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 2026  luglio 24 Venerdì calendario

Ricreati profumi dell’antica Grecia

«No, nessuna di noi è esperta di profumeria. Appassionate sì, ma non esperte. Però volevamo a ogni costo restituire corpo e vita a una ricetta di profumo di tremilacinquecento anni fa. Volevamo annusarlo, sentirlo sulla nostra pelle».
In realtà, la filologa Silvia Ferrara, docente di Civiltà egee all’Università di Bologna, e la ricercatrice Laura Bellinato hanno fatto molto di più nel loro Il profumo degli dèi (il Mulino). Inseguendo un profumo antichissimo, hanno fatto rivivere un mondo. Già dalle prime pagine si capisce che la lettura sarà un vero e proprio viaggio olfattivo, un’esperienza immersiva e, per tramite del più volatile dei sensi, multisensoriale.
Il lettore però è avvertito: non masticherà la polvere dei campi di battaglia cantati da Omero, narratore – secoli dopo – di un mondo ispirato ai signori micenei ma molto diverso. Al contrario, leggendo entrerà nell’intimo dei palazzi di Cnosso, Pilo, Micene per venire accolto in udienza dal sovrano, il wanax. Vivrà la vita pulsante dei palazzi: quella agiata dei nobili e quella ben più dura degli artigiani e dei servitori più umili. Nei santuari, offrirà doni agli dèi e ungerà d’olio le loro statue assieme ai sacerdoti. Faticherà poi per il lavoro nei campi, e vagherà per la macchia mediterranea alla ricerca di erbe e fiori odorosi. Infine, salperà per il Mediterraneo a smerciare quell’olio profumato che era potente strumento di alleanze politiche e una delle industrie di punta dei palazzi micenei. Così importante che le scorte di profumi si trovavano nelle stanze più vicine alla sala del trono. A Cnosso e Pilo era così: erano mondi che ruotavano, letteralmente, intorno ai profumi. I micenei erano sì un popolo in armi, ma anche grandi amanti delle cose lussuose e belle.
Per garantire un’immersione totale in questo paesaggio olfattivo di bellezze, a Ferrara e Bellinato è bastata la scrittura: quella asettica e laconica delle tavolette d’argilla scritte in lineare B – il sistema di scrittura miceneo – e la propria, che ha saputo restituire quei pochi segni alla vita.
Tutto è cominciato con un problema di interpretazione di segni, una questione strettamente filologica. Ma poi vi siete librate in volo. Com’è stata la vostra avventura? «Volevamo raccontare quanto i micenei, famosi guerrieri e mercanti, siano stati anche creatori di eleganza. Avevamo solo una lista di ingredienti di un profumo, null’altro. Niente dosi, sequenze o tempi di lavorazione. Solo olio d’oliva, salvia, rosa, cipero, coriandolo, mirra, vino, miele. I micenei non distillavano ma ottenevano i profumi per infusione in olio. E nella lista, c’erano due segni ancora indecifrati. Abbiamo analizzato testi e pratiche in Egitto, Assiria, Grecia e, tra confronti e analogie, abbiamo capito che si trattava di un tipo di radice, probabilmente di calamo ma forse anche di iris».
E avete deciso di passare ai fornelli. «È stata una vera impresa, un provare e riprovare mille volte. Prima con la salvia, che è più semplice da lavorare dei petali di rosa – e poi, la salvia nei profumi è un’esclusiva dei micenei. Già il primo tentativo era abbastanza buono, ma noi volevamo giungere a commercializzare il profumo perché tutti, oggi, possano vivere il nostro stesso viaggio nel tempo. Con l’aiuto di un’équipe di chimici della nostra università siamo riuscite ad affinare la formula, mantenendo il medesimo standard di qualità. Abbiamo realizzato tre fragranze diverse: alla salvia, profondo e intenso; alla rosa, fresco come la primavera; al miele, non troppo dolce e avvolgente».
Come utilizzavano il profumo i micenei? «Innanzitutto, per i loro dèi; lo offrivano agli dèi o ungevano statuine e oggetti sacri. Poi per sé stessi, per “purificare” i momenti liminali della vita, la nascita e la morte. Per sedurre, ovviamente. E per farsi belli e brillare proprio come gli dèi: il profumo è un inno alla vita, è ambire all’immortalità».
Qual è il segreto del successo commerciale degli olii profumati micenei? Il mercato era molto competitivo: Egitto, Mesopotamia, Cipro sono tutti luoghi rinomati per la produzione di cosmetici e profumi. In cosa si distinguevano i prodotti micenei? «Erano di altissima qualità. Gli artigiani che lavoravano nei palazzi erano ultraspecializzati: venivano mantenuti direttamente dall’istituzione centrale proprio perché potessero affinare la loro arte. L’organizzazione dei palazzi era ferrea in tal senso. Poi erano prodotti di prestigio anche solo perché giungevano da oltremare. Infine, il packaging: le ceramiche micenee erano famose e raffinate. Sia che gli oli profumati venissero venduti nelle piccole ed eleganti anfore “a staffa” (con le due anse che si uniscono a un finto collo centrale, e il collo per versare sulla spalla del vaso), sia che circolassero “all’ingrosso” nei pithoi (giare enormi e scenografiche), erano chiaro indice di lusso e prestigio».
I nomi dei profumieri tramandati dalle tavolette in lineare B sono tutti maschili, però voi raccontate delle famose profumiere assire, e di Maria la Giudea, che nell’Egitto ellenistico – si tramanda – mise a punto il sistema di riscaldamento controllato chiamato, per l’appunto, “a bagnomaria”. Perché questo legame tra le donne artigiane e la profumeria? «Non perché le donne amano farsi belle, ma perché le donne hanno sempre idee geniali!».
Torniamo ai micenei e ai loro olii profumati. All’epoca già si distillava: a Cipro sono stati trovati strumenti dall’utilizzo simile a quello degli alambicchi moderni, giunti a noi tramite gli arabi. Perché si concentrarono sull’infusione? «È semplice: perché per loro l’olio era il fulcro della cultura egea. E poi, ora che lo stiamo testando, capiamo che l’olio profumato è molto più persistente dell’alcol. Non lascia la stessa scia ampia di profumo, si deve sentire più da vicino, però rimane attaccato alla pelle molto a lungo».
Quando potremo sperimentare le fragranze micenee? «Stiamo ultimando le trattative con un’azienda che produrrà i profumi per noi. Speriamo siano pronti e in commercio per il prossimo autunno».