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 2026  luglio 28 Martedì calendario

Novant’anni senza Garcia Lorca

Federico García Lorca è stato assassinato a Viznar, poco lontano da Granada, il 19 agosto 1936. A novant’anni di distanza, sappiamo relativamente poco della sua morte. Non sappiamo per esempio perché il 13 luglio il poeta decise di lasciare Madrid e tornare a Granada. Il giorno prima, o forse due giorni prima (neanche questo sappiamo di sicuro), aveva scritto all’amico editore José Bergamín un biglietto in cui gli dava appuntamento per l’indomani. Invece prese il treno per tornare nella sua città, malgrado glielo sconsigliassero diverse persone e gli avvenimenti in corso: il 12 luglio era stato assassinato il tenente José Castillo, fermo oppositore del fascismo, la tensione politica era alle stelle e si temeva una rivolta.
Perché Lorca non rinunciò a partire? Forse desiderava festeggiare con la famiglia l’onomastico suo e del padre (18 luglio). Il poeta vi attribuiva una grande importanza e se, come pare, aveva promesso di presenziare alla festa, questa motivazione potrebbe aver avuto il suo peso. Forse, più in generale, sentiva il bisogno di prendere le distanze da un impegno politico che rischiava di distoglierlo dalla letteratura? Nel febbraio del 1936 Lorca era stato (con Rafael Alberti, José Bergamín e altri) tra i fondatori della Alianza de Intelectuales Antifascistas, un’associazione culturale che si proponeva di unire gli intellettuali progressisti in sostegno del Fronte Popolare al governo. Ma in verità l’attività letteraria di Lorca non sembrava soffrire a causa del suo impegno politico, al contrario: tra la primavera del 1935 e la primavera del 1936 aveva pubblicato tre libri di poesie, mentre si moltiplicavano gli impegni teatrali, si concludeva la revisione dei testi nati durante il viaggio in America cinque anni prima e veniva maturando il progetto di un libro di sonetti.
Non sappiamo perché Lorca rimase a Granada, dopo lo scoppio dell’insurrezione franchista il 17 luglio, e ancora dopo la presa della città il 20 luglio, a dispetto degli insulti e delle minacce che cominciava a ricevere. Forse il caos gli impedì di valutare la gravità dei rischi che correva? Il 9 agosto sfuggì a una retata nella residenza di famiglia e chiese aiuto al poeta Luis Rosales Camacho, che accettò di nasconderlo a casa sua. Non sappiamo se si rivolse a Rosales, falangista, nell’illusione di garantirsi un protettore di destra. Non sappiamo se Rosales, come ipotizzano alcuni, tradì il poeta e se i successivi tentativi di ottenere la sua liberazione fossero o meno una messinscena (si tende a escluderlo, in mancanza di prove certe).
Sappiamo che Lorca fu arrestato il 16 agosto, lo stesso giorno in cui venne fucilato Manuel Fernández Montesinos, ex sindaco socialista della città e cognato del poeta. Sappiamo che alla testa degli uomini che arrestarono Lorca c’era Ramón Luis Alonso, ex deputato della destra cattolica, sappiamo che il governatore golpista José Valdés Guzmán si consultò con l’onnipotente generale Gonzalo Queipo de Llano y Sierra, il quale autorizzò il delitto oralmente con un’espressione in codice: «Dale café, mucho café» – il certificato di morte verrà scritto solo quattro anni più tardi, e gronda ipocrisia: «Deceduto nel mese di agosto del 1936 in conseguenza di ferite prodotte da cause di guerra». Il cadavere fu gettato, pare, in una fossa comune a poca distanza dal fronte: in anni recenti si è creduto di aver identificato il luogo preciso, ma per mancanza di fondi non si sono potute concludere le ricerche.
Di una cosa, in mezzo a tanti dubbi, siamo certi: Federico García Lorca era oggetto di un odio feroce, rabbioso, furibondo, da parte dei falangisti. E questo odio fu all’origine del suo omicidio, voluto e realizzato con spietata determinazione a dispetto delle voci che subito, nelle ore successive all’arresto, si levarono in tutto il mondo per chiedere che fosse risparmiato un genio e per negare le risibili accuse di spionaggio a favore dell’Urss con cui si tentava di giustificare la sua condanna.
