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 2026  luglio 28 Martedì calendario

Le motivazioni della condanna allo stalker di Morgana Blue

Aveva ancora così paura dell’uomo che l’ha perseguitata da scegliere di non entrare nel processo, tanta era l’angoscia di ritorsioni. È uno stato d’animo complesso, costellato da timori anche durante i concerti, quello vissuto dopo anni di stalking dalla chitarrista e fondatrice delle Bambole di Pezza, Morgana Blue. Viene restituito dalle motivazioni che hanno portato alla condanna a un anno e tre mesi di carcere di un cinquantenne svizzero che per più di un decennio non ha dato tregua a lei, alla musicista e scrittrice Micol Martinez e alla madre di quest’ultima.
Centinaia di messaggi all’anno ricevuti sul telefono, sui social, perfino quando era sul palco. Dall’istruttoria del processo «è emerso che Lisa Cerri, in arte Morgana Blue, avesse e abbia tuttora paura dell’imputato tanto da determinarsi a non costituirsi parte civile per il timore di ritorsioni», scrive la giudice del Tribunale di Milano, Valeria Peraneschi, nella sentenza di condanna. Descrive come sprofondasse «in uno stato di ansia e paura» quando il suo stalker si presentava ai suoi concerti.
Molestie che andavano avanti da oltre un decennio, viene ricordato nel documento, anche se le denunce sono arrivate molto più tardi. Solo nel 2020 le vittime «si sono determinate, ormai esauste, a presentare querela». Nel capo d’imputazione, la morsa soffocante dello stalker. Gli innumerevoli messaggi «dal contenuto delirante, minaccioso, ingiurioso, con riferimenti sessuali e satanisti». Con le tre donne bersagliate anche grazie a falsi profili creati dal cinquantenne «per carpire informazioni sulle loro abitudini e frequentazioni», inserendosi nella rete di amici, parenti e conoscenti.
Un incubo che l’ha visto materializzarsi nei locali pubblici «e nei luoghi dove le persone offese organizzavano concerti o eventi privati». Fino alla canzone, da lui prodotta, dal titolo “Morgana p...na” e al concerto del 2006 dove si presentò ubriaco «e brandendo un coltello».
Una vicenda molto pesante, la definisce il legale Domenico Radice, che assiste tutte e tre: «La pressione psicologica, durata oltre dieci anni, è stata davvero forte, perfino durante il processo». Nel corso delle udienze la persecuzione non si è fermata ed è andata avanti. Anche per questo i giudici non hanno concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. «Uno stalking pesantissimo – conclude Radice – che ha minato il loro equilibrio».