Corriere della Sera, 28 luglio 2026
Askatasuna, la «palestra» antagonista
Askatasuna è una bellissima parola, che in basco significa libertà. È anche il nome di un centro sociale torinese, che fino al dicembre scorso aveva sede in una palazzina dai colori sgargianti, con dentro una ludoteca, una palestra di pugilato, tante sale per concerti e dibattiti, e dove per almeno venticinque anni si preparava la guerriglia urbana in tutta tranquillità. Con il tacito consenso delle autorità di ogni ordine e grado.
Nasce nel 1996, quando viene occupato un immobile di proprietà del Comune, nel quartiere Vanchiglia, una zona popolare vicina all’Università. Il 1998 è l’anno degli arresti degli squatter accusati di attentati in Val di Susa. A marzo due di loro si suicidano in carcere. La manifestazione nel centro cittadino è violentissima. Gli amministratori locali prendono debiti appunti a futura memoria. L’idea che poi diventerà ortodossia è quella del tanto peggio tanto meglio. Se stanno in quel palazzo occupato, sappiamo cosa fanno e li possiamo gestire. Il Comune si faceva concavo e convesso, Prefettura e Questura non hanno mai avanzato richieste di sgombero negli ultimi venticinque anni. «Sarebbe una operazione che potrebbe creare seri problemi di ordine pubblico», diceva al riguardo l’ex sindaco Piero Fassino, ma come lui l’hanno sempre pensata i suoi predecessori e i suoi successori.
Peccato soltanto che fin dall’inizio della storia è risultata velleitaria la pretesa di controllare un reperto degli anni Settanta arrivato intatto fino ai giorni nostri. I fondatori di Aska hanno il mito della vecchia autonomia. Non la versione intellettuale di Toni Negri, ma quella romana di via dei Volsci, più portata all’azione diretta, alla contrapposizione violenta con lo Stato. «Per troppo tempo – mi raccontava qualche anno fa uno dei suoi capi – la sinistra è stata identificata con l’operatore sociale o il volontariato delle organizzazioni non governative. Noi siamo la sinistra dura, quella che un tempo spaccava il culo ai fascisti».
Poche settimane dopo gli scontri cittadini per l’appoggio del governo alla guerra nel Kosovo, e i primi arresti che ne derivano, il fondatore di Aska Giorgio Rossetto crea con altri anche il primo comitato popolare di lotta contro l’Alta velocità, a Bussoleno. La sovrapposizione tra le due realtà comincia allora. Negli anni, molti capi storici prenderanno la residenza in Val di Susa, a cominciare dal capo di allora e di oggi. Nel suo piccolo, anche Aska è un classico esempio italiano di mancato ricambio generazionale. Comandano sempre gli stessi, e se il radicamento in valle lo trasforma nell’ala più radicale del movimento, con gli anni ne diviene la spina dorsale. È la porta di ingresso del movimento No Tav, che esce così dall’ambito locale per entrare in un network fatto da gruppi di ispirazione simile, ormai ben distanti dalla vocazione più «sociale» presa ad esempio da molti attivisti di Genova 2001. Aska non ha mai fatto parte del movimento No global. A farla breve, considerava quella protesta una cosa da fighetti e il suo pensiero una eresia che aspirava a una pace impossibile per chi teorizza la lotta senza quartiere. A pochi giorni dal G8 di quel luglio così crudele, al casello di Bolzaneto venne fermata un’auto proveniente da Torino. A bordo c’erano tre nomi storici del centro sociale. Nel bagagliaio, mazze, picconi, e passamontagna neri.
L’amore per l’autonomia di una volta non ha impedito ad Aska di accogliere progressivamente in valle come graditi ospiti che fanno massa critica anche gli anarchici di ogni provenienza, dopo averli all’inizio allontanati come fossero monatti per antiche ragioni ideologiche. Tanto più che anche loro rivendicano un legame storico con la lotta al Tav, per via del suicidio in carcere avvenuto nel 1998 di Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas, arrestati insieme all’anarchico valligiano Silvio Pelissero per la loro presunta partecipazione a una serie di attentati contro l’Alta velocità. Una vicenda terribile e ancora oggi oscura.
Il patto silenzioso e sottaciuto fatto con le istituzioni torinesi non solo non ha mai funzionato, ma anzi ha prodotto l’effetto opposto. Basta scavare nell’archivio e nella memoria. Scontri al Primo Maggio, assalto alla Polizia nel luglio 2009 per il G8 dell’Università, lacrimogeni addosso all’ex leader della Cisl Raffaele Bonanni per impedirgli di parlare nel 2013, e chi più ne ricorda più ne metta. E poi la Val di Susa. Con la cosiddetta battaglia di Venaus del dicembre 2005, il radicamento sul territorio diventa sempre più profondo. Gli storici leader del movimento No Tav accolgono le quinte colonne torinesi, fingono di comandare loro, straparlano sui giornali e con artisti, politici e intellettuali simpatizzanti, ma in realtà cedono fette di potere sempre più ampie, delegando la gestione della piazza e di iniziative destinate all’inevitabile scontro. Come l’istituzione della Libera Repubblica della Maddalena nel 2011, il cui sgombero porterà a un biennio di scontri durissimi. Aska entra in quel movimento che era di popolo e ne assume progressivamente la guida, per altro praticando un ambientalismo al contrario. No al treno veloce, sì alla seconda canna del Frejus che duplica il traffico dei camion in valle. Potenza dei rapporti anche di lavoro di molti fondatori del No Tav con la concessionaria autostradale Sitaf, ma questa è un’altra storia.
L’impunità può anche dare alla testa, e Aska commette un peccato di superbia. Nel gennaio 2024, l’attuale sindaco Stefano Lo Russo porta a termine il percorso tracciato dalla sua predecessora Chiara Appendino di «progettazione partecipata» sull’immobile occupato di corso Regina Margherita 47. In pratica, la sede del centro sociale e chi ci sta dentro viene dichiarato bene comune. La ricompensa per tanta fiducia è l’assalto al quotidiano La Stampa del dicembre 2025. A quel punto, lo sgombero diventa inevitabile. Rossetto dichiara che poco importa, «tanto un’altra casa noi ce l’abbiamo già». È la Val di Susa, che oggi molti descrivono come una palestra a cielo aperto per il mondo antagonista non solo italiano, ma europeo. Bentrovati, e ben svegliati.