Corriere della Sera, 29 luglio 2026
Raffaella De Laurentiis ricorda il padre Dino
Dino De Laurentiis, un gigante del cinema. La sua vita, come i suoi film, sono stati larger than life. Dai kolossal americani alla grande Commedia all’italiana. «In ufficio aveva una scrivania enorme, acquistata a Londra, sarà stata lunga cinque metri», racconta sua figlia Raffaella, 74 anni, produttrice come lo fu Dino, scomparso a Beverly Hills nel 2010.
Come lo ricorda?
«Era all’antica, ma ha sempre rispettato le donne nel lavoro; era severo, premuroso. La mattina presto andava a lavorare, delle cose di tutti i giorni non si occupava. Era diverso per i pranzi di Pasqua e Natale, o nei viaggi. Per anni d’estate siamo andati in Costa Azzurra, a Cap-Martin. Mi portava a pescare o a vedere film di arti marziali. Ma non giocava con noi, quattro figli, Veronica, io, Federico che morì in un incidente aereo, e Francesca».
Essendo figlio di pastai di Torre Annunziata…
«Se non cucinava di persona, alle cene del mercoledì, nella nostra villa sull’Appia Antica, in via dei Metelli, sapeva come farlo. Ovunque andassimo predisponeva un camion, che arrivava due giorni prima di noi, carico di pasta, olio d’oliva, pomodori».
Com’erano le cene del mercoledì?
«Venivano Sordi, Fellini, Dino Risi, Monicelli, Vittorio De Sica col figlio Christian con cui andavo alle scuole dalle suore insieme. Li chiamavo tutti zii. Ero piccola, li salutavo in pigiama e andavo a dormire. Un rito che proseguì quando andammo a vivere a Villa Catena, vicino a Tivoli, dove c’erano un bellissimo giardino e una piscina meravigliosa. Papà alla festa del maiale, dove veniva tutta Roma, cucinava le salsicce».
Come gli venne la passione per il cinema?
«Mia bisnonna, che si chiamava Raffaella come me, lo portava all’operetta. Lì cominciò la passione per gli spettacoli. Poi organizzava sedute spiritiche, papà si spaventava molto, però gli fece venire voglia di raccontare».
E non pensò mai di diventare attore?
«Sì, da ragazzo andò a Roma per iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia. Suo padre, il pastaio, gli diede soldi per mantenersi un anno, se fosse fallito sarebbe tornato a Torre Annunziata. Papà cercò di fare la comparsa a Cinecittà. Gli dissero, ok, farai il valletto di un hotel ma togliti quelle scarpe di pezza gialle. Così andò in un negozio di calzature, disse la verità, mi servono delle scarpe nere, non ho soldi, ve li rendo tra una settimana. Decenni dopo, nel suo studio arrivò quel negoziante. Era in difficoltà economiche. Papà gli disse, ora sono io ad aiutarti. Lo assunse come magazziniere, lavorò fino alla fine della sua vita».
Il primo ricordo di Dino?
«Alla nascita di mio fratello, prima di andare in clinica da mamma, portò me e Veronica alle giostre. Temeva che fossimo gelose del nuovo arrivato».
Sua madre era un’altra icona, Silvana Mangano.
«Papà era solare, mamma era lunatica, dark, più intellettuale. Papà era avido di letture, mentre suo fratello Luigi, il padre di mio cugino Aurelio con cui ho un rapporto cordiale, il produttore dei cinepanettoni e presidente del Napoli, era uomo di lettere. Papà ha sempre sofferto di non avere una cultura, scappò dal collegio tre volte, non voleva studiare, si fermò alla terza media».
Cosa ha preso dei suoi genitori?
«Da papà l’esuberanza, da mamma il suo lato spirituale. E la passione per il ricamo».
Lei che bambina era?
«Ribelle, arrabbiata per non essere maschio. Ho capito subito che c’era una bella diversità nell’indipendenza, che ho sempre perseguito. Non ho mai voluto figli: volevo una carriera».
Quando cominciò a lavorare?
«Ero assistente costumista di Piero Tosi in Ludwig di Visconti. Un’attrice mi pregò di allentarle il busto, che la soffocava, Tosi se ne accorse, vide subito una pieghetta, cominciò a urlarmi contro. Romy Schneider era gentile: quando seppe che ero figlia di Silvana, che interpretava Cosima Wagner, non lo fu più. Nella scena dell’orgia dovevo mettere cerotti sul sesso di giovani belli e nudi. Al primo ciak mi rispedirono a casa, ero minorenne».
