una settimana, e prima ancora di un eventuale processo, la televisione di Stato ha trasmesso un video in cui confessava di aver commesso atti di violenza contro gli agenti di sicurezza durante un interrogatorio”, denunciano le Nazioni Unite.
Nel video, Jebeli sembra ignaro del significato dell’accusa a suo carico – moharebeh (inimicizia contro Dio) – “il che solleva dubbi sul fatto che avesse avuto accesso a un avvocato di sua scelta”. Nel 2026, almeno 24 persone sono già state mandate a morte in relazione alle proteste di gennaio. Scrive ancora l’Onu: “Molti erano giovani che esercitavano il loro diritto alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di partecipazione alla vita pubblica, tra cui manifestanti del movimento “Donna, Vita, Libertà”.
Gli attivisti per i diritti umani temono che ora anche gli altri 8 giovani nel braccio della morte per i fatti di piazza Alikhani possano essere uccisi con esecuzioni pubbliche. Dall’inizio dell’anno le esecuzioni in Iran sono state più di 370, secondo la ong Iran Human Rights, 101 solo nel mese di giugno. L’organizzazione dice di aver ricevuto segnalazioni di altre 400 esecuzioni che non ha potuto verificare e perciò non sono state inserite nel conto. Tra le vittime, 188 erano state condannate a morte per omicidio, 117 accusate di reati legati al traffico di droga, 55 erano state processate con accuse relative alla sicurezza nazionale in processi che le stesse Nazioni Unite definiscono arbitrari e ingiusti, senza un vero diritto alla difesa, in cui le confessioni vengono estorte con la violenza.
La situazione è tale che nel carcere Ghezel Hesar di Karaj i detenuti sono in sciopero della fame da tre settimane per protestare contro l’alto numero di esecuzioni. Molti di loro si sono cuciti le labbra in segno di protesta.
I video fatti uscire dal carcere a rischio di pesanti ritorsioni per i detenuti, mostrano i carcerati a terra, ammassati l’uno accanto all’altro con dei cartelli contro la pena di morte: “No alle esecuzioni” e slogan come “Fate sentire la nostra voce”. In uno dei video, particolarmente crudo, un detenuto si rivolge alla telecamera affermando di essersi cucito le labbra perché, dopo sei giorni di sciopero della fame, nessun funzionario del carcere ha ancora risposto alla protesta. Dopo la Cina, l’Iran è il paese con il più alto numero di esecuzioni al mondo.