Avvenire, 28 luglio 2026
Cuba, Trump blocca perfino gli aiuti stranieri
«Cuba non potrà farcela». Domani saranno trascorsi sei mesi esatti da quando Donald Trump ha accompagnato con questa dichiarazione, durante la prima del documentario “Melania”, l’avvio della politica di «massima pressione» nei confronti dell’isola. Uno stato d’assedio di fatto a cui, ormai, da due settimane, non sfuggono nemmeno gli aiuti umanitari internazionali. Tre carichi medicine, materiale sanitario e latte in polvere raccolti dalla campagna europea “Let Cuba Brethe” e inviati via mare sono stati dirottati in Messico, Giamaica e Colombia. A Kingston è finito pure il container con 3,5 milioni di siringhe e aghi mandati dall’associazione spagnola SODePaz. Formalmente si tratta di una decisione delle rispettive imprese di navigazione a cui i soccorsi erano stati affidati. A determinarla, però, l’ulteriore stretta di Washington sul porto cubano di El Mariel e il rischio di esclusione dagli Stati Uniti per chiunque vi attracchi. La minaccia non è nuova. L’ultimo pacchetto di sanzioni del 13 luglio, però, ha stretto le maglie attraverso cui queste ultime riuscivano ad aggirarla. Le conseguenze sulle importazioni – da cui il Paese dipende all’80 per cento per il cibo – si profilano disastrose. Le protagoniste ormai sono le cosiddette mipymes: le 11mila piccole e medie imprese private – create in gran parte con capitale della diaspora via prestanome – autorizzate dal governo di Miguel Dîaz-Canel a effettuare acquisti diretti dall’estero. Già prima, i prezzi, equiparati al valore del dollaro, erano inaccessibili per la maggioranza della popolazione. Ora l’inflazione galoppa e la diseguaglianza – a lungo un tabù della Rivoluzione – lievita. Se le puntuali previsioni di «caduta imminente» da parte di Washington sono state finora smentite dall’Avana, il costo sociale per i cubani è enorme. Il pilastro del nuovo “bloqueo” – come i cubani chiamano l’embargo Usa – in salsa Donroe è stato lo stop alle forniture di petrolio da parte di Paesi stranieri del 29 gennaio. L‘isola, a secco, è precipitata nel buio degli “apogones” o blackout quotidiani che ne hanno paralizzato, in senso letterale, la vita. La mancanza di carburante ha immobilizzato i trasporti pubblici e costretto le persone a calibrare gli spostamenti in base alla distanza percorribile a piedi o in bici. La Casa Bianca ha progressivamente aumentato la stretta, con una sfilza di sanzioni. Il pacchetto principale è arrivato il primo maggio con l’ordine esecutivo 14404 che ha preso di mira Gaesa, il consorzio nelle mani dei militari da cui dipende il 40 per cento dell’economia nazionale. A produrre gli effetti maggiori sono, però, le cosiddette “restrizioni secondarie” previste dalla misura, ovvero la minaccia di congelare i fondi a qualunque persona o entità non statunitense che faccia affari con il governo cubano. Un colpo durissimo per il turismo, già in difficoltà dopo la pandemia e il primo mandato Trump. Il fuggi fuggi delle grandi aziende straniere – da Melia a Iberostar a Barceló, da Blue Diamond a Archipelago International, da Visa a Mastercard – è stato immediato e ha ridotto il settore alla metà. Poi è stato il turno delle missioni mediche e, ora, di commercio marittimo e porti. Il “blocco”, comunque, non ha portato ancora alla capitolazione. Questo, da un lato, grazie alla straordinaria capacità di adattamento dei cubani, sviluppata in settant’anni di emergenze cicliche. Per far fronte alla carenza di energia, ad esempio, il Paese – aiutato dagli investimenti cinesi – ha incrementato la produzione di energia dai pannelli solari, passando dal 3 al 10 per cento in un anno e mezzo. La stessa “strategia Donroe”, dall’altra, è ambigua, come conferma la spedizione, la settimana scorsa, di soccorsi per cento milioni di dollari. Non è detto che Trump condivida l’obiettivo del segretario di Stato Marco Rubio, per cui la sconfitta del castrismo è da sempre un’ossessione. L’emergenza umanitaria sembra – anche se con il tycoon il condizionale è d’obbligo – venire impiegata dall’Amministrazione più come strumento di negoziazione che per determinare l’implosione della nazione. La mediazione “informale” condotta Raúl Rodríguez alias “El Cangrejo”, nipote e uomo di fiducia di Raúl Castro, va avanti in mezzo al braccio di ferro. Il quale, non a caso, in una recente intervista a Usa-Today,
ha detto che vorrebbe discute il futuro di Cuba direttamente con Trump. «Per il bene della Rivoluzione», ha precisato. Qualunque cosa questo termine significhi ora.