Le ragioni di questo odio erano molteplici. In primo luogo l’omosessualità, e il fatto che Lorca non si curasse più di nasconderla, come rivelano l’Ode a Walt Whitman, il testo teatrale El público e il progetto incompiuto dei sonetti, che sono appunto poesie di amore omosessuale. Un documento della polizia franchista datato 9 luglio 1965 e ritrovato nel 2015 lo dichiara esplicitamente: «praticava l’omosessualità e altre aberrazioni». In secondo luogo l’anticlericalismo, che è uno dei temi costanti della produzione di Lorca: dai versi giovanili al Grito hacia Roma di Poeta en Nueva York, il poeta accusa la Chiesa cattolica di aver tradito i valori del Vangelo e il significato profondo dell’insegnamento di Gesù. Anche questo si rileva dal documento citato, in cui Lorca è definito «massone appartenente alla loggia Alhambra» con lo pseudonimo di “Omero”.
Ma queste accuse, come il fatto che si fosse esposto a favore del Fronte Popolare, spiegano solo in parte lo spietato livore che portò all’esecuzione del poeta. Molti artisti e intellettuali, anche più radicali di lui, furono censurati, esiliati, imprigionati – non uccisi. Nel caso di Lorca, però, il fondamento stesso della sua attività di poeta e di drammaturgo lo rendeva una vittima predestinata dei golpisti: l’ambizione a unire il culto e il popular, Góngora e il cante jondo, la poesia d’avanguardia e il teatro ambulante, gli intellettuali e gli ultimi – i due principali avversari del «fascismo eterno» (come lo definiva Umberto Eco), che aborrisce l’intellighenzia e riduce la cultura popolare a folclore. Era tutto il suo lavoro intellettuale a essere animato da principi antitetici a quelli del fascismo: tutta la sua opera nasce da una aperta, concreta simpatia per gli oppressi, gli esclusi («il gitano, il nero, l’ebreo, il moro, che noi tutti ci portiamo dentro»); e dal rifiuto di ogni forma di nazionalismo («Io sono uno spagnolo integrale…Canto la Spagna e la sento fino al midollo, ma per prima cosa sono uomo del mondo e fratello di tutti»: sono ancora parole di Lorca).
Non può non colpire il fatto che, negli stessi anni, e certo in modo del tutto indipendente, una concezione della letteratura simile veniva elaborando in Italia Antonio Gramsci. A me pare indubbio che il pensatore sardo avrebbe apprezzato l’opera lorchiana, se avesse potuto conoscerla, e l’avrebbe considerata un ottimo esempio di produzione nazionale-popolare, radicata nel contesto andaluso e nella concezione popolare dell’esistenza, con il suo sentimento tragico e barocco della vita, e nello stesso tempo capace di esprimere valori universali; e avrebbe apprezzato la capacità del granadino di riutilizzare le più ardite innovazioni formali del Novecento all’interno di un progetto nobilmente “didattico”, di cui la Barraca, la compagnia teatrale itinerante fondata dal poeta nel 1932, è il segno più esplicito. Ma queste sono ipotesi inverificabili e valgono solo come esperimento mentale.
Quel che è certo è che l’uccisione di Lorca non può essere derubricata a incidente, e tanto meno può essere ricondotta a una rivalità personale tra il poeta e Alonso, colui che probabilmente (ma ancora una volta non lo sappiamo con certezza) eseguì la condanna. La fucilazione di Lorca fu un delitto politico-culturale che, in quei primi giorni di guerra, assumeva un valore simbolico immenso, ben percepito da tutti i contemporanei: a essere annientato, nelle intenzioni degli assassini, era il progetto artistico che Lorca veniva elaborando da vent’anni e che aveva prodotto una serie di opere straordinarie.
Rileggere Lorca può quindi essere un gesto altrettanto significativo oggi, in un momento storico in cui il fascismo ha ripreso forza e tenta di ridurre all’irrilevanza ogni vera poesia e di relegare la cultura a una funzione di mero intrattenimento.