I suoi si separarono.
«Non andavano più d’accordo, ci fu un periodo che papà tornava a casa e mamma no. Poi tornarono insieme. Lo sarebbero rimasti fino alla fine se non fosse morto mio fratello Federico. La relazione non sopravvisse. Mamma si chiuse in un dolore enorme. Ebbe tre tumori primari».
Suo padre ne era geloso?
«In La dolce vita, Fellini voleva mia madre per il ruolo che andò a Anouk Aimée. Papà si oppose perché da ragazzina aveva avuto una storia con Mastroianni».
Quel film però fu prodotto da Carlo Ponti, il rivale con cui si sarebbe associato.
«L’alleanza durò finché Ponti, che era nostro vicino di casa, si mise con Sophia Loren».
Cosa pensava del cinema italiano?
«Soprattutto nei suoi ultimi anni, diceva che è provinciale. Ce l’aveva anche con le modifiche alla legge per cui non ci furono più fondi per chi, in Italia, voleva girare film in lingua inglese».
Dino come trattava attori e registi?
«Dei registi diceva che erano tutti cretini. Lui era l’ammiraglio, due comandanti sulla stessa barca non ci stanno. Voleva fare a modo suo, è uno dei tanti motivi per cui alcuni film non hanno funzionato. Gli bastava un giorno per digerire un fiasco, il giorno dopo ricominciava. Lo diceva in inglese, siccome non lo parlava bene, al posto di pillola diceva devo inghiottire il pillow, il cuscino».
Come avvenne il trasferimento in Usa?
«Io avevo 18 anni. Certe cose me le diceva e altre no, so che influì la protesta delle maestranze che avevano occupato lo stabilimento di cinema Dinocittà. Così, senza che parlasse la lingua, ci portò (assieme alla sua enorme preziosa scrivania), dapprima a New York e poi a Los Angeles. Diceva che il mondo diventava sempre più piccolo per le comunicazioni. Aveva intuito, non restava mai indietro».
Com’è stato vivere nel lusso, nel privilegio?
«Era difficile uscire con le amiche. Non avevamo body guard. Papà ci viziava, avendo un grande rispetto per il denaro. Mi dava la paghetta e i buoni per la benzina. Crescendo, mi sconsigliò dal produrre un film su Vivaldi, diceva che i violinisti portano sfortuna, non credo sia vero. Sia lui che mamma erano molto superstiziosi. Una volta papà non volle salire su un aereo perché due passeggeri erano vestiti di nero e avevano una brutta aria. Non ci crederà, quell’aereo precipitò».
A cosa sta lavorando ora?
«Ho due progetti. Uno, più commerciale, sull’Everest. L’altro col regista Peter Webber (che per mio padre girò Hannibal Lecter-Le origini del male), su “La zattera della medusa”, non sul naufragio della fregata francese, nel 1816, ma sull’incredibile storia del dipinto di Géricault. Ma non abbiamo parlato degli inizi di mio padre».
Vada.
«Non volendo fare il militare, riuscì a convincere gli ufficiali che i soldati in guerra avessero bisogno di svagarsi. Così organizzò delle proiezioni. Dopo l’armistizio, dal Nord ridiscese la penisola insieme con Mario Soldati. La grande guerra è vagamente basato su quel loro rocambolesco viaggio. Riuscirono a raggiungere Capri, stiparono di vettovaglie una barca per sfamare la gente. Soldi pochi».
Dunque?
«Papà ebbe l’idea di prendere le bottiglie di gazzosa vuote lasciate dai soldati americani. Le riempirono di acqua della Grotta azzurra. Le vendettero come souvenir di Capri. Ci fecero un sacco di soldi. Anni dopo, a New York un tassista gli disse di conservare come una reliquia una bottiglietta di gazzosa con l’acqua della Grotta Azzurra. Mio padre trasecolò, gli offrì 10 mila dollari per averla, ma il tassista rifiutò».
L’impresa più pazza?
«Papà ci portò in vacanza a Bora Bora. Se ne innamorò. Voleva girarci un film, Hurricane. Ma non c’era nulla, nemmeno l’elettricità. Cosi decise di costruirvi un hotel per sistemare la troupe. Mi disse, hai studiato Architettura, occupatene tu. Invece di un mese vi rimasi quasi tre anni. Ma forse uno dei film a cui papà era più legato, oltre ai grandi italiani, è Hannibal con Anthony Hopkins, che considerava il più grande attore della sua generazione. Fu a lui che chiese di consegnargli, nel 2001, l’Oscar alla carriera».