Il Messaggero, 26 luglio 2026
Intervista ad Angelo Mellone
Non c’è ironia ma ammirazione mista a stupore: Angelo Mellone è un fenomeno. Una specie di super eroe. Dal maggio 2023 è direttore dell’Intrattenimento Day Time della Rai – in pratica quasi tutto quello che si vede in Rai dall’alba alle 20 è affare suo – ma riesce anche a scrivere saggi, monologhi, poesie e romanzi, insegnare all’università linguaggi e format tv, recitare e cantare in teatro, e una volta al mese suonare il piano all’Alexanderplatz, il tempio del jazz capitolino fondato dal mitico Giampiero Rubei. Oltre a giocare a tennis tre-quattro volte a settimana. Ci vediamo nel suo ufficio in via Teulada, dove fra tanti libri e ricerche, su una parete spicca un cartonato a grandezza umana di Domenico Modugno con un basco amaranto dei parà poggiato sulla testa. Abbronzatissimo, occhi azzurri, capelli mossi e un piccolo cerchietto da pirata sull’orecchio sinistro, Mellone risponde a tutto con calma apparente, spesso sorridendo.
Con tutte le cose che fa come si presenta?
«Ho 53 anni (li compie il 18 agosto, ndr), sono il direttore del Day Time della Rai, insegno alla Luiss, scrivo, suono, faccio teatro e tante altre cose. Dormo poco e cerco di non annoiarmi».
Va bene. Due settimane fa Milo infante ha detto che lei ha cercato in ogni modo di eliminare il suo “Ore 14” per dare spazio alla “Porta Magica” di Andrea Delogu e non fare più concorrenza a “La volta buona” di Caterina Balivo: conferma?
«Il mio era solo un ragionamento editoriale. Gli dissi: “Al mattino abbiamo già la cronaca nera su Rai1 (con Storie italiane di Eleonora Daniele, ndr), invece di farne altra il pomeriggio su Rai2, dovresti andare in prima serata. Hai la forza per farlo”. Avevo ragione».
Ma “Ore 14” non è sotto la responsabilità del direttore degli Approfondimenti, Paolo Corsini?
«Certo. Ma tra colleghi si parla e il mio era solo un giudizio sul palinsesto. Una consulenza. Per me c’era troppa cronaca nera, genere che non ho mai amato particolarmente».
È vero che, soprattutto negli ultimi due anni, lei a Milo Infante ha spesso detto che se Alberto Matano fosse andato a condurre “Domenica In” al posto di Mara Venier il posto alla “Vita in diretta” sarebbe stato suo?
«Sì. Nelle tante e lunghe telefonate gli ho sempre detto che se Alberto Matano avesse deciso di fare altro, l’unico che avrebbe potuto prendere il suo posto alla guida della Vita in diretta era lui. Ho sempre stimato Milo».
E “Domenica In”? Lei nel 2023 disse che andava ripensata completamente, e Mara Venier di sicuro non la prese bene, ma anche per il prossimo anno niente è cambiato: giusto?
«All’inizio di un percorso può succedere che le persone non si prendano, ma oggi io e Mara siamo in grandissima sintonia. Tant’è vero che siamo pieni di novità per Domenica In».
Per ora sembra solo che non ci sia Teo Mammucari.
«Lui quest’anno c’è stato perché l’ha voluto Mara. Per il resto ci saranno grandi cambiamenti al punto che io stesso firmerò il programma come autore».
E poi?
«Lo stiamo rivoluzionando. Avremo un pubblico completamente diverso, fatto di tanti giovani talenti. Cambierà la scansione e daremo il giusto spazio all’abitudine domenicale degli italiani di stare insieme a tavola».
Ci sarà Peppone Calabrese anche a “Domenica In”?
«No. Finisce di andare in onda mezz’ora prima con Linea Verde. Sarebbe stato un po’ straniante ritrovarselo subito dopo in un altro programma».
Perché alla fine a Mara Venier, che ogni anno dice di andare via, la Rai non riesce a proporle qualcosa di diverso e all’altezza della sua storia?
«Rispondo con serenità: si cambia un programma, e io l’ho fatto spesso, quando si ha un progetto più interessante. Io al momento per quella fascia un’alternativa migliore di lei non l’ho trovata. Brave come Mara non ce ne sono. Infatti abbiamo parlato a lungo e ci siamo intesi su tutto».
Ad Ancona presentando il nuovo palinsesto ha rilanciato il concetto di nuova narrazione parlando di narra-Nazione. Insiste sul racconto del territorio, e i risultati le danno ragione, ma quello dal 1981 c’è sempre stato con “Linea Verde” e prima ancora con “Agricoltura domani”. Tra l’altro, nel suo saggio del 2006, “Dì qualcosa di destra. Da Caterina va in città a Paolo Di Canio”, scriveva che il riferimento per quei temi era Slow Food di Carlo Petrini, una bandiera della sinistra...
