repubblica.it, 28 luglio 2026
Spotify elimina 75 milioni di brani fatti con l’IA
Da quando il Web fa parte delle nostre vite, cioè dal 1989, abbiamo assistito a un’esplosione di contenuti. Una crescita in costante accelerazione grazie all’aumento degli utenti e alla diffusione delle connessioni, dei dispositivi (smartphone, computer, tablet e altri) collegati e delle piattaforme – social ma non solo – in grado di ospitare testi, foto, video e audio.
Una tendenza che difficilmente si arresterà, anzi, con l’intelligenza artificiale. Eppure, ogni tanto serve un argine. Perché troppi contenuti significa anche molto rumore che spesso va a discapito della qualità dei servizi e dell’esperienza degli utenti.
Musica a tutta IA
È quello che avrà pensato la più diffusa piattaforma di streaming musicale al mondo: Spotify. Che nei giorni scorsi ha eliminato oltre 75 milioni di brani generati dall’IA dal proprio catalogo nell’ultimo anno. Non una “guerra” ideologica, perché l’azienda svedese continuerà a consentire la pubblicazione di musica realizzata con tecnologie generative. Il bersaglio è infatti un altro: quelle milioni di tracce create automaticamente, caricate in massa e spesso accompagnate da reti di bot con l’unico obiettivo di drenare una parte delle royalty destinate agli artisti in carne e ossa.
Scarsità a rischio
Per anni abbiamo discusso se l’intelligenza artificiale avrebbe sostituito musicisti, illustratori o giornalisti. Oggi il problema è diverso. L’IA non sta semplicemente sostituendo i creatori. Sta sostituendo il concetto stesso di scarsità.
Una volta registrare una canzone richiedeva strumenti, competenze, tempo e denaro. Oggi basta scrivere poche righe di testo in servizi come Suno o Udio e ottenere decine di brani in pochi minuti. Il costo marginale della produzione creativa tende così rapidamente verso lo zero. E quando qualcosa diventa praticamente gratuito, il mercato cambia natura. Perché non conta più creare, ma riempire.
Tanta mediocrità
È la logica dello spam applicata alla creatività. Un recente studio dell’Università di Chicago e della Northwestern University utilizza proprio l’espressione AI slop per descrivere questo fenomeno: enormi quantità di contenuti mediocri prodotti automaticamente e distribuiti nella speranza che una piccola percentuale riesca a ottenere visibilità o ricavi. Analizzando le piattaforme musicali, i ricercatori hanno scoperto che il 93% della musica generata dall’IA non riceve praticamente alcun ascolto. Il modello economico è semplice: pubblicare migliaia di brani sperando che qualcuno venga intercettato dagli algoritmi.
Non solo Spotify
È una dinamica che non riguarda soltanto la musica. Guardate Google. Da oltre un anno il motore di ricerca è invaso da siti costruiti quasi interamente con testi generati dall’intelligenza artificiale, pensati non per essere letti ma per intercettare traffico dai motori di ricerca. Oppure Facebook, dove immagini assurde, create automaticamente, raccolgono milioni di interazioni. E poi c’è LinkedIn, dove interi feed sono popolati da post indistinguibili scritti da chatbot. E infine Amazon, che continua a combattere recensioni sintetiche generate automaticamente.
Ogni piattaforma sta dunque affrontando lo stesso problema. Non è l’IA, ma l’eccesso del suo utilizzo. È interessante osservare che perfino le aziende che hanno investito di più sull’IA stanno iniziando a costruire sistemi per limitarne gli effetti. Deezer (un concorrente di Spotify), per esempio, è arrivata a sviluppare un sistema che identifica la musica generata artificialmente, la etichetta e la esclude dalle raccomandazioni algoritmiche. Oggi oltre il 50% dei nuovi brani caricati sulla piattaforma è prodotto con strumenti di IA, circa 90mila tracce ogni giorno. Una crescita così rapida da mettere a rischio l’intero sistema delle royalty.
La fine del catalogo infinito?
È un paradosso perché per vent’anni le piattaforme hanno combattuto per avere il catalogo più grande. Oggi si rendono conto che il catalogo infinito può diventare un problema.
Herbert Simon, premio Nobel per l’economia nel 1978, lo aveva previsto 50 anni fa: “Una ricchezza di informazioni crea una povertà di attenzione”. Oggi quella frase assume un significato completamente nuovo. Se l’IA può produrre contenuti praticamente senza limiti, ciò che diventa raro non è la capacità di creare, ma la capacità di selezionare.
Il re è il filtro
In altre parole, stiamo entrando nell’economia della curatela. Per anni abbiamo detto che in Rete vigeva la regola del “content is king”, il contenuto comanda. Forse non è più vero. Oggi il re è un altro, il filtro. Non sorprende, quindi, che stiano tornando centrali gli editor, le playlist curate da umani e perfino gli algoritmi di raccomandazione, purché siano capaci di distinguere il segnale dal rumore.
La torta non cresce
La vicenda di Spotify ci racconta anche qualcosa di importante dal punto di vista economico. Le piattaforme di streaming distribuiscono una quantità limitata di denaro ogni mese. Se improvvisamente milioni di nuovi contenuti artificiali entrano nello stesso mercato, la torta non cresce. Si divide tra un numero molto maggiore di partecipanti. È una forma di inflazione creativa.
La Cisac, la Confederazione internazionale degli autori e compositori, stima che entro il 2028 la musica generata dall’IA potrebbe sottrarre circa 4 miliardi di euro l’anno ai creatori umani se non verranno introdotti correttivi.
Non è un caso che le piattaforme abbiano cambiato atteggiamento. Fino a poco tempo fa la loro priorità era aumentare il numero dei contenuti. Oggi la priorità è difendere la qualità dell’ecosistema. Ed è una trasformazione che va ben oltre Spotify, Netflix e simili.
Pensiamo ai modelli linguistici. ChatGpt, Gemini o Claude possono produrre migliaia di pagine al minuto. Gli strumenti video generano spot pubblicitari in pochi secondi. Le immagini sintetiche invadono i social. La produttività creativa cresce in modo esponenziale, ma la nostra capacità di leggere, guardare, ascoltare e comprendere rimane biologicamente la stessa.
L’offerta cresce, insomma. Ma la domanda no. È un problema.