Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 28 Martedì calendario

I figli di Andrea Purgatori ricordano il padre

Difficile raggiungerli perfino via Zoom. Edoardo, Ludovico e Victoria corrono dentro e fuori dai set nei quali lavorano da attore, produttore e assistente alla regia. Il cinema è parte dell’eredità dei Purgatori, destino familiare di un talento generoso e infaticabile. Si sappia, allora, che Mirko Purgatori, papà del giornalista Andrea – scomparso il 19 luglio di tre anni fa, a 70 anni, a causa di un’endocardite inizialmente non diagnosticata —, distribuiva film d’antan all’epoca in cui il «cinematografo» attirava masse e fabbricava leggende di straordinaria fibra e resistenza. L’uomo dell’inchiesta più complessa della storia d’Italia, l’abbattimento dell’aereo Itavia sui cieli di Ustica (27 giugno 1980), coltivava miti più abbordabili, come il Dustin Hoffman di «Tutti gli uomini del presidente», il Robert Redford de «I tre giorni del Condor», o, infine, il corrucciato Gian Maria Volonté del suo capolavoro: «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto». Amava sceneggiature asciutte, scolpite dentro una certa idea d’America e di giustizia, di democrazia e diritti. Soprattutto, però, amava il giornalismo.
Cronista, sceneggiatore, conduttore, attore. Vostro padre era un irrequieto divulgatore?
EDOARDO: «Direi di sì. L’irrequietezza nasceva dal bisogno di stare a contatto con la gente, di avere il polso del mondo».
LUDOVICO: «Al funerale (2023, ndr) ricordo di aver detto che aveva sempre fretta e mai abbastanza tempo per fare ciò che avrebbe voluto».
VICTORIA: «Si indispettiva per telefonate più lunghe di ventinove secondi. Correva sempre».
Anni al «Corriere della Sera» che pubblicò le sue inchieste sui morti di Ustica e sui depistaggi. Qual era il suo rapporto con l’autorità?
LUDOVICO: «A 32 anni divenne il capo della cronaca di Roma. Un giovane con una redazione molto più anziana di lui. Ma seppe guadagnarsi il rispetto di tutti».
EDOARDO: «Le comunicazioni fra via Solferino a Milano e la redazione romana del Corsera avvenivano tramite fattorini e buste sigillate. Una notte, durante una maratona elettorale per il voto negli Usa, furono offerti dalla direzione alcuni tramezzini. Immangiabili. Papà ne volle imbustare uno accompagnato da un biglietto per il direttore dell’epoca: “Questo magnatelo te”. Quell’anno non ebbe l’agendina natalizia aziendale e, invece, ricevette la lettera del capo dell’ufficio legale che lo implorava, in caso di dissenso o difficoltà, di utilizzare canali di protesta più formali...».
E questo trasformò la diffidenza redazionale in affetto. Avrete molti aneddoti...
LUDOVICO: «Uno, importante. Erano gli anni dello scandalo dei fondi a Saddam Hussein (la filiale americana della Bnl distribuiva sovvenzioni al dittatore iracheno, ndr). Un caporedattore piuttosto prevenuto nei confronti di papà gli chiese di trovargli le prime aziende nell’elenco di chi lo foraggiava. Attraverso delicate fonti di intelligence ebbe un colloquio ma non gli furono dati documenti. Dovette, allora, memorizzare i nomi. Tornò in redazione con cinque sigle. Vi era anche un’azienda della compagine editoriale del Corriere. Impallidirono. Fu imbarazzante ma il giornale pubblicò».
Poi lasciò il «Corriere» per fare altro, giusto?
LUDOVICO: «Esatto. Era costantemente alla ricerca di altre strade».
EDOARDO: «Sapeva sempre reinventarsi».
Il prezzo pagato da voi?
EDOARDO: «Era una persona che non condivideva dubbi, incertezze e sconfitte e cercava di farsene carico da solo. Da piccolo poteva anche sembrarmi un “superuomo”. Da grande, essendo padre a mia volta, dico che non è sano. Aveva un’indole guerriera ma, ripeto, non è sano. Il tempo che passava per strada, lontano dalla famiglia, oppure semplicemente al pc di casa mi ha fatto dire “l’ho perso” perché non era totalmente presente».