«Sì, ma ricordo bene che, negli Anni Ottanta, a Roma furono militanti di destra a protestare contro l’apertura del primo grande fast food di una multinazionale americana. Ricordo lo striscione: “Contro l’imperialismo del panino, aglio, olio e peperoncino!”. Insomma, la sensibilità per certi temi allora ce l’avevamo anche noi. Adesso in Rai abbiamo modificato la linea narrativa di quei programmi storici per raccontare uscendo dagli studi – l’Italia a 360 gradi, puntando a realizzare contenuti digitali fruibili nel tempo. Questo ci ha permesso di creare il canale Italiana, disponibile dal 1° ottobre. Per narra-Nazione intendo raccontare il Paese con tutto quello che compone la nostra identità: arte, musica, folklore etc.».
Lei sostiene che “L’eredità” e “Reazione a catena” «potrebbero essere tranquillamente trasformati in materiali didattici per le scuole e le università, e magari prima o poi accadrà": non le sembra esagerato pensare a Pino Insegno professore?
«Confermo e mi spiego meglio: l’impostazione divulgativa dei programmi funziona e potrebbero essere trasformati benissimo in moduli didattici. I volti noti sarebbero solo i frontmen, ma è tutto ancora da sviluppare».
In quello stesso libro scriveva che fra le figure che all’epoca incarnavano valori di destra c’era anche l’anarcoide e anticonformista Vasco Rossi: oggi potrebbe essere Cesare Cremonini, di cui il 2 settembre si vedrà il concerto in prima serata su Rai1?
«L’ho visto dal vivo e penso che il suo sia uno show incredibile. Nel tempo si è evoluto benissimo, però non vorrei assolutamente mettergli un’etichetta politica. Mi piace e fa parte del mio pantheon artistico, quello sì».
Nel 2015 polemizzando con l’attore Michele Riondino, anche lui tarantino, disse provocatoriamente che se avesse deciso di candidarsi sindaco della vostra città, l’avrebbe fatto anche lei: oggi esclude un impegno diretto?
«Non sono capace di fare politica. Sarei un disastro».
Lei fa politica da sempre.
«L’ho seguita da giovanissimo, e mi ha anche aiutato a superare problemi di timidezza, ma poi ho capito che mi piaceva di più analizzarla. Scriverne. Cosa che ho fatto in tutti modi, anche da giornalista professionista».
Non ha una tessera di partito?
«No. L’ultima a 17 anni fu quella del Fronte della gioventù».
Il suo successo professionale quanto deve alla politica?
«Sono entrato nel 2010 come dirigente in radio chiamato direttamente da Mauro Masi, su richiesta di Bruno Soccillo, all’epoca direttore della radiofonia. Ho fatto il mio percorso e sono stato nominato vicedirettore credo per le mie qualità. Poi il nuovo ad Giampaolo Rossi, avendo la stessa impostazione politica e culturale, mi ha chiamato per fare il direttore. Detto questo da dirigente pubblico ho lo stesso comportamento pluralista, rispettoso e professionale con tutti, con me ha ospitalità qualunque forma di pensiero e di sensibilità. Poi uso la mia, è ovvio, che è quella di un conservatore».
Non le sembra inopportuno, allora, fare spettacoli teatrali con un’artista che lavora per lei in Rai, Andrea Delogu, o accettare di fare un podcast per Chora Media, società di Guido Brera, il marito di Caterina Balivo, che conduce sempre per lei un altro programma. Non ci vorrebbe più distacco e sobrietà?
«Non ho niente da nascondere. Abbiamo fatto Prima che ti svegli alla luce del sole. Andrea Delogu ha lavorato quello spettacolo gratis. Avrei potuto chiamare tanti altri, ma ne abbiamo parlato, le è piaciuto e l’abbiamo fatto».
Chora Media per il podcast “Ripetizioni d’amore” quanto l’ha pagata?
«Quattro spicci, ma va bene così: queste cose non le faccio per soldi».
In rai quanto guadagna l’anno?
«Sono sotto il tetto aziendale: 239 mila 944 euro lordi. È tutto pubblico».
Gerry Scotti ce l’aveva con lei quando, poco fa, parlando di manager tv-artisti ha detto in milanese “Ofelè fa el to mestè (Pasticciere fa il tuo mestiere)”? In pratica, a ciascuno il suo.
«Non credo. Le tante cose che faccio sono, in un modo o nell’altro, tutte legate al mio lavoro principale in Rai»
La Rai è come un diamante, è per sempre, o fra un po’ potrebbe anche cambiare vita, visto le tante cose che fa (ieri sera con la sua band era in concerto a Coazze, Torino)?
«Se a un certo punto l’azienda decidesse di occuparmi in un altro modo non mi offenderei. Non sono attaccato alla poltrona. Potrei tornare a fare l’autore. Le vie del Signore sono infinite. E io amo follemente la Rai, Ci sto benissimo».
E tiene famiglia.
«Certo. Tre figli».