Il Messaggero, 26 luglio 2026
L’Italia vuole liberarsi degli asset russi congelati
L’erba tagliata all’inglese, il marmo lucidato, le statue e le fontane e i chiostri spolverati. E poi gli yacht chilometrici ormeggiati nei porti italiani, gli scafi e le carene e i motori da tenere come nuovi, sia mai dovessero riprendere il largo domani. Senza contare i Picasso e i Monet appesi ai muri: quanto basta per attrezzare un piccolo MOMA. È la dura vita del governo italiano costretto a fare la guardia agli asset russi congelati. Un tesoro da circa due miliardi di euro, fra società, immobili e proprietà di ogni tipo, finito nelle mani del Demanio da quando Putin ha invaso l’Ucraina. Ce l’ha chiesto l’Europa di congelarli. Ed ecco la novità: l’Italia ora chiede all’Europa una soluzione per liberarsene. Vuole una norma Ue per mettere in vendita questo scomodo, sconfinato tesoro russo segregato nei porti, fra le scogliere e le colline lungo lo Stivale, che ogni anno può costare alle casse dello Stato una fortuna: fino a 10 milioni di euro.
Il pressing, rivelano due fonti a conoscenza del dossier al Messaggero, va avanti da mesi e la richiesta italiana è finita sul tavolo del Consiglio e della Commissione Ue. Insieme alla richiesta di diversi altri Stati membri che non ne possono più di fare la guardia agli yacht degli oligarchi moscoviti. Non è una resa ai diktat dello zar e non è arrendevole del resto la linea del governo oggi sulla guerra russa, anzi. Ma il problema c’è ed è attenzionato da mesi ai piani alti del ministero dell’Economia. Stando ai dati riportati da Reuters, solo fino a febbraio del 2024, nei primi due anni di guerra, lo Stato ha pagato 31,7 milioni di euro per conservare gli asset. Nella lista figurano pezzi da collezione. Centoquarantatre metri: è l’impressionante silhouette del Sailing Yacht A congelato a Trieste dalla Finanza nel 2022 e attribuito ad Andrey Melnichenko, il re dei fertilizzanti russi. Fa compagnia al più modesto Lady M, 65 metri, un gigante nel porto di Imperia ricollegato al magnate dell’acciaio made in Russia Mordashov. E che dire delle decine di ville pantagrueliche rimaste spettrali, con le fontane che ancora zampillano e le siepi curate al dettaglio? Dalle proprietà spettacolari in Costa Smeralda di Usmanov, degna concorrenza della (ex) berlusconiana Villa Certosa, alla più modesta villetta sul lago di Como di Soloviev, il propagandista tv più amato da Putin che con passione la reclama. Che fare?
Il governo ha portato a Bruxelles il problema. Chiedendo con discrezione, come hanno fatto altri Stati membri, se ci sono i margini per una norma europea che permetta di vendere o mettere all’asta i beni. Magari destinando i proventi proprio all’Ucraina aggredita, ammesso che sia legalmente possibile. Deve essere un regolamento Ue a spiegare come e quando, non una direttiva, per evitare di lasciare nelle mani italiane il “cerino” di una norma applicativa. Già perché sul tesoro russo in Italia è in corso nel frattempo una feroce battaglia legale con gli ex proprietari decisi a riprendere il largo sui rispettivi yacht. Diversi di loro hanno fatto sapere tramite i legali che sono disposti a ricomprare le loro proprietà sequestrate. E sarebbe davvero un “mondo al contrario” (copyright Vannacci) se si realizzasse questa strana asta con gli oligarchi odiati da Zelensky. Da Roma dicono a Bruxelles: pensateci voi. Già nel 2024 la Corte dei Conti certificava «le problematiche operative connesse alla particolare consistenza di alcune tipologie di risorse economiche sottoposte a congelamenti quali imbarcazioni / yacht di lusso e ville esclusive». Ed ecco il Demanio lamentarsi nel rapporto del 2025 pubblicato quest’anno del «carattere straordinario» della manutenzione «in considerazione del considerevole valore delle risorse economiche interessate».
Ragioni etiche e pratiche si intrecciano dietro la tentazione italiana di liberarsi se gli asset. Ma sono le seconde a prevalere. Intendiamoci: non fa piacere allo Stato italiano sborsare denaro per lustrare da cima a fondo il parquet e le scale in travertino della villa comasca di Soloviev (vicino di casa di George Clooney) noto alle cronache per gli insulti sguaiati a Giorgia Meloni e Sergio Mattarella. Ma sono soprattutto le difficoltà gestionali del Demanio e del Comitato sicurezza finanziaria (CSF) del Tesoro ad aver spinto il governo a bussare alla porta della Commissione. Più del cuore insomma poté il portafoglio. Si sfoga sotto anonimato un alto funzionario del governo che ha seguito il dossier: «Anche i quadri sono un grosso problema». Già, i quadri. Tra i beni congelati che necessitano di una manutenzione “straordinaria” nei rapporti del Demanio spicca la voce “opere d’arte”. L’inventario è segreto ma nella galleria russa nel freezer delle sanzioni figurano opere di enorme valore. Nessuna collezione batte quella di Lanfranco Cirillo, l’"architetto di Putin” finito ai ferri corti con la giustizia italiana non per la guerra in Ucraina ma per contestazioni milionarie del Fisco che hanno portato nel 2022 a disporre misure cautelari di decine di capolavori di Kandinsky e Cezanne, De Chirico e Mirò, Picasso e Chagall. Un’altra storia. Quadri di questo livello spuntano però anche nelle ville “congelate” ed ecco la beffa: finché dura il sequestro la manutenzione è responsabilità del governo italiano. Il funzionario svela un aneddoto: «Bisogna tenere accesa e regolata l’aria condizionata altrimenti alcuni quadri si rovinano per l’umidità». Il paradosso è servito. Draghi chiese di spegnere i condizionatori per aiutare l’Ucraina, ora vanno tenuti accesi per curare i tesori di Putin e dei suoi aedi in Italia. Come cambiano i tempi.