D - la Repubblica, 27 luglio 2026
Cosa fanno gli eredi delle più grandi dinastie di auto?
Sir Williams Lyons fu il geniale fondatore di Jaguar, marchio anglosassone che ancora ruggisce seppure diluitosi, nel 2008, nel colosso indiano Tata. Viveva in una proprietà di cento ettari a pochi chilometri da Coventry, e fu preoccupandosi della salute dell’azienda piuttosto che del futuro degli eredi che nel ’66 cedette la propria creatura alla British Motor Company. Così oggi il nipote, Michael Quinn, vive in una modesta sistemazione casa e bottega (un’autofficina) a Wembley, dopo avere lavorato anche lui per la Jaguar, ma come concessionario. “Eppure non ha alcun rimpianto, è felice della vita dignitosa che conduce”, spiega Giosuè Boetto Cohen, giornalista che con Le dinastie dell’auto (Asi, Automotoclub Storico Italiano) racconta dove siano finiti i discendenti dei grandi pionieri dell’industria delle quattro ruote.
Che auto possiede?
“Mi considero un modesto appassionato, ma in effetti ne ho quattro. Una è, diciamo, il mulo di famiglia, indispensabile per le faccende quotidiane visto che abito in campagna. Poi tre vetture storiche. Una Land Rover anni 60, antesignana di ogni fuoristrada venuto dopo. Una vecchia Peugeot 403 del ’57 disegnata da Pinifarina, che uscì lo stesso anno della mitica Citroen DS. Una spider Alfa Romeo. Splendidi giocattoli”.
E dice di non essere un appassionato.
“L’idea del libro viene dal periodo in cui in Rai firmavo La storia siamo noi. Per dieci anni intervistai grandi carrozzieri, da Pininfarina a Zagato. Da lì nacque la collaborazione con il Museo dell’automobile di Torino e una serie di articoli per Quattroruote, dove mi interessai per la prima volta al destino degli eredi dei marchi storici. Più sul piano umano, come testimonia questo libro che prosegue e allarga l’indagine”.
Scovare la discendenza, scrive nella postfazione, è stata un’impresa.
“Quando telefoni alla Jaguar o alla Land Rover e chiedi informazioni, non capiscono di cosa tu stia parlando. Sono aziende che coltivano la propria storia a parole e per le quali l’orgoglio del passato è anzitutto uno strumento di marketing. Salvo eccezioni come Porsche e Mercedes che possiedono musei notevoli. In Italia e in Francia siamo indietro, penso al caso di André Citroën, talento ingegneristico eccezionale cui di musei se ne potrebbero dedicare tre. Insomma i contatti me li sono dovuti cercare da solo, trovando nei canali ufficiali solo diffidenza”.
Ne è valsa la pena, ha scoperto che Gregor von Opel vive in uno dei più grandi giardini zoologici tedeschi.
“Il secondo zoo più grande di Germania. Il barone Gregor sapeva che mi avrebbe stupito la faccenda e mi invitò a cena in un lodge ristorante al centro dell’immenso parco, tra ruggiti e versi inquietanti, una specie di Serengeti in miniatura alla porte di Rüsselsheim. Lo iniziò suo padre, che era stato un cacciatore appassionato di battute in Africa e all’improvviso ebbe una specie di conversione. Divenne etologo e iniziò a importare rinoceronti e giraffe, per conservare e salvaguardare specie a rischio. Lo zoo oggi dà lavoro a centinaia di persone. Gli Opel sono però una dinastia ricca, vendettero l’azienda nel ’29 prima della grande crisi facendosi pagare in Marchi d’Oro e a lungo hanno conservato proventi sulle vendite”.
Le discendenze bruciano rapidamente i patrimoni.
“Senza dubbio, ma le ricchezze un tempo erano meno strabilianti di quelle di certi tecnocrati contemporanei. E comunque gli eredi sanno cavarsela anche senza portafogli già pieni. Ad esempio Caroline Pigozzi, figlia del piemontese Teodoro Pigozzi che a Parigi divenne il monsieur Simca, è diventata la più celebre vaticanista di Francia”.
Ricche o povere, le esistenze degli eredi esprimono grande dignità.
“Il figlio dell’inventore della Land Rover vive sereno in una casetta di provincia dopo aver fatto l’insegnante. L’ultimo della grande dinastia dei Bugatti di inizio secolo sbarca il lunario facendo l’operatore ecologico quando i suoi avi furono i più dotati e spericolati ingegneri dell’epoca. Ma non si lamenta, come non rimpiangono gli agi gli eredi Volvo. La verità è che i grandi pionieri dell’auto avevano un’etica molto forte. Quasi tutti vendettero le proprie aziende per assicurarsi che potessero crescere e prosperare, pensando più al benessere dei dipendenti che a quello di figli e nipoti”.