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 2026  luglio 29 Mercoledì calendario

Il blitz che avvicina i due conflitti

Mare chiuso, guerra aperta. Mai viste colonne di fumo nero come quelle, sul Mar Caspio. Poco lontano dalla costa, sabato mattina, bruciavano due navi iraniane: la Port Olya 2 e la Begey. Pacifici piroscafi, secondo i pasdaran che protestavano per un marinaio morto e per la violazione della Carta Onu. Barche d’armi destinate alla Russia, a sentire gli ucraini che le avevano bombardate. Uno scenario imprevisto e preoccupante, a dire di tutti gli osservatori internazionali: dopo il Mar Nero e il Mar Rosso, anche il più grande lago del mondo – il «mare chiuso» condiviso fra Mosca e Teheran – è diventato l’anello di congiunzione delle due grandi guerre in corso, in Ucraina e in Iran.
«Un’escalation inaccettabile, qui viviamo in pace, armonia e buon vicinato», ha protestato il dittatore turkmeno Berdimuhamedow, che s’affaccia sulle acque ed è buon amico sia degli ayatollah, sia di Vladimir Putin. «Non vorremmo vedere un’espansione geografica del conflitto», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Un tempo, questo bombardamento sarebbe diventato un casus belli...». «Anche l’Ucraina potrebbe capire presto che non lasciamo impunite queste azioni», ha minacciato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi: «Volodymyr Zelensky opera per conto d’Israele e vuole trascinare l’Europa nella sua guerra». «Ma non facciano le vittime!», ha risposto gelido il presidente da Kiev: «Da quattro anni, l’Iran è complice diretto dell’aggressione russa».
Se finora è stata una guerra mondiale a pezzi, come profetizzò papa Bergoglio, o una serie di guerre per procura, come dice chi crede poco alle trincee eroiche e solitarie, qualche pezzo si sta riattaccando. I puntini si collegano in un nuovo disegno. E lo scenario globale è un enorme puzzle con le tessere da ricomporre. Niente di nuovo: pure i dieci anni della guerra di Troia, visto che siamo in una stagione cine-omerica, furono in realtà una lunga serie di conflitti etnici. Aggiornate ai tempi, così, anche in questo XXI secolo tante guerre «si stanno trasformando da indirette in dirette», osserva il New York Times, scontri per ora distinti fra loro che finiscono per collegarsi.
Gl’incroci si moltiplicano. Per la prima volta da decenni, dodici Paesi del Medio Oriente sono finiti sulla prima linea del conflitto Iran-Usa-Israele: pur di reggere le ondate di droni sciiti, gli Emirati arabi si sono rivolti agli espertissimi consiglieri militari inviati da Kiev. Zelensky ha sempre spiegato come il suo conflitto e quello mediorientale fossero vasi comunicanti: per le armi occidentali che finivano a Israele, penalizzando le forniture a Kiev; per i satelliti di Mosca prestati a Teheran, negli attacchi alle basi americane nel Golfo. Il conto dell’Ucraina con l’Iran è aperto da tempo: c’entrano gli Shahed, i droni forniti da Teheran a Putin fin dal 2022, oltre alla collaborazione reciproca fra i due regimi per aggirare le sanzioni e vendere il petrolio. Donald Trump, più o meno consapevole termometro dei mutati equilibri strategici, ora è in luna di miele con Zelensky, lo definisce «un vincente» e lo spinge a bloccare il traffico d’armi e d’oro nero: tutti d’accordo, nel ritenere che il blitz ucraino sulle navi del Caspio sia una cortesia ricambiata da Palazzo Marinskij alla Casa Bianca. Ieri, l’Iraq ha annunciato l’arresto d’«agenti ucraini» a Bagdad: preparavano attacchi «da imputare a milizie iraniane».
Grande è la confusione anche sotto il cielo dell’Estremo Oriente. Dove le due Coree hanno definitivamente seppellito le illusioni di riunificazione: in cambio di tecnologia e di soldi dal Cremlino, il dittatore Kim Jong-un sosterrà l’invasione russa inviando altri 30mila soldati in Ucraina – dopo quelli già mandati al massacro due anni fa, che Zelensky definì un «primo passo verso una guerra mondiale» – e promette fedeltà all’alleato cinese, nel caso le esercitazioni navali intorno a Taiwan diventino qualcosa d’altro. Già viste, ma non per questo meno preoccupanti, pure le alleanze fra cinesi e russi su vari scenari africani, con l’obbiettivo comune di ridurre la presenza d’americani ed europei: i reduci del Gruppo Wagner – un tempo dipendenti dello Zar – si muovono nel Sahel e sono spesso assoldati per proteggere gl’investimenti minerari di Pechino nelle terre rare.
Ogni guerra mondiale s’è sviluppata su fronti diversi e alleanze a volte imprevedibili. Ci risiamo? La domanda se la pone il Financial Times, che ricorda come esperti Usa parlino d’un «asse d’avversari» (Russia-Cina-Iran-Nord Corea), con alleati variabili tipo India o Turchia, contrapposto a un Occidente meno compatto. Non un’alleanza formale, dice Thomas Wright che fu stratega di Biden. Ma c’è la Cina che guida l’assalto al declino Usa. E per restare agli antichi Greci, ben attenta alla Trappola di Tucidide: l’ansia di chi è disposto a perdere la pace, pur di non perdere la guerra.