la Repubblica, 27 luglio 2026
Gianna Anselmi ricorda la sorella Tina
“Sono passati cinquant’anni e sembra ieri. Quando la Tina fu nominata ministra del Lavoro, mi disse semplicemente: “Gianna, ora farò la legge sulle pari opportunità, lo devo alle operaie delle filande che si fidarono di me quando ero soltanto una ragazzina”. Mia sorella mi manca ogni giorno ma è d’estate che la nostalgia si fa più forte, quando torno nella nostra casa di famiglia a Colle Santa Lucia, là sopra Belluno. L’arrivo di Tina era una festa: ci raggiungeva da Roma spesso con delle amiche care, mi sono rimasti nel cuore Carol Beebe Tarantelli e suo figlio Luca a cui le Br avevano strappato via il papà”.
Gianna Anselmi, 85 anni portati con splendore, ultima delle tre sorelle Anselmi dopo Tina e Maria Teresa, sfoglia ricordi nitidi e precisi in un bel salotto in penombra affacciato su un giardino curato e quieto di Cittadella. Il 29 luglio del 1976, mezzo secolo fa, l’onorevole Tina Anselmi da Castelfranco veneto, classe 1927, staffetta partigiana, sindacalista, maestra, leader e voce della Dc più nobile, amica e allieva di Aldo Moro, fu eletta ministra (allora si diceva ministro) del Lavoro, prima donna nella storia d’Italia a capo di un dicastero.
Gianna, fu un giorno emozionante?
“Sì, certo, eravamo orgogliosissimi, ma la Tina, lo dico così alla veneta, non sottolineava mica i suoi successi, diceva che lei serviva lo Stato e il popolo. Applicava alle contrattazioni la stessa tecnica delle sue camminate in montagna: non cedere mai fino alla conquista della vetta. Amici o avversari tutti seduti a discutere fino a che non si trova l’accordo. “Capisci Gianna? Questa è la politica giusta”, mi spiegava.
E con quella stessa tenacia portò a casa il 9 dicembre del 1977 la legge sulle pari opportunità tra uomini e donne sul lavoro.
“Anche quello fu un giorno felice. Tina conosceva bene la miseria della condizione femminile nelle fabbriche e nelle campagne. Qui da noi c’erano le filande, fin da bambine le operaie lavoravano i bozzoli di seta nell’acqua bollente, avevano le mani piagate e ustionate, si ammalavano, erano analfabete e con paghe infime. Dopo la Resistenza mia sorella militò nel sindacato, prima la Cgil, poi la Cisl, portò le contadine e le operaie a votare nel 1946. In tante sapevano fare soltanto la croce, lei le spinse a prendere la licenza elementare. La sua decisione tenace di arrivare alla legge sulla parità nasce da lì, da quelle filande”.
È vero che entrò nella Resistenza di nascosto? Vostro padre Ferruccio Anselmi era socialista.
“Era molto fiero della sua tessera firmata da Giacomo Matteotti, ma non avrebbe mai accettato che sua figlia corresse pericoli così grandi. I miei genitori scoprirono che Tina era la staffetta “Gabriella” – dal nome dell’arcangelo Gabriele – il giorno della liberazione quando mia sorella sfilò per le strade di Castelfranco con la sua brigata “Cesare Battisti”. L’aver visto trentuno partigiani impiccati agli alberi dai nazisti, lungo il viale dei Martiri a Bassano, fu ciò che la spinse giovanissima a entrare in clandestinità”.
Tina Anselmi diceva: “Per cambiare il mondo bisognava esserci. Questo è stato il motivo che mi ha fatto abbracciare l’ impegno politico”.
“Infatti dopo la guerra Tina entrò nella Democrazia Cristiana, mentre mio padre rimase socialista. Facevano discussioni infinite. Papà morì giovane, nel 1951, Tina per noi sorelle più piccole è diventata il punto di riferimento. Lo è stata fino a quando la malattia non ha preso il sopravvento. L’abbiamo vista svanire piano piano. Un grande dolore”.
E com’era Tina Anselmi in famiglia?
“Per noi una seconda madre. E poi una meravigliosa zia. Instancabile. Quando andavo trovarla a Roma, mi faceva fare delle camminate di chilometri. ‘Gianna, dai, soltanto a piedi si può scoprire questa città bellissima’. La sera ero distrutta, lei invece ricominciava a lavorare. Hanno scritto che Tina fosse austera: no, mia sorella amava la vita, adorava la famiglia, la compagnia, la musica classica, la buona tavola. Sa che partiva sempre da Castelfranco con un cesto del nostro radicchio per cucinare alle amiche il risotto, unico piatto che sapeva fare?”.
