Corriere della Sera, 29 luglio 2026
Stato, la strada (difficile) per la riforma
«Tra il 2023 e il 2025 abbiamo assunto 640 mila persone. Sono in programma altre assunzioni. Ne faremo altre 200 mila, 250 mila nel 2026. Da qui a cinque-sei anni dovremo sostituire un milione di dipendenti pubblici che matura i requisiti per la pensione» (6 maggio 2026).
«Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200 mila e le 250 mila persone»; «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni» rappresenta l’obiettivo necessario per garantire il ricambio generazionale nella Pa (23 maggio 2026). «La Pubblica amministrazione rappresenta una reale opportunità di impiego», che «non si contraddistingue più per essere il luogo del posto fisso», ma offre percorsi di crescita professionale nell’ambito del piano di rinnovamento della Pubblica amministrazione (8 maggio 2026). «Il piano prevede l’inserimento di 17.900 nuovi agenti, distribuiti tra carabinieri, polizia, guardia di finanza» (11 luglio 2026).
A questi trionfalistici annunci del ministro della Pubblica amministrazione fanno riscontro il malessere dei dipendenti pubblici, misurato dalla crescita dei loro ricorsi ai tribunali, triplicati negli anni dal 2021 al 2025, e la sofferenza del mondo industriale, che propone di estendere il regime della Zona economica speciale (Zes) a tutto il territorio nazionale, «per ridurre burocrazia e incertezza negli investimenti». Insomma, stanno male quelli che lavorano per lo Stato e sono scontenti quelli che ne sono gli utenti.
Il governo ne è consapevole, tanto è vero che il presidente del Consiglio dei ministri ha proposto agli industriali «un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia», perché «è un servizio che non funziona» (26 maggio 2026) e il ministro per le riforme istituzionali ha calcolato che i «costi annui sostenuti dalle imprese per adempimenti burocratici oscillano tra 57,2 e 80 miliardi» e «i ritardi nell’erogazione di prestazioni amministrative pesano complessivamente per 225 miliardi su famiglie e aziende» (17 marzo 2026).
Al ministro del settore va riconosciuto il merito di avere finalmente firmato in tempo i rinnovi contrattuali e di avere ripristinato la norma sui limiti delle valutazioni massime. Ma egli prospetta assunzioni in massa senza valutare l’aumento già intervenuto (la Ragioneria generale dello Stato registrava 3,4 milioni di addetti nel 2024; l’Inps, nell’ultimo rapporto, riferito al 2025, 3,7 milioni). Non si chiede quale ne sia il costo e se la denatalità non comporti una diminuzione del numero dei «clienti» dei servizi amministrativi, consentendo risparmi che potrebbero andare anche ad aumentare le retribuzioni di chi vi lavora. Non affronta il problema del «capitale intellettuale» del settore pubblico italiano, dominato da un eccesso di giuristi, carenza di economisti ed esperti di finanza e di organizzazione, di tecnici, di ingegneri, di ragionieri. Gli sfugge che non vale alimentare la passion des places in una fase in cui la ricerca di un posto fisso, che trasforma i cittadini in postulanti, è meno forte: inverno demografico, diminuzione della disoccupazione, ricerca all’estero di migliori retribuzioni hanno mutato le prospettive del mercato del lavoro pubblico. Non valuta, infine, che la massa di dipendenti che intende assumere costituirebbe un esercito di scontenti, critici innanzitutto di chi ha promesso il posto.
Le cure palliative, che il ministro propone, contenute anche in una legge recente, riguardano principalmente la dirigenza, non l’intero organismo amministrativo; fanno per un terzo un salto all’indietro, agli anni antecedenti alla riforma Andreotti, con il cosiddetto sviluppo di carriera, ma chiudendo in parte la porta che era aperta all’esterno dal concorso; promettono la semplificazione di circa cinquecento procedure, senza indicare quanto esse siano rilevanti (vi sono incluse quelle relative ai consulenti chimici di porto e alla cremazione delle salme e dispersione delle ceneri) e quante migliaia ne sono escluse. Sono quindi inadeguate allo stato critico dell’organismo statale.
La riforma burocratica è opera estremamente complessa e non basta affrontarla dal lato del personale, contando solo sul miglioramento delle condizioni di lavoro nello Stato. I modelli organizzativi sono quelli ottocenteschi, le procedure sono labirintiche, l’ overstaffing si accompagna con carenze di personale, i rimedi parziali hanno prodotto nuove inefficienze e maggiore frammentazione, la sindacalizzazione ha prodotto corporativismo. Nello stesso tempo, la cultura amministrativa è rimasta ferma a criteri ottocenteschi, l’industrialismo, nonostante i tentativi di Nitti, non è riuscito a penetrare nei rotismi burocratici, il dipartimento della funzione pubblica, che pure esiste – con denominazioni diverse – dal 1950, non è riuscito a superare le difficoltà frapposte dalle singole amministrazioni ai disegni di riforma. Infine, oggi nuove tecnologie si affacciano, dalle manutenzioni predittive alla digitalizzazione, all’intelligenza artificiale, entrando in conflitto con il piccolo mondo antico delle burocrazie, sempre timoroso degli interventi esterni, spesso dettati da esigenze di parte. Per affrontare tutti questi problemi è necessario un Briareo, uno dei tre Ecatonchiri della mitologia greca, gigantesche divinità dotate di cento braccia e cinquanta teste.