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 2026  luglio 28 Martedì calendario

Le Bierre in menopausa

Uno dei miei primi articoli sul Giornale di Montanelli fu sulle voci di un megatunnel di 60 km nelle Alpi e di svariati miliardi nelle casse dello Stato per un treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino. Peccato che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. Era il 1988. Il muro di Berlino era ancora in piedi e Tangentopoli rubava a man bassa. Al progetto lavorarono Andreotti, Pomicino e Necci: tutta brava gente. Il partito traversale Calce&Martello fiutò l’affare e iniziò a raccogliere dati per giustificare la follia del Tav (anzi “la Tav” perché fa più sexy). Che allora era un po’ meno folle di oggi, perché in assenza di altri valichi si prevedeva un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila. I preventivi sui costi furono poi clamorosamente smentiti al rialzo e quelli sui benefici al ribasso.
La Val Susa, già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste, si ribellò col movimento No Tav. Uno dei più appassionanti e partecipati movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere l’ambiente e il paesaggio. Sindaci, assessori, famiglie, giovani e anziani, preti e suore. Subito criminalizzati come eversivi e appositamente infiltrati da vecchi e nuovi professionisti della violenza, spesso importati dall’estero: i black bloc incappucciati, ma ben noti alle forze dell’ordine e ai Servizi – al G8 di Genova come in Val Susa – eppure sempre liberi di scorrazzare, devastare e menare (anche ora col decreto Sicurezza n. 4, quello dei “fermi preventivi”). Sennò il governo di turno non potrebbe agitare ogni volta il pericolo delle “nuove Brigate rosse”, annunciate da 38 anni e mai arrivate. Le cronache e i titoli sono sempre uguali dai primi anni 90, quando partì il famoso “cantiere”. Che è riuscito a non scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla, il mondo è cambiato, la gente oggi viaggia in aereo o sul Tgv e domani sui droni, le merci seguono altre rotte. Ma bisogna alimentare la mangiatoia, come per il Ponte. Nel 2019 l’analisi costi-benefici degli esperti del Conte 1 suggerì di chiuderla lì, anche perché il costo era lievitato da 5 a 15 miliardi (che in Italia sono 25). Tutti i media i partiti, tranne i 5Stelle, se ne fregarono e si opposero a disdire il trattato italo-francese. Ora ci risiamo coi soliti brigatisti d’importazione in menopausa, in una valle militarizzata come il Donbass per proteggere un tunnel che non c’è. Sette anni fa Crozza disse che “il Tav è urgentissimo da ventinove anni”. Oggi da trentasei.