La Stampa, 28 luglio 2026
Salta l’annuncio della vendita. Jindal verso una trattativa al ribasso
Oggi il ministero delle Imprese e del Made in Italy contava di presentare al tavolo con i sindacati (convocato a inizio luglio) l’accordo con Jindal, l’unico gruppo rimasto in corsa per l’acquisizione. E invece è arrivata la decisione della Corte d’Appello di Milano che chiude l’area a caldo del polo di Taranto. La trattativa era arrivata alla fase conclusiva e avrebbe dovuto prendere avvio con un contratto di affitto del ramo d’azienda destinato a trasformarsi, dopo 18 mesi e al verificarsi di determinate condizioni, nell’acquisto definitivo degli asset. La pronuncia dei giudici ha modificato il quadro, anche se la partita non è chiusa: nella notte il gruppo siderurgico indiano ha diffuso una nota annunciando che «conferma il proprio impegno all’acquisizione del perimetro della ex Ilva di Taranto e di Acciaierie d’Italia, inclusivo sia dell’area a freddo sia dell’area a caldo, subordinatamente alla definizione dei relativi accordi, inclusa la realizzazione di un nuovo forno carbon free a Taranto». È chiaro comunque che la posizione di Jindal nella trattativa risulta rafforzata.
A confermare il cambio di scenario è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo cui la sentenza «stravolge una fase di cessione che era abbastanza avanzata, direi prossima alla definizione con la controparte, e che in questo momento cambia completamente le condizioni della vicenda». La lettura dell’esecutivo è che, dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano, l’area a caldo «non esiste più». Per questo, secondo fonti di Palazzo Chigi, la continuità operativa potrà essere garantita solo in attesa del perfezionamento della cessione riferita all’area a freddo, l’unica che potrebbe continuare a lavorare utilizzando bramme prodotte altrove. La visione di FdI è espressa dal senatore Matteo Gelmetti, collega di partito del ministro Adolfo Urso, che parla di «giustizia a orologeria» e sostiene che la pronuncia abbia cancellato la possibilità di rilanciare il gruppo proprio alla vigilia dell’incontro con i sindacati. Analoga la posizione del presidente di Federacciai Antonio Gozzi: «La tutela della salute – dice l’industriale – è un valore irrinunciabile, ma non può tradursi in prescrizioni tecnicamente irrealizzabili che mettono a rischio un settore strategico per il Paese. Di fatto si è scelta la chiusura dell’impianto».
Ma la lettura che danno i sindacati e altre fonti interne al dossier è totalmente di segno opposto. E si basa su un’analisi del piano industriale presentato dagli indiani. «Il tribunale ha tolto le castagne dal fuoco al ministro, rendendo accettabile un progetto lacrime e sangue», si sussurra. Secondo questa ricostruzione, il piano Jindal non sarebbe stato travolto dalla sentenza. Anzi, ne uscirebbe indirettamente rafforzato, poiché già prevedeva il superamento della produzione a caldo e la progressiva sostituzione delle bramme prodotte a Taranto con semilavorati provenienti dall’impianto che il gruppo indiano sta sviluppando in Oman. La decisione dei giudici potrebbe quindi trasformarsi in un assist al progetto industriale, rendendo più semplice giustificare la trasformazione dello stabilimento in un grande polo di laminazione. Con un drastica conseguenza: dai 9.700 occupati totali oggi nel gruppo, ne basterebbero al massimo 4 mila. Con Taranto che passerebbe da 7.920 lavoratori a circa 2.500.
Le condizioni erano già molto peggiorate. Nel primo bando del 2025 Jindal proponeva un investimento complessivo di 4 miliardi di euro, di cui uno destinato all’acquisto degli asset e tre agli investimenti, con due forni elettrici, la transizione verso la produzione con Dri entro il 2030 e circa 6 mila occupati. Nel secondo bando del 2026, invece, la proposta si riduce a un acquisto simbolico per un euro, chiusura dell’area a caldo, un solo forno elettrico, importazione di circa 4 milioni di tonnellate di semilavorati e circa 4 mila occupati, subordinando inoltre il progetto a un sostegno pubblico.
Le altre offerte che nel tempo erano spuntate – per poi dissolversi – delineavano scenari diversi. Bedrock diceva che avrebbe puntato a una ristrutturazione con la ricerca di un partner industriale italiano, prevedendo 3 mila occupati. Baku proponeva un investimento da 1,1 miliardi con una transizione verso i forni elettrici e circa 8 mila lavoratori. Flacks aveva messo sul tavolo un piano da 5 miliardi per la decarbonizzazione, con una partnership pubblica e circa 8.500 addetti. Proprio il fondo Usa ieri è tornato a farsi avanti chiedendo un incontro con il governo e rilanciando il progetto Flacksider, sviluppato con Danieli e Metinvest.
Uno dei nodi resta quello del lavoro. Oltre alla vendita dell’ex Ilva, i sindacati hanno intenzione di chiedere conto a Urso anche di un annuncio fatto dal ministro un anno fa: 15 progetti industriali per Taranto che nelle initenzioni del Mimit avrebbero dovuto trasformare il tessuto industriale della città e offrire un «potenziale occupazionale di oltre 5.000 addetti». A distanza di un anno, però, nulla si è mosso.