corriere.it, 27 luglio 2026
Massimo Pericolo parla del suo presente
È diventato ricco e famoso cantando tutti i temi tipici del rap: droga, sesso (esplicito), rabbia, violenza, oppressione e repressione, esperienza in carcere compresa. Ora sta preparando un nuovo disco, il quarto, in una sorta di clausura monastica: non solo perché l’uscita è prevista in autunno, ma perché Massimo Pericolo, all’anagrafe Alessandro Vannetti, 33enne varesotto che sbancava il mondo del rap nel 2019 a suon di «7 miliardi» e «Scialla semper», ha cambiato radicalmente vita. Come già il terzo disco, «Le cose cambiano», iniziava a raccontare tre anni fa.
Davvero ha cambiato vita?
«Mi sveglio presto, curo il corpo con un’alimentazione sana ed esercizio fisico – palestra e arti marziali —; curo la mente con la meditazione buddhista, cerco di evitare qualunque negatività».
Come è stato possibile?
«In varie tappe: innanzitutto, ho capito una cosa: successo e soldi non danno la felicità. È la cosa che ripeto più spesso ai giovani che incontro».
Facile dirlo una volta che li si è ottenuti...
«Vero, e infatti anch’io finché non li ho avuti ci credevo al cento per cento. Però poi, quando sono arrivato in cima alla montagna, mi è sembrato di avere sotto non la roccia, ma il vuoto. Mi ricordo la sera del debutto al Forum di Assago: un trionfo, un delirio, ma poi un senso di vuoto: cercavo qualcosa da postare sui social e non trovavo nulla».
Il secondo passaggio?
«La disperazione: prima ero disperato perché non avevo nulla, poi lo ero perché avevo l’impressione che ciò che avevo conquistato potesse sfuggirmi dalle mani in un attimo. Ho capito che dovevo concentrarmi sull’essenziale, e mi sono accorto che in realtà lo avevo già prima».
Ed era?
«L’amicizia: con Chicco e Mohamed, con Giada, la mia compagna. È questo che regge. E lo spirito: soprattutto durante il carcere ci ho lavorato su. Don Marco, il prete del carcere, veniva a trovarmi – non sapeva niente di rap; io stavo già andando verso il buddhismo, ma ci univa il desiderio di essere felici, di trovare ciò che dura e che non illude».
Non teme che svestendo i panni del rapper maledetto il suo successo possa svanire?
«È un rischio che devo correre. In primavera ero a Varese, un ragazzo mi si avvicina e tutto orgoglioso mi dice che sta bigiando. E mi canta una mia canzone in cui inneggio a farlo. Gli ho detto che avrebbe dovuto andare a scuola, lui ci è rimasto male e si è allontanato un po’ basito».
E quindi?
«Quindi non posso cantare quello che non sono più. O meglio: nei concerti continuo a cantare le vecchie canzoni perché non rinnego la mia storia, che mi ha portato dove sono adesso, e quelle canzoni che la rappresentano. Ma oggi non riuscirei a scrivere nuovi testi sul me vecchio».
Perché ha spostato i concerti nei palazzetti di Milano e Roma da ottobre a marzo prossimi?
«Perché devo finire il disco e non è facile trovare le parole e poi la musica giusta per raccontare la mia nuova situazione. Ho conosciuto a fondo e a lungo rabbia, dolore, violenza, e mi veniva facile raccontarli. Sto ancora cercando di capire bene che cosa vivo adesso, ed essendo un’esperienza recente e nuova è più faticoso esprimerla e raccontarla».
Cosa avrebbe detto la sua professoressa di italiano dei suoi testi?
«Guardi che ero portato, anche se non studiavo. Alle medie ho preso dieci per un commento sui poeti inglesi».