Corriere della Sera, 29 luglio 2026
Il tavolo a ostacoli per salvare l’Ilva. I sindacati: «Sciopero di otto ore»
Trovare soluzioni. È la parola d’ordine dopo 3 ore di incontro a Palazzo Chigi tra governo, sindacati, commissari straordinari dell’ex Ilva. E già martedì prossimo al ministero delle Imprese si avvierà un tavolo tecnico permanente con organizzazioni sindacali, enti locali e ministeri «per elaborare proposte concrete», ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, ieri padrone di casa, assente la premier Giorgia Meloni.
All’uscita la preoccupazione è altissima. Il decreto della Corte d’appello di Milano, che dà 90 giorni di tempo per eliminare l’amianto dell’area a caldo a Taranto pena la chiusura, sancisce quella che in molti definiscono «una questione di sicurezza nazionale». I sindacati – Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm – hanno subito proclamato 8 ore di sciopero e assemblee in tutti gli stabilimenti. Chiedono «un piano straordinario per la continuità produttiva, per l’ambientalizzazione e per la difesa dell’occupazione». Ma apprezzano il confronto aperto dal governo e ai tavoli al Mimit ci saranno. «Non è una situazione normale – spiega Michele De Palma della Fiom – perché chiudere le aree a caldo vuol dire chiudere l’ex Ilva: questo tempo deve servire a garantire lavoratori e soluzioni industriali». Per Davide Sperti, Uilm, «occorre uscire dalla logica del tutti contro tutti».
Il sottosegretario Mantovano è netto: «Non vi è alcuna decisione già assunta né alcun esito prestabilito: saranno prese in esame tutte le ipotesi di lavoro, senza pregiudizi e senza scelte predefinite». Però riferendosi al «piano straordinario», chiarisce: «Non rimanga solo uno slogan, ma si traduca in un progetto concreto: è necessario definirne con chiarezza i presupposti». Bisognerà cercare altri investitori e nuove risorse, ma soprattutto «riparametrare la gara di vendita sull’area a freddo». Fino al decreto della Corte d’appello di Milano, la gara contemplava aree a caldo e a freddo. Il termine dei 90 giorni di fatto chiude definitivamente l’area a caldo. Impossibile infatti, lo hanno spiegato anche i commissari di Acciaierie d’Italia, eseguire in così poco tempo le indicazioni dei giudici, cioè eliminare l’amianto e ridurre le emissioni di Pm10 e Pm2,5 che comunque «rientrano nelle prescrizioni dell’Aia». I commissari valutano la chiusura delle attività degli altri stabilimenti del gruppo. Il punto ora, per il governo, è trovare una soluzione che salvi posti di lavoro – 5 mila solo nell’area a caldo, 10 mila con l’indotto – e investitori ancora interessati all’ex Ilva. I tavoli tecnici di agosto servono a questo. A settembre un nuovo incontro a Palazzo Chigi farà il punto. Ieri il sottosegretario Mantovano non ha voluto commentare la sentenza ma ha sottolineato «la singolare sincronia tra il calendario dell’attività di governo e quello del confronto con le organizzazioni sindacali e le decisioni giudiziarie: nessuno farà polemica – aggiunge – prendiamo il decreto come un dato obiettivo». Esclusi ricorsi in Cassazione, Mantovano si è appellato «alla responsabilità di tutti».