repubblica.it, 27 luglio 2026
In Africa il caldo sta uccidendo persino i cammelli
Nella regione etiope degli Afar, la sabbia è ormai così calda da bruciare la pelle dei cammelli quando si accovacciano. Gli occhi lacrimano, sulle zampe compaiono vesciche, il pelo si dirada nelle parti a contatto con il terreno. E il vento, quello che nel deserto dovrebbe almeno concedere un istante di sollievo, arriva carico dello stesso calore che solleva. Qui, ci sono storie emblematiche. Quella di Ali Umer, per esempio: alleva circa 500 cammelli nei pressi di Semera, in appena un mese ha perso 8 piccoli. Alla Bbc ha raccontato che le temperature degli ultimi anni non assomigliano più a quelle con cui lui e i suoi animali avevano imparato a convivere. “Il deserto è sempre stato estremo. – ha detto – Ora, però, sembra aver oltrepassato persino i limiti delle specie nate per abitarlo”. È qui che si incrina una delle metafore più solide del nostro immaginario: quella del cammello come “macchina biologica” affinata dall’evoluzione per risparmiare acqua, schermarsi dal sole e attraversare territori nei quali quasi ogni altra forma di allevamento diventa impossibile. In grado di lasciare oscillare la propria temperatura corporea nel corso della giornata, accumulando calore nelle ore più torride e disperdendolo durante la notte. Ancora: di limitare la sudorazione e proteggersi dalle radiazioni attraverso un mantello spesso. Caratteristiche che gli hanno consentito per secoli di affrontare temperature prossime ai 40 °C e lunghi periodi con poca acqua. Ma anche una fisiologia tanto sofisticata, a quanto pare, possiede una soglia.
Quando la resistenza non basta più
“Anche i cammelli possono subire stress termico quando le temperature superano il loro intervallo di comfort”, conferma alla Bbc Mohammed Bengoumi, esperto di salute dei camelidi della Fao. Nel Sahara, dove durante l’estate si superano sempre più spesso i 50 °C, il rischio cresce quando al caldo si aggiungono la mancanza d’acqua, la riduzione della vegetazione e l’assenza di ombra. Lo stress termico rallenta il metabolismo, riduce l’appetito e provoca letargia. Può compromettere il sistema immunitario, favorire infezioni, causare perdita di peso e alterazioni renali. Diminuiscono anche la produzione di latte e l’efficienza riproduttiva: conseguenze che riguardano direttamente le comunità pastorali, per le quali ogni animale è insieme cibo, reddito, riserva economica e possibilità di movimento. Nella contea di Marsabit, nel Kenya nord-orientale, il veterinario Hassan Nuya Guyo ha registrato negli ultimi due anni un aumento superiore al 15% delle morti di cammelli associate al caldo estremo. Crescono anche i casi di ipertermia e le infezioni che colpiscono gli animali già indeboliti. In Somalia, una ricerca pubblicata nello scorso giugno su quasi 6.000 famiglie pastorali ha rilevato perdite legate alla siccità nel 46% dei nuclei che allevano cammelli. Il fenomeno non è distribuito uniformemente: nella regione settentrionale di Sool la quota sale quasi al 73%. Persino la mobilità nomade, per secoli la principale risposta alla scarsità di acqua e pascoli, sembra perdere efficacia davanti a siccità più lunghe e diffuse.
Anche nell’Etiopia meridionale, uno studio condotto tra gli allevatori della zona di Borana ha registrato un peggioramento della salute, della produttività e della capacità riproduttiva delle mandrie. I dati meteorologici raccolti tra il 1990 e il 2023 confermano l’aumento delle temperature e una crescente irregolarità delle piogge. Il paradosso è evidente. Negli ultimi decenni, molte comunità del Corno d’Africa hanno sostituito bovini e capre con i cammelli, considerati una sorta di assicurazione contro la siccità. Riescono a camminare più a lungo, si accontentano di arbusti spinosi e continuano a produrre latte quando gli altri animali sono ormai allo stremo. Oggi, a quanto pare, anche questa assicurazione mostra le sue “clausole” nascoste. Alcuni pastori etiopi stanno spostando definitivamente le mandrie dalle regioni settentrionali verso il Sud, dove sopravvivono ancora acqua e vegetazione. Non è più la migrazione stagionale che segue le piogge: è l’abbandono di territori nei quali allevare non appare più sostenibile. Nel frattempo, in alcune aree della Somalia il prezzo dell’acqua è aumentato vertiginosamente, aggiungendo alla crisi ecologica quella economica e sociale. Il rapporto sul clima africano pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale nel giugno 2026 conferma il quadro generale: l’Africa si sta riscaldando più rapidamente della media globale e nel 2025 la siccità ha coinvolto oltre 8,5 milioni di persone nell’Africa orientale. Il Nord Africa è risultato la subregione del continente con l’aumento termico più rapido tra il 1991 e il 2025.
Chi si adatta e chi resta indietro
La natura, però, non risponde al cambiamento climatico in modo uniforme. Alcune specie riescono almeno temporaneamente a modificare i propri comportamenti. L’orice d’Arabia, per esempio, concentra una parte crescente delle attività nelle ore notturne e cerca microclimi più freschi durante il giorno. Può inoltre accumulare calore corporeo nelle ore più calde e liberarlo di notte, riducendo la quantità d’acqua necessaria per raffreddarsi. Anche alcuni rettili notturni potrebbero ricavare dal riscaldamento finestre più lunghe per la ricerca del cibo. Uno studio pubblicato su Science mostra che il vantaggio non è universale: molte lucertole diurne dei deserti americani rischiano, al contrario, di perdere ore utili di attività e di consumare più energia per sopravvivere. La tartaruga del deserto affronta gli anni più asciutti riducendo movimenti e crescita e rifugiandosi nelle tane: una strategia efficace nel breve periodo, ma siccità prolungate e temperature più alte diminuiscono la sopravvivenza dei giovani e allontanano ulteriormente il raggiungimento dell’età riproduttiva. E ci sono specie alle quali l’adattamento non concede più tempo. L’addax, l’antilope bianca del Sahara, è ridotto a popolazioni selvatiche sempre più piccole, schiacciate dalla caccia, dalle attività petrolifere, dalla perdita degli habitat e dall’inaridimento dei territori. Un animale capace di vivere quasi senza bere rischia così di scomparire da un deserto diventato, insieme, più caldo e più antropizzato. La resilienza, dunque, non è un lasciapassare illimitato. È piuttosto un margine: permette di resistere a una stagione difficile, di spostare le ore di attività, di ridurre il metabolismo o attendere una pioggia. Ma quando il caldo aumenta troppo rapidamente, come sta accadendo in questi anni, con l’acqua che scompare e gli habitat che si frammentano, anche le strategie costruite in migliaia di anni possono diventare insufficienti. E se persino il cammello sembra prossimo ad alzare bandiera bianca, non è l’animale ad aver smarrito la rotta: è il deserto ad aver cambiato natura.