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 2026  luglio 29 Mercoledì calendario

Sceicchi disposti a un «contributo» pur di sbloccare Hormuz

L’Oman ne ha parlato con gli altri Paesi del Golfo, quelli a cui il blocco dello Stretto di Hormuz costa di più, e ha presentato all’Iran una proposta collettiva. Gli sceicchi del petrolio sono disposti a pagare a Teheran il transito delle loro navi, ma per non creare un precedente (e indispettire Donald Trump) non lo chiameranno dazio. Propongono un «contributo volontario». Se il piano piacerà a Teheran e se Washington non si opporrà almeno la carenza di carburanti, gas, fertilizzanti e tante altre materie prime che passavano da Hormuz prima della crisi potrà finalmente diminuire.
L’Iran non ha ancora commentato il documento ricevuto domenica. Non si sa ad esempio quale sia la percentuale proposta e non è un dettaglio. Si sa però che il piano è strutturato sull’esempio dello Stretto di Malacca tra Oceano Indiano e Pacifico. Lì Indonesia, Malesia e Singapore chiedono un «contributo» per i servizi di navigazione, la protezione ecologica delle coste ed eventuali salvataggi. Il versamento è volontario.
Come a Malacca anche a Hormuz, il principio della libertà di navigazione sarebbe formalmente salvo. Ma l’offerta araba di pagare «volontariamente» pur di aprire lo Stretto cambia tutto. L’Iran avrebbe la garanzia di denaro fresco da Hormuz che prima non aveva e che potrebbe contribuire a riparare i danni di guerra subiti. Trump pare al corrente della proposta e non sembra contrario. L’idea che fosse lui a guadagnarci da Hormuz (20% del valore del carico, aveva scritto sul suo social Truth) è durata poche ore. Gli arabi sono disposti a pagare di tasca propria pur di riaprire l’export. Ora tocca a Teheran rispondere.
I Paesi del Golfo hanno pagato fin troppo cara la crisi scatenata dalla guerra illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. La risposta di Teheran sin dal 28 febbraio, prima notte di bombardamento, è stata di allargare il conflitto. Lo scopo era che fossero quelle vittime indirette a chiedere la fine dell’aggressione. L’hanno chiamata guerra di attrito, ritorsione economica, ma è stato grazie alla scoperta del valore di Hormuz sull’economia globale che quel tentativo sembra avere avuto successo.
Chiudere lo Stretto è servito all’Iran per alzare il prezzo del petrolio sul mercato globale in modo che i consumatori americani ed europei premessero sulla Casa Bianca per una tregua; ha ridotto l’export di gas e carburante dal Golfo e tagliato le entrate dei Paesi arabi. Ma non è stata l’unica tattica «economica» iraniana. Distruggere le infrastrutture energetiche e dell’export dei Paesi del Golfo ha mandato a picco le loro economie; colpire gli aeroporti civili ha chiuso il traffico aereo turistico che è una buona fetta dell’«altra economia», quella non petrolifera, di Qatar (con Qatar Airways) ed Emirati Arabi Uniti (con Emirates).
Cinquanta droni da duemila dollari l’uno bastano a mettere fuori uso una raffineria, un terminale, un oleodotto. Con un investimento limitato Teheran riesce a produrre danni per... Quanto? I numeri, in questo caso, valgono quanto missili e droni. Forse di più. Se l’Iran conoscesse i danni che infligge a ogni attacco sceglierebbe i suoi obiettivi con il pallottoliere.
L’economia del Golfo ha cominciato a battere in testa sin da marzo. Da noi la guerra americana si paga 2,5 euro al litro nei distributori in autostrada. Per gli Stati petroliferi è molto più difficile da capire, la trasparenza non è la maggiore qualità di quei sistemi. Bisogna basarsi sulle stime.
Allo scoppio del conflitto, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo aveva calcolato che un mese di guerra intensa avrebbe causato ai Paesi del Golfo 4 milioni di disoccupati e un crollo del Pil tra il 3,7 e il 6%. Cinque mesi di guerra a singhiozzo hanno portato probabilmente allo stesso risultato. Fonti aperte valutano i danni strutturali (raffinerie, terminal marittimi, radar, centrali elettriche) tra i 70 e i 90 miliardi di dollari solo per Qatar, Emirati, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita. Dal conto sono esclusi Giordania, Iraq, Siria e ovviamente Israele e Iran.
Quanto al calo del Pil, il Fondo monetario internazionale prevede una contrazione annua tra l’1,4% dell’Arabia e il 14,7 del Qatar. In termini assoluti dai 5 miliardi del Kuwait ai 60 miliardi di Doha. Le spese militari (contraerea, missili intercettori) hanno fatto lievitare i budget della Difesa in media del 20%. E per il prossimo anno gli incrementi sono dello stesso ordine di grandezza. Soldi sottratti allo sviluppo e all’assistenza. Un pedaggio per ricominciare a vendere, devono aver pensato gli sceicchi, non è la fine del mondo.