La Stampa, 27 luglio 2026
Mediaset supera la tv di Stato, disastro Rai Tre
La Vigilanza non c’è, il presidente non è quello designato e la legge di riforma europea è ferma al palo. Risultato: la Rai di fine legislatura somiglia più a una balena spiaggiata (citazione Giovanni Minoli in un’intervista a La Stampa nell’ormai lontano agosto del 2008) – che ad un’azienda strutturata per le sfide del mercato. Non bastano infatti né le Olimpiadi invernali né i Mondiali di calcio a salvare una stagione insistono i più critici di viale Mazzini. Lo dicono i numeri e i risultati dei programmi: pochi e con audience altalenanti.
Ma per comprendere la parabola della Rai bisogna ripartire dal 2022 quando a Chigi c’era Mario Draghi e lo share in prima serata di Rai1 si attestava al 20,81 per cento con Canale 5 al 15,53% (totale di giornata reti Rai 37,33%; reti Mediaset 36,88). Ma sfogliando bene le carte si scopre pure che Rai3 con una media del 5,28 per cento ha lasciato il podio a La 7 al 6,07%. Insomma, il servizio pubblico non è più il canale caro a Angelo Gugliemi ma quello di Urbano Cairo. Raitre, con la cura dei vertici nominati dal centrodestra è finita al quinto posto, sorpassata anche da Italia Uno al 5,28%. E non se la passa meglio Raidue che – pur beneficiando delle Olimpiadi invernali – se la batte in fondo alla classifica con Rete4: le divide un solo decimale 4,38% contro il 4,37%. C’è di peggio per gli amanti dei numeri. Nella stagione tv che va dal settembre 2025 al maggio 2026 Mediaset guadagna quasi tre punti e mezzo (3.43%) mentre viale Mazzini lascia sul terreno più di un punto e mezzo (1.56%). Il totale giorno è ancora più sconfortante per i vertici di viale Mazzini: le reti guidate da Pier Silvio Berlusconi ottengono il 37,71 per cento di share, quelle pubbliche con Giampaolo Rossi il 36,70 (l’ex ad Roberto Sergio aveva portato a casa il 38,01% di share).
Cosa è successo allora? «Semplice – dichiara un navigato dirigente di viale Mazzini – Doveva essere una rivoluzione invece è stato un flop». A cominciare dai programmi e dal ricambio: le facce nuove non hanno sfondato e quelle semi nuove hanno perduto smalto. Risultato Raidue e Raitre hanno lasciato sul campo migliaia di spettatori e nemmeno la documentaristica in prima serata ha portato fortuna se non a qualche nuovo produttore affacciatosi alla ribalta di viale Mazzini. A guardare i numeri se si esclude Domenico Iannacone (un classico di Raitre) con punte oltre il 7 per cento tutto il resto è rimasto condensato tra l’1,40% e il 4 per cento di share. Qualche esempio: sabato scorso c’era su Raiuno il circo di Montecarlo (bello, ma neanche fosse Natale) mentre lo scorso lo scorso 12 luglio in prima serata c’erano appena 1 milione e mezzo di spettatori, il 16 luglio su Raidue poco più di 700mila e l’11 luglio su Raitre 450mila. Percentuali ridicole che fanno fare un figurone a Overland (programma di seconda serata per anni promosso in prima) che si prende il primato con una media del 4 e mezzo per cento.
Se la documentaristica ha fatto flop, l’approfondimento di Raitre (seppellita anche la storica “La storia siamo noi” di Minoli) non vive momenti di gloria: sette puntate di Newsroom portano a casa una media del 3,44% di share, tre di Filorosso il 4,15 e diciassette di Far West si fermano al 3,97. Sorridono Massimo Giletti con una media sopra al 7% e soprattutto Report (quasi il 9 per cento di media) che è l’unico programma che porta a Raitre oltre 1 milione e mezzo di spettatori. Del resto, sottolinea il consigliere Roberto Natale «l’organizzazione per generi non sta funzionando, l’identità delle reti non esiste più e il pubblico di Raitre è in fuga». È il teorema di Tele Meloni, gridano da mesi le opposizioni messo a terra a viale Mazzini. «L’ad sostiene» dice Natale «che Raitre ha una maggiore articolazione nell’offerta, ma se c’è la fugadel pubblico qualcosa non torna». Non la pensa così il senatore Maurizio Gasparri per il quale «la sinistra aveva un’idea privatistica della Rai appaltata in maniera assoluta a Raitre. Oggi invece se la terza rete è più plurale è un bene per la democrazia». Ma Natale insiste: «Ai vertici di viale Mazzini chiediamo come pensano di rispondere il martedì a Floris su La7 ormai al 10% – insiste Natale – o all’approfondimento di Lilli Gruber vista l’imminente campagna elettorale. Pensano di farlo con Antonino Monteleone? Il servizio pubblico ha perso la sua riconoscibilità e non è più il luogo che cerca chi vuole l’approfondimento». Intanto, c’è da sostituire Federica Sciarelli e si studiano le mosse sul caso-Ranucci. Per la conduttrice «ci vorrebbe più di una puntata Chi l’ha visto» ironizzano alla Rai, anche se la politica si sta attivando per lanciare la volata alla giornalista Manuela Moreno. Per il conduttore di Report, invece, si aspetta l’inchiesta ma il logoramento è partito. Tema vecchio e tentazione forte al punto che qualcuno spera di approfittare dell’inchiesta per «mettere fine alla gestione Ranucci». Ma tra il dire e “azzoppare” Ranucci c’è di mezzo il mare (recita un adagio), il pubblico e la redazione che da settimane ribolle anche alle sole chiacchiere che Federico Ruffo il conduttore di Mi manda Raitre possa essere considerato uno dei papabili per sostituire Ranucci qualora fosse costretto a un passo indietro (non si sa perché, naturalmente, e per quale ragione). Solo voci per ora. Ma piombate su viale Mazzini. Ruffo è apprezzato dal capostruttura Giuseppe Malara e chi sta facendo scouting dice che ha tre doti che lo contraddistinguono: guida un programma storico, ha ricevuto il battesimo di Atreju, la più cara delle manifestazioni di FdI a Giorgia Meloni (e non guasta) e ha rotto con Ranucci. Al punto di essere l’unico dei collaboratori di Report a non figurare nella squadra del programma. Un primato, ironizzano i suoi detrattori, nato dal fatto che nelle poche inchieste condotte per Report almeno in due (sul Covid in Campania e sul commissariamento della Asl) Sigfrido Ranucci si è dovuto scusare in pubblico (con l’ex governatore De Luca) perché le fonti (scelte da Ruffo) non sarebbero state attendibili.
Insomma, lo scontro interno è partito e all’appello manca la madre di tutte le battaglie: la riforma della governance Rai. Perché come avverte Roberto Natale, «la legge è essenziale, ma se il criterio di composizione della governance sarà quello della maggioranza semplice – come è nel testo del centrodestra – non si farà un solo passo avanti verso una maggiore autonomia». Insomma, non bastano i 13 milioni e 250 mila spettatori di una finale mondiale (al 69%) a far dire che la Rai è in salute e batte la concorrenza.