Parlando di sentimenti: nella Resistenza con Tina c’era un ragazzo di nome Nino. Fu un amore?
“Sì, senza dubbio. Per tutta la vita mia sorella ha tenuto la fotografia di quel ragazzo Nino Acoleo sul comodino della sua camera da letto nella casa di Castelfranco. Si erano innamorati durante la guerra partigiana, ma Nino morì prematuramente di tubercolosi. Tina non ne parlava mai e noi non chiedevamo, ma sapevamo quanto fosse stato forte quel sentimento. Così quando è morta abbiamo messo la foto di Nino nella sua bara”.
Nominata al ministero della Sanità, Anselmi firmò l’istituzione del Servizio sanitario nazionale nel 1978
“Un’altra grande vittoria di Tina che continuava a pensare ai più poveri e ai più sofferenti, ma soffrì molto in quel ministero. Aveva cercato di combattere con severità la corruzione che aveva trovato lì dentro e fu osteggiata in ogni modo. A tavola ci raccontava quali incredibili giri di soldi ci fossero attorno ai farmaci. Tentò invano di cacciare il famoso Duilio Poggiolini, potentissimo direttore proprio del servizio farmaceutico, non ci riuscì, ma Poggiolini – che aveva i milioni delle tangenti nascosti nelle poltrone – fu comunque arrestato anni dopo”.
Sempre da ministra della Sanità ratificò la legge sull’aborto, nonostante il veto della Chiesa. Ne avevate parlato?
“Firmò con grande pena interiore perché Tina era profondamente cattolica e convinta dell’intangibilità della vita, ma ha sempre difeso la laicità dello Stato. A lei interessavano le persone, al di là delle bandiere. Infatti a parte Franca Falcucci, collega di partito, da cui fu addirittura ospite nei primi anni in Parlamento, c’erano molte comuniste tra le sue amiche più care, a cominciare da Giglia Tedesco. E Lina Merlin che era socialista. E di Nilde Iotti aveva una stima così grande da accettare in pochi minuti la presidenza della commissione d’inchiesta sulla P2”. In realtà Tina aveva anche alcune amiche al di fuori dalla politica. Ricordo che ogni tanto la convincevano a comprarsi vestiti alla moda. Lei che era molto sobria e severa nell’abbigliamento, alla fine li acquistava, poi però li appendeva nell’armadio e tornava – come sempre – dalla sua vecchia sarta di Castelfranco”.
Tornando alla politica. Sul divorzio sua sorella si era schierata con la Dc che chiedeva l’abrogazione della legge. Era davvero convinta che fosse una norma sbagliata?
“Tina obbedì al partito. Con molti dubbi. Io invece votai a favore del divorzio”.
Nel 1980 fu ritrovata una bomba nel giardino di Castelfranco dove Tina abitava accanto a sua sorella Maria Teresa.
“Per fortuna mio cognato capì in tempo che quel grosso pacco era tritolo pronto ad esplodere. Tina era a Roma, chi voleva colpirla non aveva ben calcolato i suoi spostamenti, ma se fosse successo qualcosa a uno di noi non se lo sarebbe mai perdonato. Ci dissero che era lo stesso esplosivo utilizzato per la strage di Bologna”.
Cosa ricorda dei giorni della P2?
“Orgoglio e amarezza. Il lavoro instancabile di mia sorella, la sua dedizione assoluta alla causa, la sua tenacia inaffondabile nello svelare cosa era veramente quella loggia segreta. E chi fosse Licio Gelli. Nei suoi appunti, i suoi famosi “foglietti” conservati all’archivio di Stato, c’è una verità che l’Italia non ha voluto vedere. Ricordo anche la sua angoscia, la sua solitudine, la delusione nel trovare in quelle liste tanti politici democristiani. Dopo la morte di Moro è stato il periodo più duro. Tina era indipendente, incorruttibile e integerrima ed è stata abbandonata dal suo stesso partito. Ne soffrì molto”.
Sua sorella è morta nel 2016 dopo dieci anni di malattia, accudita con amore da tutte voi. C’è stato un lungo silenzio, dopo. Oggi crede che l’Italia stia riscoprendo Tina Anselmi?
Gianna accarezza le vecchie foto. “Forse perché si avvicina il centenario della nascita, o il mezzo secolo dalla nomina a prima donna ministro, ma sento un interesse crescente per Tina. E sono grata a Elly Schlein per aver dedicato le tessere Pd del 2026 a mia sorella. Viviamo giorni difficili, le sue parole oggi sono più attuali che mai. Perché, come diceva Tina, “la democrazia non è una conquista definitiva, è un bene delicato, fragile, deperibile”.