Corriere della Sera, 28 luglio 2026
Parlare (davvero) di scuola
Per l’avvenire dell’Italia credo che sia una decisione vitale. Così vitale che non dovrebbe bastare l’autorità di un ministro e neppure del governo a decidere che fare. Per una questione del genere credo che sarebbe davvero necessaria una pronuncia del Parlamento con i parlamentari chiamati a esprimersi fuori da ogni disciplina di partito.
Di che cosa si tratta è presto detto. Da tempo in molte scuole, specie elementari, situate nelle regioni settentrionali del nostro Paese (ma è facile prevedere che il fenomeno sia destinato ad estendersi e comunque a coinvolgere gli istituti destinati ai cicli scolastici successivi), la maggioranza degli alunni, talora la quasi totalità, proviene ormai da famiglie di immigrati, spesso di religione islamica e fortemente osservanti. Ognuno capisce che tutto ciò pone alcuni problemi di enorme importanza per il nostro futuro.
Nessuno dubita, immagino, che anche a scolaresche in larga o larghissima misura non di cultura italiana (talora anche non italofone, ma questo mi sembra un problema in fin dei conti secondario perché di fatto in breve superabile e in genere superato) nessuno dubita, dicevo, che nelle scuole della Repubblica italiana si debbano impartire gli insegnamenti previsti dal nostro ordinamento e i loro contenuti. Voglio credere che questo sia considerato un principio irrinunciabile. Non nascondiamoci però l’inevitabile conseguenza di una tale premessa.
E cioè che nella scuola italiana si attua di fatto un processo che può essere descritto come un oggettivo tentativo di deculturalizzazione nei confronti degli alunni provenienti da contesti culturali non italiani. Pur con tutta la migliore volontà multiculturale di questo mondo, pur con tutti i possibili tentativi da parte dell’insegnante di collegare gli argomenti dei programmi con eventi o idee del mondo islamico o cinese o dove che sia, e pur ammettendo che tali collegamenti siano presentati in modo appropriato, resta pur sempre il fatto decisivo che nelle nostre aule s’insegna la letteratura, la geografia, la storia, la filosofia, che hanno che fare con l’Italia, con la nostra specifica vicenda, nonché con il mondo europeo e americano con cui la Penisola ha da secoli i rapporti più stretti.
Ma dobbiamo raffigurarci la situazione: un’aula scolastica – molte aule scolastiche italiane – in cui un insegnante si trova ogni giorno davanti ad una platea al 70-80 per cento costituita, da ragazzi e ragazze, mettiamo di 11-12 anni e di radice islamica, a parlare di cose perlopiù estranee al loro universo culturale, alla loro esperienza quotidiana nell’ambito familiare o di gruppo. Cose non solo estranee ma probabilmente per più di un verso contrastanti con le idee e i valori dell’intero retroterra ambientale degli allievi. E quindi fonte assai spesso di un inevitabile seguito di tensioni e di polemiche anche aspre tra chi sta dietro la cattedra e gli allievi, pronte peraltro a divenire tensioni e polemiche altrettanto aspre, talora punteggiate da una forte aggressività, tra le loro famiglie e la scuola stessa, la sua stessa organizzazione: si pensi ad esempio ai problemi posti dalle regole alimentari o all’obbligo del digiuno durante il Ramadan.
Non basta. Da una certa età in avanti diviene assai spesso una fonte di problemi pure la presenza nella stessa aula di allievi di sessi diversi. Spesso le ragazze di fede islamica vengono ritirate dalla scuola, assai spesso indossano il velo o qualcosa di più invadente, quasi sempre non svolgono più alcuna attività con i loro compagni maschi. E tutto ciò avviene in una scuola della Repubblica dove si insegna una materia che ha per titolo «Cittadinanza e Costituzione».
La più ovvia domanda che suscita tutto ciò riguarda la condizione psicologica di chi è chiamato ad insegnare: quale può essere ai suoi stessi occhi l’immagine e il significato del proprio lavoro? O detto da un altro punto di vista e in altre parole: che cosa avviene realmente in quell’aula? È ancora quell’aula uno spazio scolastico? O in realtà è qualcos’altro, una sorta di laboratorio sociale dove avviene un incontro di culture che però si presenta perlopiù nella forma neppure troppo dissimulata dello scontro? Uno scontro, però, a cui la scuola e i suoi insegnanti sono oggi totalmente impreparati, e per gestire il quale essi si muovono quindi in ordine sparso, guidati solo dal proprio orientamento personale, operando scelte diverse, caso per caso.
Eppure da tale scontro dipende in misura significativa l’avvenire dell’Italia. Per dirla chiaramente: da quanto avviene oggi nella scuola dipende se l’immigrazione in corso produrrà dei nuovi italiani e quindi un Paese multietnico ma non multiculturale, cioè un Paese non diviso in culture diverse e fatalmente estranee l’una all’altra, e quindi un’Italia fragile e inquieta in preda a continue potenziali tensioni. Dipende se ci sarà ancora una società che si riconosce in un retaggio culturale comune e in valori di base individuali e collettivi comuni (ad esempio quelli indicati nella Costituzione della Repubblica) oppure no.
Proprio per questo alla scuola italiana oggi non bastano delle direttive ministeriali – per quanto saggiamente avvedute siano state finora nel loro complesso quelle dell’attuale ministro. Serve una forte, un’alta discussione politica, tutta politica, in Parlamento, nella quale ognuno assuma le proprie responsabilità, che metta capo a una risoluzione chiara, esplicita, circa l’indirizzo che la scuola stessa deve seguire, gli obiettivi a cui deve mirare, sul fronte cruciale del nostro rapporto con i giovani immigrati che saranno i nostri concittadini di domani.