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 2026  luglio 27 Lunedì calendario

Joey Tempest ricorda la carriera degli Europe

The final countdown, il conto alla rovescia definitivo, per gli Europe non è ancora arrivato. Sono passati quarant’anni da quel successo clamoroso: oggi Joey Tempest (vero nome Rolf Magnus Joakim Larsson, classe 1963) cantante e leader del gruppo, ha abbandonato l’acconciatura selvaggia di quegli anni abbracciando un look più elegante. È ancora lui il leader della band svedese che ha venduto più di 20 milioni di dischi nel mondo (15 solo con The final countdown). Il loro hard rock melodico ha conquistato ampie fasce di pubblico, come dimostra il successo dell’ultimo tour, passato anche a Roma, e che li vedrà protagonisti di uno speciale concerto celebrativo previsto il 14 ottobre a Milano, su cui non si sbilanciano («Sarà una serata piena di sorprese»). Intanto il 25 settembre uscirà il nuovo album Come this madness, che arriva dopo nove anni di silenzio artistico.
 
Dopo tanto tempo siete ancora una band di successo. Molti vostri colleghi sono spariti.
«È abbastanza pazzesco, non pensavamo di poter essere ancora qui con le stesse persone. Credo che il punto sia possedere ancora la scintilla della curiosità. Per quello che ho potuto capire nel corso degli anni, non riesci a essere credibile se perdi il senso dell’avventura, se abbandoni la curiosità: devi continuare a chiederti se puoi migliorare».
C’è un segreto?
«Guarda i Deep Purple: mescolano stili, cambiano produttori e continuano a lavorare con sempre nuovi stimoli. Non si può fare musica a tavolino. E poi è importante lavorare con persone amiche. Siamo stati insieme per 40 anni, abbiamo molti ricordi da condividere e questo aiuta, aiuta davvero. È bello ritrovarsi dopo gli spettacoli a parlare dei nostri amici e dei momenti che abbiamo vissuto insieme».
A proposito di ricordi, come è nata “The final countdown”?
«A quell’epoca avevamo già inciso due album e io ero molto affascinato dalla spazio e da certe canzoni di David Bowie come Space oddity o Starman. Mi venne in mente qualcosa che avesse a che fare con la ricerca di nuovi confini, di fuga dal pianeta Terra. Avevo un demo, l’ho fatto ascoltare agli altri e rimasero tutti scioccati. Per un po’ di tempo è rimasto lì, ma alla ci è sembrata la canzone perfetta per aprire il nostro terzo album: mettevamo insieme tastiere e chitarre elettriche, per noi era una novità. All’inizio non riuscivamo a trovare un titolo giusto: il primo tentativo fu The final breakdown».
Cos’è cambiato nell’industria discografica da allora?
«Noi abbiamo iniziato fare dischi nel 1983, dopo una lunga gavetta. Però il mondo del rock aveva tutte le porte aperte: venivamo trasmessi in radio e i nostri video, come quelli di tanti altri artisti, venivano programmati dalle tv. Era il periodo magico per le chitarre nella musica».
Tornando ai brani recenti, “The cult of ignorance” è una citazione di Isaac Asimov. Siete preoccupati per i destini del mondo?
«Siamo consapevoli di doverci preoccupare della ricerca, della scienza e della storia. Dobbiamo imparare dal passato e dai progressi della scienza. Penso che ci siano persone di potere che stanno normalizzando comportamenti piuttosto discutibili. Ma non ci siamo mai occupati di politica, raccontiamo ciò che vediamo intorno a noi».
Siete stati per due volte ospiti a Sanremo. Che ricordi avete?
«Una roba incredibile. In quegli anni c’erano tantissimi artisti internazionali, era un evento enorme, somigliava al Top of the pops inglese, che all’epoca era il programma più importante di tutta Europa. Ci siamo divertiti tantissimo e ci torneremmo volentieri».
Nei vostri recenti video ci sono dei volti noti, dall’ex campione di tennis Stefan Edberg all’attore Peter Stormare (“Fargo”, “Il grande Lebowski”, “Minority Report”).
«È stato un lavoro lungo: abbiamo contattato manager, agenti, uffici stampa. Alla fine abbiamo chiesto loro di filmarsi, a casa, e gli abbiamo detto di fare cose divertenti, anche di cantare. L’obiettivo era quello di avere volti noti che regalano spessore e humour leggero ai video. Poi avevamo un lungo elenco di altri ospiti, ma non abbiamo avuto il tempo».
Come ha scelto il suo nome d’arte, Joey Tempest?
«A metà degli anni Settanta andavo spesso a leggere nella biblioteca della scuola: nascondevo le riviste musicali in mezzo ai libri. Un giorno mi trovai davanti alla sezione dedicata a Shakespeare e pensai che “Tempest” sarebbe stato un nome d’arte perfetto».
Come ci si sente a essere una rockstar?
«In realtà mi ci sento più adesso che non agli inizi. Forse perché me la godo di più».