VICTORIA: «Ci ha comunque insegnato tanto. Ad agire a mente fredda solo dopo esserci fatta un’opinione. Le parole sono un’arma fenomenale che ho imparato ad usare».
Riservato e quasi muto sul suo lavoro?
LUDOVICO: «Chiesi a Paolo Conti, il suo collega più affezionato: ma ti raccontava mai il suo lavoro? La risposta fu: “Non diceva niente a nessuno tranne il giorno prima della pubblicazione. In quel caso ripeteva compiaciuto: non sai che bomba esce domani”».
Come vi raccontò Ustica?
EDOARDO: «Seppi di Ustica da adolescente andando al cinema a vedere il film di Marco Risi «Il muro di gomma». Papà firmò la sceneggiatura. Capii, allora, molto del suo carattere. Al suo funerale Daria Bonfietti (presidente dell’associazione delle vittime di Ustica, ndr) si presentò: “Vengo da Bologna”. Era come avesse perso un parente».
LUDOVICO: «Era difficile combattere con lui perché era il mago delle parole. Dovevamo informarci a nostra volta, leggere, farci la nostra idea. Niente scorciatoie».
Ora un gip del Tribunale di Roma deciderà se archiviare definitivamente l’inchiesta sulla tragedia di Ustica. Vostro padre è stato protagonista dell’ultima udienza, attaccato da un avvocato che sostiene la vecchia tesi della bomba. “Tutta colpa di Purgatori!” ha urlato in aula. Volete lanciare un appello?
EDOARDO: «Non si può gettare la croce sulla magistratura (le autorità francesi non hanno risposto alle rogatorie, ndr). Se papà fosse qui chiederebbe al governo italiano di farsi carico a livello politico e istituzionale di questa vicenda. Non è sufficiente che qualche uomo delle istituzioni in pensione si lavi pubblicamente la coscienza svelando retroscena».
Il grande amore di Andrea Purgatori per i film è una passione condivisa?
LUDOVICO: «Qualche pomeriggio si andava al blockbuster di via Barberini (nel centro di Roma, ndr) a noleggiare cassette. Arrivavamo a guardare tre film di seguito...».
EDOARDO: «Papà aveva velleità attoriali».
Parliamo del suo rapporto con Corrado Guzzanti ne il caso Scafroglia. Memorabile la simulazione dello spot sul cosiddetto «comunismo midollare» che colpiva i militanti di sinistra...
EDOARDO (ride): «C’era papà confusissimo con falce e un martello in mano, nel vano tentativo di assemblarli...».
E così usciva dallo schema del giornalista investigativo serioso.
EDOARDO: «Da che lo sentivo sempre arrabbiato ricordo quelle telefonate con Guzzanti e le risate condivise. In quelle occasioni utilizzava il suo lato sarcastico, ironico e autoironico».
Cosa lo riconciliava con sé stesso?
VICTORIA: «Ho un ricordo molto bello: papà che si metteva vicino a Edo e Ludo e parlavano di vacanze assieme. Era come se qualcuno avesse acceso all’improvviso il rumore delle cascate. Si ammorbidiva subito».
Assieme all’avvocato Alessandro Gentiloni Silveri, avete già vinto parte della battaglia per la verità sulla morte di vostro padre. Ci sarà un processo nei confronti dei medici che lo curarono per metastasi al cervello mentre le strutture romane Pio XI e Villa Margherita sono responsabili civili.
EDOARDO: «Riuscimmo ad avere informazioni corrette sulla salute di nostro padre solo poco prima che morisse. Vi erano delle ischemie cerebrali. Ma i medici continuavano con le metastasi. Le cliniche Pio XI e Villa Margherita di cui tanto nostro padre si era fidato, dopo aver fatto numerosi errori, hanno provato a defilarsi».
LUDOVICO: «Nessuno ci ha mai chiesto scusa assumendosi le sue responsabilità. Siamo fiduciosi nella legge e nelle autorità che ci hanno portato fin qui. Consigliamo sempre e solo la sanità pubblica».
I periti del Tribunale hanno parlato di aspettativa di vita «ridimensionata»...
EDOARDO: «Non abbiamo potuto congedarci da nostro padre che, va detto, non aveva in programma di morire».
VICTORIA: «Ha continuato a lavorare fino alla fine».
LUDOVICO: «Il suo progetto era un docufilm a puntate su Ustica con Netflix».