la Repubblica, 28 luglio 2026
L’odissea lunga un secolo della testa di Alessandro Magno
L’archeologo che l’ha estratta dalla terra, il primo ladro e i contrabbandieri, un mercante d’arte armeno, un professore di archeologia greco e il suo delfino, uno sceicco del Qatar e un gallerista di Manhattan. Sono tante le mani che in un secolo hanno accarezzato i lineamenti di marmo del volto sfigurato di Alessandro Magno, mentre viaggiava tra Roma, New York, Il Cairo, Doha, Londra e Maastricht. Un’odissea conclusa lo scorso aprile, quando la testa del I secolo d.C. scomparsa dalla Basilica Emilia, al Foro romano, è tornata a casa insieme ad altri 336 reperti trafugati negli Stati Uniti.
È questa la storia che raccontano le indagini dei carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale, guidati dal generale di brigata Antonio Petti, e della procura di New York, coordinate dall’attorney Matthew Bogdanos. Ora la testa è pronta per essere portata dove avrebbe dovuto trovarsi da sempre: al museo del Foro romano, che deciderà se esporla al pubblico o riservarla agli studiosi.
Un’opera d’arte rubata è come un latitante
“Un’opera d’arte rubata è come un latitante. Rimane nascosta fino a quando, grazie a un’intuizione o a un colpo di fortuna, l’indagine prende una svolta improvvisa”, spiega un luogotenente della sezione archeologia del Comando. Ed è andata così anche per la testa di Alessandro Magno. Data per perduta da un secolo, riappare sul catalogo online della fiera d’arte di Maastricht del 2018, presentata dalla Safani Gallery di Manhattan. Per Patrizia Fortini, allora direttrice dell’area archeologica del Foro, è una rivelazione: riconosce subito la testa che al Palatino cercano da anni. È solo l’ultimo tassello, però, di una vicenda ricostruita pezzo dopo pezzo in sette anni di battaglia legale.
Il primo furto
Tutto comincia tra il 1909 e il 1910, quando l’opera emerge dagli scavi. Viene fotografata e inventariata come una delle “Statue di Orientali” che adornavano l’esterno della Basilica Emilia, alcune danneggiate da un violento incendio: “Non si può stabilire con precisione quando sia stata trafugata, ma solo che è successo prima del 1960”, si legge negli atti americani. È in quell’anno, infatti, che durante una catalogazione gli archeologi si accorgono che della testa non c’è più traccia. Non essendoci prove di un furto, il reperto viene classificato come “perduto”. In altre parole, il furto non viene denunciato. “Una prassi comune in quegli anni, che ha reso l’opera irrintracciabile”, spiega il luogotenente. “Nel Dopoguerra la nostra banca dati Leonardo – il più grande database al mondo di opere d’arte rubate – non esisteva ancora”.
Il mercante d’arte armeno e l’asta del 1974
Il volto danneggiato inizia così il suo viaggio. L’opera lascia l’Italia probabilmente grazie ai cosiddetti “spalloni”, contrabbandieri specializzati in opere d’arte. Non è mai stato chiarito come abbia attraversato il confine. È certo, però, che nel 1974 compare in un’asta di Sotheby’s a New York, nelle mani del fondo di Hagop Kevorkian, mercante d’arte armeno tra i principali protagonisti del trasferimento di reperti mediorientali negli Usa. Nonostante la testa venga presentata senza alcuna indicazione di provenienza, viene venduta alla Altertum Ltd per 650 dollari, una cifra misteriosamente bassa rispetto ai valori a cui sarebbe stata venduta pochi anni dopo. A poco sono servite le indagini sull’acquirente: per gli atti americani è una società fantasma mai registrata.
Da New York a Chicago, passando per Il Cairo
Da quel momento cala di nuovo il silenzio per quasi quarant’anni. Fino al 2011, quando finisce ancora una volta in un’asta di Sotheby’s a New York. Ma con dettagli inediti. Il venditore è Martin C.J. Miller, ricercatore e antiquario britannico residente a Chicago. Miller sostiene che l’opera sia un dono lasciatogli in eredità dal suo mentore: l’archeologo greco di fama mondiale Nikolas Oikonomides. Il ricercatore dice che il suo maestro l’ha comprata al Cairo tra il 1984 e il 1986 e poi portata a Chicago.
Il Qatar e il ritorno a casa
La testa viene venduta per 92mila dollari a uno sceicco qatariota. Il viaggio di Alessandro, quindi, si sposta in oriente per sei anni. Poi nel 2017 arriva a Londra con un nuovo nome a corredo. L’opera viene presentata alla Classical Galleries Limited dalla Ali Al Thani Foundation, associazione dell’omonimo ex ministro della Cultura del Qatar, fino alla sua morte tra i più grandi collezionisti d’arte al mondo. Ed è sul suo piedistallo, circondata da curiosi, che attira l’attenzione del suo ultimo proprietario: Alan Safani, gallerista di Manhattan. Qualcosa, però, non lo convince e fa fare alcune verifiche: ma nei database delle opere rubate non c’è traccia. In buona fede, come hanno dimostrato le indagini, acquista la testa per 152mila dollari. E progetta di rivenderla.
È il 2018 quando il volto in marmo si prepara al suo ultimo palcoscenico: la fiera dell’arte di Maastricht. A osservare l’annuncio online, però, ci sono gli occhi di chi lo conosce bene. La direttrice dell’area archeologica del Foro denuncia. Si mette in moto il Comando tutela patrimonio culturale e la procura di New York sequestra l’opera all’interno della Safani Gallery. Sono quelle delle autorità americane le ultime mani a toccare la testa di Alessandro Magno prima della battaglia giudiziaria – dove l’Italia era rappresentata dall’avvocato Leila Amineddoleh – che la porterà all’ennesimo viaggio. Questa volta verso casa.