La Stampa, 28 luglio 2026
Intervista a Valeria Bilello
«In questi ultimi due anni, avendo avuto una bambina meravigliosa, ho fatto più la spettatrice, e quello a cui ho assistito è che il cinema italiano si è un po’ degradato, tra la questione dei fondi e la selezione dei film ai festival con pochissime registe donne. C’è ancora tanto su cui lavorare». Valeria Bilello è nella giuria internazionale del Magna Graecia Film Festival, dove è arrivata con il compagno Tommaso Labate e la piccola figlia Linda. Il suo ritorno al cinema sarà in autunno con L’Ultimo salto di Umberto Carteni, insieme a Marco Giallini e Max Tortora, nel frattempo sta lavorando a un progetto tutto suo, «il mio primo corto da regista».
Fa discutere che alla Mostra del cinema di Venezia ci sia una sola regista in concorso. Che idea si è fatta?
«Mi sembra curioso, tanti dicono che bisogna guardare alla qualità, ma mi chiedo come mai questo sguardo femminile a cui siamo sempre meno abituati non sembra interessare. Che succede, ci siamo disabituati? O è diventato troppo pungente quello sguardo?».
Come si risponde?
«Viene da pensare male, viene da pensare che forse le autrici oggi abbiano fin troppo da dire. Le donne sono capaci di raccontare con poesia cose molto dure, eppure fanno ancora fatica a emergere nel panorama nazionale e internazionale».
Ha lavorato su set internazionali come la serie Sense8. Che ricordo ne ha?
«Per la prima volta non ero vista come la ragazza della porta accanto, mi divertivo a interpretare una villain, Lila Facchini, una cattiva sofisticata, sexy, dalla crudeltà inaudita. Ho ricordi bellissimi di un periodo folle in cui giravamo in tutto il mondo, Berlino, Parigi, Londra – anche in Italia, il mio personaggio arrivava da Napoli – e poi in Africa, Corea, Stati Uniti, una produzione milionaria che alla fine è stata chiusa perché le registe, le sorelle Wachowski, non avrebbero mai accettato di ridimensionare la loro creatività».
Hanno fatto bene?
«Non si sono svendute ed è rimasta una serie cult, oltre che la prima produzione Netflix a raccontare i diritti LGBTQ+ e il sesso LGBTQ+. Narrava la ricerca della propria identità anche attraverso il supporto degli altri, la bellezza dei Sense8 era che si collegavano e aiutavano fra loro».
Raccontava di essere diventata madre da poco. Marzullo giorni fa ha chiesto a Fagnani se le mancasse un figlio, lei ha risposto dicendo che nel 2026 è una domanda che non è giusto porre. Che ne pensa?
«Trovo abbia ragione Francesca, di sicuro a un uomo non l’avrebbe chiesto. Si tratta di scelte molto forti, fatte o a volte anche subite e non decise autonomamente. Scelte che possono portarsi dietro grandi dolori, insomma è una domanda che forse, non dico che proprio non si possa fare, ma sicuramente è malposta».
Come la maternità ha cambiato il suo sguardo, se l’ha cambiato?
«L’ha cambiato tanto, con una tenerezza infinita. Verso mia figlia, verso suo padre, verso me stessa e i miei genitori. Anche solo sapere di aver messo al mondo un’altra vita fa pensare a quanto sia fragile la vita in sé, fare conti con il fatto che il nostro tempo è limitato e il film che è tua figlia non potrai mai vederlo fino in fondo. È una immensa gioia e una grossa responsabilità, anche nel capire cosa dirle, come farlo. Mia madre per me è stata una grande maestra».
Quali altre maestre ha avuto?
«Mi piace ricordare la prof delle medie che ci faceva vedere i film a scuola il venerdì. Poi le registe con cui ho lavorato, da Valeria Golino a Lyda Patitucci, e attrici come Margherita Buy e Carla Signoris che furono molto materne al mio primo film da coprotagonista Happy Family di Salvatores, mentre io ero terrorizzata, temevo di non essere all’altezza. Mi hanno mostrato che si può essere professionali, ma anche leggere».
Cosa può anticipare de L’ultimo salto?
«Mi sono ritrovata con compagni di lavoro divertentissimi a interpretare una tremenda direttrice di una Rsa, super severa. Un film tragicomico in cui ci sarà da ridere».
Com’è stato ritrovarsi con Giallini a nove anni da Beata Ignoranza?
«Giallini è un uomo di cuore, ci siamo raccontati questi dieci anni, di tutto e di più. Il bello di Marco è che il meglio lo dà anche in silenzio, riesce a farti ridere o piangere solo guardandoti. L’ultimo giorno di set ci siamo abbracciati».
Cosa direbbe oggi alla Valeria che muoveva i primi passi nello showbiz?
«Non cercare di piacere a tutti i costi. Da ragazzina lo facevo, poi ho lavorato sulla mia identità, mi sono messa a leggere, viaggiare, lavorare su chi volevo essere».
Iniziare a lavorare da giovanissima con Mtv le ha tolto qualcosa?
«Mi sono persa diversi anni cercando di accontentare gli altri. Non mi sentivo mai abbastanza bella, abbastanza brava, abbastanza forte in inglese e così via».
Le manca mai la Valeria che faceva la vj?
«Ma no, sarebbe come dire che mi manca andare in prima liceo. Fa parte di un’altra era ed è giusto che rimanga dov’è. Non saprei neanche più farla quella roba lì, c’era un’ingenuità da parte di tutti che ha permesso di fare la tv a gente che come me aveva 17 anni quando ha iniziato. I registi ne avevano 28 e ci sembravano adulti, ma eravamo tutti giovanissimi. Eravamo il sogno di tanti ragazzi, passavamo l’estate a Ibiza, l’inverno fra Milano e Londra, ricordo un concerto dei Coldplay in cui eravamo in 50 perché non li conosceva nessuno. Intervistavamo artisti italiani agli albori come Cesare Cremonini, eravamo tutti sconosciuti e giovanissimi. Molti di noi poi hanno trovato la propria strada, gli anni servono a realizzare tante cose, su tutte che più della carriera conta essere felici».